venerdì 31 ottobre 2025

Geositi: il patrimonio nascosto che racconta la Terra



La Terra rappresenta un libro aperto, redatto in miliardi di anni attraverso rocce, paesaggi e minerali. Alcuni luoghi, noti come geositi, custodiscono testimonianze uniche della sua storia. La loro protezione e valorizzazione rientrano nel campo della geoconservazione, una disciplina che salvaguarda la memoria del pianeta e promuove un uso sostenibile del territorio.

I geositi possono manifestarsi come affioramenti rocciosi, vulcani, grotte, depositi fossiliferi o paesaggi modellati dall’acqua e dai ghiacciai. Questi luoghi consentono di comprendere i processi naturali, le dinamiche climatiche e l’evoluzione del nostro pianeta. In sostanza, sono documenti naturali fondamentali per la ricerca e l'insegnamento.

I geositi narrano la storia antichissima del nostro pianeta. Preservarli equivale a tutelare un patrimonio naturale, culturale e scientifico, offrendo alle generazioni future l'opportunità di apprendere e rispettare la Terra.

Visitare un geosito ci consente di percepire il profondo scorrere del tempo della Terra e il nostro ruolo in questa storia millenaria.

Il complesso dei geositi di una regione o di un Paese costituisce il suo patrimonio geologico. Questo patrimonio possiede un valore molteplice:

Scientifico, poiché permette di ricostruire l’evoluzione geologica e ambientale del territorio. Educativo e didattico, come strumento per l’insegnamento delle scienze della Terra e per sensibilizzare il pubblico. Culturale, in quanto collega la storia della Terra a quella dell’uomo, influenzando paesaggi, risorse e insediamenti. Economico e turistico, attraverso il geoturismo, una forma di turismo sostenibile che promuove la scoperta e l’uso consapevole del patrimonio geologico.

In altre parole, i geositi generano un valore integrato, combinando educazione, cultura, tutela ambientale e sviluppo sostenibile.

Molti geositi sono a rischio di scomparsa a causa dell’espansione urbana, delle estrazioni o dell’incuria. 

La valorizzazione e la protezione di questi luoghi rientrano in un ambito sempre più significativo delle scienze della Terra: la geoconservazione.

Questa disciplina, relativamente recente, è emersa in risposta alle crescenti minacce provenienti da: urbanizzazione e infrastrutture invasive; attività estrattive; vandalismo e raccolta illegale di fossili e minerali; abbandono e scarsa consapevolezza del valore scientifico dei siti.

Le azioni di geoconservazione possono comprendere:

la catalogazione e mappatura dei geositi; la protezione legale di quelli più significativi; la gestione sostenibile dei siti accessibili al pubblico; la valorizzazione educativa e turistica; la promozione di reti di geositi a livello regionale o nazionale. Geoparchi e reti internazionali.

Un ruolo cruciale nella salvaguardia del patrimonio geologico è ricoperto dai Geoparchi, aree riconosciute dall’UNESCO per la loro straordinaria importanza geologica e per l'impegno nella conservazione e nello sviluppo sostenibile delle comunità locali.

I Geoparchi Globali UNESCO favoriscono una visione integrata del territorio, in cui geologia, cultura, biodiversità e attività umane coesistono in equilibrio.

Esempi virtuosi includono i Geoparchi Globali UNESCO, come il Parco del Beigua in Liguria o il Parco delle Madonie in Sicilia, dove la tutela della geodiversità e lo sviluppo turistico coesistono in armonia.

Oggi viviamo in un’epoca in cui la conoscenza scientifica è sempre più specializzata, ma allo stesso tempo la consapevolezza ambientale sembra spesso superficiale. Visitare un geosito, osservare una roccia antichissima o un antico fondale marino pietrificato, può invece farci percepire il tempo profondo della Terra e il nostro ruolo limitato ma significativo in questa storia millenaria.

Credo che la geoconservazione non sia soltanto una pratica scientifica, ma anche un atto di responsabilità etica: riconoscere il valore del pianeta che ci ospita e impegnarci a conservarlo è un segno di maturità civile e culturale. 


giovedì 30 ottobre 2025

Il massiccio calcareo del M.te Luceto

M. te Luceto, rilievo calcareo del gruppo dei Monti Picentini, è un’area naturalistica e di svago nota a livello regionale, già meta di escursioni e gite, come la famosa “scalata” che si tiene ogni anno nel mese di Aprile e che riunisce numerosi visitatori provenienti dai paesi vicini. L’area considerata nel suo contesto tettonico e geomorfologico, rappresenta una singolarità "geologica" meritevole sia di ulteriori studi, sia di interventi di tutela e valorizzazione nell’ottica di una didattica di tipo naturalistico. E’ certamente meritevole di essere censita come un importante "sito geologico", per il suo interesse rilevante per la conoscenza della morfotettonica di questa parte dell’Appennino meridionale.


L’area di studio ricade nel settore nordoccidentale del gruppo dei M. Picentini ed è geograficamente individuata dalle alte valli dei fiumi Calore e Sabato, le cui testate sono vicinissime, nascendo entrambi i corsi d’acqua nella profonda valle tra il M. Accellica (m. 1660) e il M. Terminio (m. 1806).

I limiti geografici della zona sono dati:

__ ad Est e ad Ovest, dalle faglie sulle quali si è impostato il deflusso dei fiumi Calore e Sabato, rispettivamente.

__ a Sud, dalla linea tettonica che pone in contatto il complesso in oggetto con la Piana del Dragone,

__ a Nord, dalla direttrice Chiusano di S. Domenico – Castelvetere sul Calore.



Il gruppo di monti legati al M. Tuoro sono parte integrante della Piattaforma Appenninica sovrascorsa sulle unità lagonegresi e sono costituiti da una successione mesozoica (Unità M. Picentini-Lattari), giurassico-cretacica in facies di piattaforma con calcari di retroscogliera e scarpata. I depositi, ben stratificati, sono inizialmente detritici e, successivamente, organogeni con facies di tipo biostromale.

La fauna riconoscibile nella parte basale della successione è rappresentata da Requienie, Nerineidi ed altre piccole rudiste; seguono calcari nocciola a grana fine, calcari detritici con frammenti di orbitoline fino ai livelli biostromali, ricchi di rudiste. Verso l’alto la serie mesozoica assume una tessitura clastica con brecce calcaree poligeniche a cemento spatico verdastro e nocciola.

Su di essi trasgrediscono, dopo un’ampia lacuna paleogenica, i depositi terrigeni miocenici del Flysch di Castelvetere costituiti da sedimenti torbiditici prevalentemente arenacei nei quali sono intercalati, a più altezze stratigrafiche, materiali alloctoni costituiti da olistoliti carbonatici e non, brecce calcaree e argille caotiche e che affiorano estesamente sul margine nordorientale del rilievo carbonatico a contatto stratigrafico con esso.
Lembi di questi terreni si rinvengono anche sui rilievi calcarei in località La Pila e Piana S. Agata.

Il flysch si presenta come una alternanza di arenarie grossolane e fini, conglomerati e argille verdi e azzurre, in strati e banchi, con molteplici strutture sedimentarie.
Nella parte alta del Messiniano superiore si depongono, in bacini limitati, argille con gessi, che si presentano come peliti sabbiose plumbee, sottilmente stratificate e laminate, a cui si intercalano livelli di gesso. 

Nella valle del Calore e nei Monti Picentini in generale, seguono quindi tettonicamente terreni scompaginati che hanno assunto vari nomi formazionali assimilabili alle unità Sicilidi; si presentano come peliti tettonizzate, grigio-scure, con fiamme rosse e verdi, inglobanti blocchi lapidei di litobiofacies e di età molto diverse; si tratta di materiale alloctono, proveniente da aree più interne ed arrivato nel Tortoniano-Messiniano, i cui rapporti con le altre formazioni sono sempre condizionati dalla tettonica. 

Il Pliocene è assente e marcato da superfici di erosione. A completamento del quadro stratigrafico, si citano le unità quaternarie costituite da terre rosse, brecce continentali, coltri alluvionali e piroclastiche. 






Interesse scientifico principale

Geomorfologico

Interesse scientifico secondario 

Idrogeologico, Panoramico 

Appartenenza ad aree protette 

Zona di riserva integrale del Parco Naturale Regionale dei Monti Picentini. 

Integrità 

M.te Luceto risulta in gran parte integro. 

Rappresentatività
 
L'elevata concentrazione delle morfologie rilevate è rappresentativa di un grande sistema carsico periglaciale e morfotettonico. 

Descrizione scientifica 

M. Luceto, propaggine nord occidentale del gruppo del M. Tuoro, è un sito di grande valenza paesaggistica che, dalla quota di 1315 metri domina la valle sottostante. Il massiccio è costituito da rocce di natura calcarea di età mesozoica, disposte in strati di spessore superiore al metro che pendono a nord con inclinazione uguale a quella del versante immergendosi sotto le sequenze terrigene del flysch di Castelvetere. 

La stratificazione della montagna è ben visibile anche da una certa distanza aiutandosi con un binocolo. I calcari appaiono dislocati da faglie che formano dei gradini morfologici. In alcuni punti sono infatti evidenti piani di faglia che mettono a contatto le rocce mesozoiche con quelle terziarie arenaceo-argillose del Flysch di Castelvetere. La scarpata che costituisce il margine occidentale del Massiccio rappresenta una spettacolare forma tettonica dell’Appennino. Attraverso tale scarpata si raccordano gli altopiani sommitali, che si estendono al di sopra dei 1000 m s.l.m., con la fascia collinare che degrada gradualmente a nord verso la valle del fiume Calore. 

La transizione morfologica fra la scarpata ed il rilievo collinare ha luogo lungo una linea che corre oscillando fra le quote di 400 ed 800 metri, caratterizzata da un cambiamento sia del tipo di rocce, sia dello stile morfologico. Infatti, tale linea marca il contatto tra i calcari di piattaforma/ scarpata giurassico-cretacici e i sedimenti torbiditici silicoclastici miocenici del Flysch di Castevetere.



Il rilievo carbonatico presenta estesi versanti di strato bordati da faglie ad andamento appenninico ed antiappenninico, profondamente dissecati da incisioni subparallele prodotte da corsi d’acqua, tributari del torrente Uccello. Sul versante occidentale in particolare, le incisioni sono impostate su linee tettoniche orientate NW-SE. Qui gli impluvi si presentano poco incisi in quota, tendendo gradualmente ad approfondirsi e a restringersi nella zona pedemontana, in relazione anche con l’aumento di spessore delle coperture detritiche che attraversano alla base del versante. Questo versante presenta pareti sommitali molto ripide e a tratti subverticali, che si sviluppano per alcune centinaia di metri in direzione N-S.



Nella genesi di tale versante sono stati prevalenti i processi erosionali dovuti alla degradazione areale del ghiaccio, e subordinatamente, ai processi di dissoluzione carsica e di erosione lineare. I fenomeni carsici in superficie sono sviluppati con esempi di doline e piane morfologicamente ben sviluppate ma molto circoscritte. 

Su una delle faglie che borda il versante a sud, si è prodotta una profonda forra dissecata dalle acque del Torrente Uccello. 
Questa forra evolutasi per processi fluvio-carsici, si è approfondita maggiormente nei punti dove erano presenti cavità carsiche superficiali. Presenta l’alveo con una acclività piuttosto elevata, con tracciato vario e irregolare, e con frequenti rotture di pendio e variazioni di larghezza. Il torrente scorre con regime irregolare su materiale estremamente eterogeneo, che va dalla roccia in posto, più o meno coerente, ai detriti che può assumere in carico, ai grossi macigni precipitati dai versanti. Ai lati della forra vi sono alcune vallette secche sospese sul fondo della gola.



Una variazione di pendenza dell’alveo ha generato una piccola cascata alquanto suggestiva. Tutti questi aspetti morfologici sono indizi di movimenti tettonici recenti della montagna. Un ulteriore interesse del massiccio risiede nella gran quantità d’acque in esso presenti come dimostrano le sorgenti ai piedi della montagna ed altre in alta quota che rendono rinomata la zona. Un aspetto di grande valore infine è il fatto che M. Luceto può essere considerato un terrazzo naturale punto panoramico di eccellenza dal quale si può ammirare la ricchezza dell’ambiente che lo circonda.


















mercoledì 29 ottobre 2025

Il contesto geologico del sito preistorico di Montemiletto (AV).










Il sito di Cava Brogna (Montemiletto, Avellino) è un giacimento del Paleolitico Medio emerso tra il 1976 e il 1977 grazie agli studi di Cesare Porcelli.

Si tratta di un contesto stratigrafico eccezionale: una fessura naturale in roccia calcarea, colmata da una sequenza sedimentaria (argille, sabbie grossolane, limi), in cui sono stati rinvenuti 537 strumenti litici musteriani, oltre a 152 nuclei e scarti di lavorazione .

Il sito sorge su una fessura naturale modellata nella roccia calcarea locale del Flysch Rosso (membro calcareo-pelitico). La fessura nella roccia calcareo-clastica ormai colmata da successivi depositi sedimentari: argille alla base, sabbie grossolane in mezzo e limi nella parte più alta, ha agito da contenitore naturale per gli artefatti musteriani.

La limitata esplorazione (causa aumento antropico estrattivo) ha impedito un’analisi dettagliata dell’ambiente sedimentario e faunistico .

Il Flysch Rosso, una formazione largamente diffusa nel settore esterno dell’Appennino meridionale (Irpinia, Sannio, Campania), si estende dal Cretaceo superiore all'inizio del Miocene.

È caratterizzato da una alternanza di calcareniti e marne rosse, spesso calcareo-clastiche o pelitiche, con spessori anche di centinaia di metri .

Secondo il Progetto CARG dell’ISPRA, il Flysch Rosso (Unità di Frigento–Monte Arioso) può essere suddiviso in:

Membro diasprigno (base): alternanze torbiditiche di argille marnose, argilliti e calcilutiti → Cretaceo superiore–Miocene inferiore.

Membro calcareo-pelitico (superiore): alternanze di calcari e marne rossastre, con facies calcareo-pelitiche chiaramente distinguibili.

Il Flysch Rosso appartiene a un dominio bacinale esterno (Lagonegrese‑Molisano), con sedimentazione in ambiente marino profondo, scarsa, alimentato da flussi detritici gravitativi lungo una scarpata carbonatica ‑ collegata alla Piattaforma Appenninica — e successivamente deformato nelle fasi orogeniche dell’Appennino meridionale .

Cava Brogna rappresenta un caso emblematico di come una formazione geologica — il Flysch Rosso, e in particolare il membro calcareo-pelitico — ha potuto fornire un ambiente ideale per l’accumulo e la conservazione di manufatti preistorici.

La connessione tra geologia e archeologia in questo sito offre preziose opportunità di ricerca interdisciplinare.