lunedì 30 giugno 2025

Monte Tuoro e i Segreti delle Rocce: Viaggio nel Patrimonio Geologico del Parco dei Monti Picentini

Introduzione 

Nel cuore dell’Appennino meridionale, tra le province di Avellino e Salerno, si estende per oltre 60000 ettari, il Parco Regionale dei Monti Picentini, un’area protetta di straordinario valore naturalistico e geologico. In particolare, la porzione settentrionale del parco custodisce un patrimonio geologico di rara complessità e bellezza, e si caratterizza per un paesaggio montano aspro, dominato da massicci calcarei, altopiani elevati, valli profonde e ambienti boschivi di grande pregio. È una delle aree a maggiore biodiversità e ricchezza idrica del Sud Italia, grazie alla combinazione tra natura carsica e precipitazioni abbondanti. Le forze tettoniche che hanno dato origine all’Appennino sono ancora attive, rendendo quest’area non solo geologicamente interessante, ma anche fragile dal punto di vista sismico e idrogeologico.

In particolare, il M.te Tuoro, che si erge nei Monti Picentini settentrionali, racchiude una storia antica scolpita nella roccia. Questo angolo dell'Appennino campano non è solo un luogo di straordinaria bellezza paesaggistica, ma anche un autentico scrigno geologico, ricco di testimonianze del passato della Terra. Le ricerche effettuate negli ultimi anni hanno rivelato aspetti unici del patrimonio geologico dell'area, fornendo nuove chiavi di lettura sulla sua evoluzione e sulle dinamiche che l'hanno plasmata nel tempo.

Studiare e far conoscere questo patrimonio non è solo un esercizio scientifico: è un passo fondamentale verso la tutela dell'ambiente, la valorizzazione del territorio e la promozione di un turismo consapevole. Il Monte Tuoro diventa così un laboratorio a cielo aperto, dove scienza, educazione e natura si uniscono per narrare una storia millenaria che merita di essere ascoltata – e preservata.

Un contesto geologico ricco e complesso 

Il Monte Tuoro si trova nel settore settentrionale dei Monti Picentini, un'area montuosa che fa parte dell'Appennino meridionale, caratterizzata da una notevole varietà di formazioni rocciose e strutture tettoniche.
La composizione litologica predominante è di tipo carbonatico, costituita principalmente da calcari e dolomie risalenti al Mesozoico (in particolare Giurassico e Cretaceo), che rappresentano antichi ambienti marini tropicali.


Successioni carbonatiche


Le indagini geologiche condotte nella zona del Monte Tuoro hanno consentito di ricostruire con maggiore precisione le dinamiche deposizionali e tettoniche che hanno interessato l'area nel corso di milioni di anni. I segni lasciati dall'orogenesi appenninica – la fase di sollevamento e deformazione che ha dato origine alla catena montuosa – sono chiaramente visibili nelle pieghe, faglie e fratture osservabili lungo i versanti.


Piano di faglia verticale 




Nei pressi del Monte Tuoro, oltre ai maestosi affioramenti carbonatici, si trovano formazioni geologiche altrettanto significative e affascinanti. Tra queste emerge il flysch di Castelvetere, una sequenza di rocce sedimentarie caratterizzata da alternanze di argille, arenarie e marne, depositate in antichi bacini marini durante il Miocene. Questi depositi testimoniano una fase di rapido accumulo di sedimenti in ambienti profondi e turbolenti, contribuendo a completare il complesso quadro stratigrafico dell'area.


Flysch di Castelvetere con olistolite calcareo a nord del M. Tuoro



A pochi chilometri di distanza, nella piana carsica di Sant'Agata, si trovano importanti depositi piroclastici, frammenti di rocce vulcaniche espulse da antiche eruzioni. Questi materiali piroclastici arricchiscono la diversità litologica della zona e raccontano della presenza di attività vulcanica nelle vicinanze, un elemento che ha influenzato l'evoluzione geomorfologica del paesaggio, integrando la testimonianza delle rocce sedimentarie e carbonatiche del Monte Tuoro.



Piana S. Agata


Completano il quadro geologico dell'area la presenza di ampie fasce detritiche  sul bordo settentrionale del M. Tuoro e del versante nord-occidentale del M. Luceto legate all’effetto del gelo e disgelo esplicatosi durante le fasi fredde quaternarie.


Il valore scientifico e didattico del sito 

Ciò che rende il Monte Tuoro particolarmente affascinante per studiosi e appassionati è la chiarezza dei suoi affioramenti rocciosi. Qui, gli strati si presentano frequentemente ben esposti, consentendo l’osservazione diretta delle successioni stratigrafiche e dei processi geologici. Alcuni livelli fossiliferi presenti nella zona offrono inoltre importanti spunti per la paleontologia, contribuendo alla ricostruzione degli antichi ecosistemi marini.

Questo patrimonio è oggi sempre più riconosciuto come una risorsa educativa di grande valore. Escursioni guidate, laboratori sul campo, pannelli esplicativi e attività di citizen science possono rendere la geologia accessibile anche ai non esperti, trasformando il Monte Tuoro in una vera e propria aula all’aperto. Un esempio concreto di come la scienza possa uscire dai laboratori per interagire con la comunità.

Tutela e valorizzazione: una sfida attuale


Nonostante l'elevato valore scientifico e paesaggistico dell'area, il patrimonio geologico del Monte Tuoro rimane in parte poco conosciuto e talvolta vulnerabile. Il rischio di degrado, causato dall'erosione, da attività antropiche non controllate o da una scarsa sensibilizzazione, richiede l'urgenza di strategie di tutela integrate.
In questo contesto, la valorizzazione del territorio attraverso la geodiversità può rappresentare un'opportunità.

Promuovere il Monte Tuoro come geosito di interesse regionale significa rafforzare il legame tra scienza, cultura e sviluppo sostenibile. È fondamentale coinvolgere scuole, enti locali, associazioni e cittadini in percorsi di scoperta e responsabilità condivisa.

Conclusioni

Il Monte Tuoro non è solo una cima tra le tante dell'Appennino campano: è un luogo dove la Terra racconta la sua storia, visibile nelle pieghe delle rocce e nei resti di antichi mari. Conoscere, studiare e valorizzare questo patrimonio geologico è oggi più che mai un atto di rispetto verso il nostro passato e di impegno per il futuro.
Far dialogare ricerca scientifica e divulgazione, tutela e partecipazione, può trasformare questo angolo dei Monti Picentini in un esempio virtuoso di come si può fare geologia con e per il territorio.


Bibliografia essenziale

Boni, C., & Passeri, L. (2002). Geologia dell’Appennino meridionale. Roma: Servizio Geologico d’Italia.

 

Parotto, M., & Praturlon, A. (1975). Geologia dell’Appennino. Memorie della Società Geologica Italiana, 12.

 

Centamore, E., & De Rosa, R. (1995). Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, foglio Avellino. Roma: ISPRA.

 

ISPRA (2013). Linee guida per la valorizzazione del patrimonio geologico italiano. Quaderni del Servizio Geologico d’Italia, 11.

 

UNESCO (2021). Geodiversity for Sustainable Development. Global Geoparks Series.

 


venerdì 13 giugno 2025

Un itinerario geoturistico nel Parco Regionale dei M.ti Picentini (Appennino campano-lucano)



Questo itinerario nasce dall’intento di divulgare il patrimonio geologico del Parco Regionale dei M. Picentini, in Campania.

Il percorso non è certamente esaustivo dell’articolata geologia e geomorfologia del gruppo dei M. Picentini. Esso rappresenta però, uno dei migliori esempi, a noi vicino, dell’esemplificazione dei fenomeni geologici e morfologici che caratterizzano l’Appennino campano.

La bellezza dei luoghi e la presenza di una fitta rete di strade intercomunali di facile percorribilità che conducono ai geositi di interesse regionale e ad altri locali di non minore interesse, (CATALDO G. 2007; BUDETTA P. et Al. 2008). renderebbero di facile attuazione il progetto di valorizzazione turistica in chiave geologica dell’area, a complemento dellʼofferta ambientale, che le Amministrazioni locali stanno già da qualche tempo promuovendo.

L’itinerario geoturistico

In questo settore della catena appenninica sono rappresentati termini geologici dalle più antiche età mesozoiche con successioni carbonatiche di piattaforma indicative di un ambiente sedimentario di mare basso alle più recenti successioni mioceniche di mare profondo dei terreni flyschoidi. Il percorso geo-naturalistico si snoda nellʼarea irpina dellʼEnte Parco Naturale dei M. Picentini congiungendo luoghi che mostrano alcuni aspetti significativi della storia geologica e geomorfologica dell’Appennino campano e che sono famosi anche per importanti identità culturali e rilevanti tradizioni eno-gastronomiche locali.

Lʼitinerario geologico proposto è quello che da Castelvetere sul Calore porta allʼabitato di Bagnoli Irpino e quindi a Lago Laceno, attraversando la dorsale dei M. Picentini su strade di fondovalle a scorrimento medio-veloce alternate a suggestivi percorsi di montagna.

L’itinerario è così strutturato (fig. 1):



Fig. 1 - Ubicazione dell'area


Sito n. 1: Vallone Remolise. Castelvetere sul Calore (La sedimentazione sinorogena della Formazione di Castelvetere)

In questa località è particolarmente ben esposta la successione stratigrafica cenozoica del flysch di Castelvetere (PESCATORE et Al., 1970). Al disopra dei calcari a rudiste di M. Civitella è visibile lʼappoggio stratigrafico discordante del flysch mentre in località Cervinara si notano piccoli rilievi olistolitici calcarei immersi nei depositi arenacei. Proprio su uno di questi blocchi è costruito il paese di Castelvetere sul Calore (fig. 2).

Più a valle, nei pressi della fermata di Castelvetere, si può osservare il contatto tettonico con i terreni lagonegresi del Flysch Rosso. La deposizione di tale successione terrigena di scarpata-conoide sottomarina viene attribuita ad un ambiente batiale con profondità superiori a – 500 metri. Dal punto di vista cronostratigrafico la successione viene riferita al Tortoniano sup. - Messiniano inf.

Il piccolo centro dal quale ha preso il nome la formazione geologica è conosciuto per la produzione di formaggi e vini Taurasi.



Fig. 2 - Blocco calcareo inglobato nei depositi flyschoidi


Sito n. 2: Piana-Inghiottitoio Bocca del Dragone

A nord dell'abitato di Volturara Irpina si estende una vasta pianura con un bacino di alimentazione di circa 40 km2, conosciuta come Piana del Dragone (fig. 3).

Rappresenta un'area di notevole interesse a deflusso endoreico dell'Appennino meridionale: in essa, infatti, le acque piovane generano un ruscellamento superficiale che non ha un recapito esterno, ma viene assorbito da un inghiottitoio carsico situato sul margine meridionale della piana, a circa 1 km a est del centro urbano (CIVITA M. 1969; CELICO P. & RUSSO D. 1981).

La Piana ha origine tettono-carsica, e l'inghiottitoio del Dragone, attualmente attivo, ne costituisce una prova evidente. Il suo fondo si trova a un'altezza di circa 700 m s.l.m., ed è circondato da un rilievo continuo che si eleva da 1100 metri del M. Vena dei Corvi, a nord, fino a 1789 metri del Monte Terminio, a sud.

Studi di carattere idrogeologico hanno dimostrato che l'inghiottitoio è in comunicazione diretta con le sorgenti di Cassano Irpino.



Fig. 3 - La Piana del Dragone da M.te Costa



Sito n 3: Grotta-Inghiottitoio di Candraloni

Questa grotta si apre sul M. Terminio, nelle vicinanze del ristorante "la Bussola", e risulta chiaramente posizionata su una frattura tettonica che, con direzione NW-SE, attraversa calcari cretacei per circa 900 metri. L'ingresso si presenta come un'ampia apertura in una zona fortemente fratturata (fig. 4). Durante il suo sviluppo, si possono osservare morfologie di crollo e strutture tettoniche interessanti, che hanno implicazioni dirette sull'origine della cavità (BELLUCCI F., et Al. 1989). È presente un'attività idrica con stillicidio attivo, legata a un concrezionamento di tipo stalagmitico. La visita richiede competenze specifiche, attrezzature adeguate e la presenza di speleologi esperti.



Fig. 4 - L’ingresso della Grotta di Candraloni


Sito n. 4: Grotta del Caliendo

La Grotta del Caliendo (fig. 5) si trova a un'altitudine di 866 m s.l.m. su una parete rocciosa nel Vallone omonimo, da cui scaturisce una cascata visibile anche dal primo tornante della SS 368 che collega Bagnoli Irpino al Piano Laceno. La grotta funge da emissario per il Lago Laceno, che vi riversa le sue acque attraverso l'inghiottitoio di Ponte Scaffa (BRANCACCIO L. & CINQUE A. 1988; BELLUCCI F. et Al. 1983).

Il sistema ipogeo, che si estende per circa 4.000 m, fu scoperto e in gran parte esplorato da Giovanni Rama intorno al 1930. Presenta uno sviluppo planimetrico sub-orizzontale, con un orientamento approssimativo est-ovest e un dislivello massimo di 202 m.

Una delle zone più affascinanti dell'intero antro è senza dubbio l'area d'ingresso, che presenta due aperture: l'Ingresso alto, da cui si accede attualmente, e l'ingresso basso, da cui l'acqua fuoriesce nei periodi invernali. Dall'ampio ingresso, che raggiunge un'altezza di 50 m, inizia il percorso verso l'interno.

Alla fine del suo sviluppo, il sistema carsico si avvicina al Piano Laceno, dove è previsto l'apertura di un ingresso artificiale nei pressi dell'inghiottitoio di Ponte Scaffa.



Fig. 5 - L’ingresso basso della Grotta del Caliendo (http://www.laceno.org/)


Sfortunatamente, recentemente, la grotta ha visto un aumento significativo di visitatori, spesso in modo incontrollato, portando così a una compromissione dell'ambiente sotterraneo. Si avverte quindi, in modo sempre più pressante, la necessità di attuare iniziative volte a tutelare la grotta e a regolarne l'accesso. È sempre obbligatorio essere accompagnati da guide esperte durante la visita.

Sito n. 5: Altopiano di Laceno

L’altopiano di Laceno (fig. 6), attrezzato come un villaggio alpino, è una meta per il soggiorno invernale degli appassionati della montagna e rappresenta uno dei luoghi montani più affascinanti dell’intera regione. È situato all’interno di una valle circondata da rilievi calcarei formati dall’azione combinata della tettonica e del modellamento carsico. Qui si possono trovare numerose grotte, colline dolcemente ondulate, doline, oltre a pianori, sorgenti e torrenti che talvolta scorrono in modo sinuoso e aspro, altre volte in modo calmo e silenzioso. Lungo i versanti dei rilievi si possono osservare valli sospese, resti di antiche valli interrotte da eventi tettonici e riformate dalle acque che scorrono. Alla loro base, frequentemente, si sono formate conoidi detritico-alluvionali dalla caratteristica forma a ventaglio. Il fondo dell’altopiano è in parte occupato da un lago naturale la cui estensione varia in base alle precipitazioni.


Fig. 6 - L’altopiano di Laceno


Numerosi sono i siti naturalistici di grande valore ambientale e di concreta accessibilità che rendono questo luogo un autentico paradiso per gli amanti dell'escursionismo naturalistico. Le destinazioni più affascinanti includono il M.te Cervialto (1809 m. s.l.m.), la cui cima offre una vista di straordinaria bellezza che si estende fino al mar Tirreno e all'Adriatico, insieme alle vette della montagna Grande (1507 m. s.l.m.) e del M.te Raiamagra (1667 m. s.l.m.).

Conclusioni

I tratti geologici e la fenomenologia carsica descritti in questo articolo possono rappresentare un'opportunità per uno sviluppo sostenibile, mediante la realizzazione di progetti di itinerari di fruizione scientifico-culturale (geoturismo), in accordo con la salvaguardia delle risorse naturali di cui il Parco dei M.ti Picentini è particolarmente ricco, soprattutto per le loro peculiarità.

Aspetti geologici e geomorfologici che meritano una attenzione particolare in questo territorio sono:

a) la presenza di rilievi testimoni degli eventi geologici mesozoici e cenozoici;

b) il carsismo, specialmente ipogeo, che annovera il sistema carsico delle grotte del Caliendo tra i più importanti in Campania;

c) l’evoluzione Plio-Pleistocenica del paesaggio, in particolare lungo i principali rilievi e nelle zone intramontane.

Alle valenze geologiche si aggiungono la presenza di numerosi Siti di Interesse Comunitario, di Zone di Protezione Speciale, dell'Oasi WWF di Senerchia, i quattro fiumi importanti - il Sabato, l'Ofanto, il Calore, il Sele – la ricchezza della Biodiversità, la presenza di risorse storico architettoniche di pregio, soprattutto edifici di culto come il Santuario del SS. Salvatore, il Convento di S. Francesco a Folloni, nei dintorni di Montella, il Santuario di S. Gerardo Maiella, a Materdomini, la vicina Abbazia del Goleto, il fenomeno dell'incastellamento. Non va dimenticato infine, che il territorio è ricco di testimonianze archeologiche, che vanno dalla Preistoria all’età medievale.

Inoltre, i vini DOCG Fiano di Avellino e Taurasi, i formaggi di qualità, i prodotti del sottobosco, gli allevamenti allo stato brado e la presenza di attività ristorative, sono tutte risorse che costituiscono un punto di forza su cui poter contare.

I geositi visitati in questo itinerario dovrebbero essere quindi protetti da qualsiasi modificazione irreversibile e nel contempo valorizzati, nella prospettiva di promuovere il progresso economico, sociale e culturale delle popolazioni di quest’area ricca di bellezze naturali.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


BELLUCCI F., BRANCACCIO L., CELICO P., CINQUE P., GIULIVO I., SANTO A.,TESCIONE M. (1983) – L’evoluzione geomorfologica, carsismo e idrogeologia della grotta del Caliendo (Campania). Le Grotte d’Italia, Bologna (4), XI.

BELLUCCI F., et Al..(1989) – Evoluzione geomorfologica e carsismo della Grotta di Candraloni. Atti del XV Congresso Nazionale di Speleologia.

BRANCACCIO L., CINQUE A. (1988) – La grotta Bocca di Caliendo nel quadro morfoevolutivo del massiccio del Cervialto. L’Appennino Meridionale, Annuario del CAI, Napoli.

BUDETTA P, DUCCI D. & CORNIELLO A (2008) – Relazione carta dei Geositi. In: Progetto Database territoriale, Unione Europea, Repubblica Italiana, Regione Campania e Parco Regionale dei Monti Picentini.

CATALDO G. (2007) - Ricerche nel Parco Regionale dei Monti Picentini per l’individuazione di siti e itinerari geologici - Università di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze della Terra. Tesi di Laurea in Scienze Geologiche, Napoli.

CIVITA M. (1969) – Idrogeologia del Massiccio del Terminio-Tuoro (Campania). Mem. e Note Ist. Geol. Appl., Napoli, 11.

CELICO P. & RUSSO D. (1981) – Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino). Boll. Soc. Natur., Napoli, XC.

PESCATORE et Alii (1970) – Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. Nat. Napoli 78,


giovedì 12 giugno 2025

Ritorno a Punta Pagliarolo (Lago, S. Maria di Castellabate)




La scogliera di Punta Pagliarolo





Il Cilento è una regione caratterizzata da una ricca storia, una natura incontaminata e un'importante tradizione scientifica. Oltre ai suoi celebri paesaggi e ai borghi storici, presenta anche un patrimonio geologico di straordinario valore.

Tra le sue testimonianze più affascinanti c'è la Formazione di S. Mauro, una sequenza sedimentaria di epoca miocenica che appartiene al flysch cilentano.

Uno degli affioramenti più spettacolari e facilmente accessibili si trova a Punta Pagliarolo, nella zona del Lago di Santa Maria di Castellabate, dove la geologia si manifesta con tutta la sua potenza ed eleganza.

Durante una recente giornata al mare trascorsa con la mia famiglia, ho avuto l'opportunità di tornare all'affioramento di Punta Pagliarolo, nella zona del Lago di S. Maria di Castellabate, uno dei tratti più affascinanti della costa dove la Formazione di S. Mauro emerge in modo evidente.

L'escursione, inizialmente concepita come un momento di svago, si è rapidamente trasformata in un'importante occasione di osservazione. Ho scattato alcune fotografie e raccolto campioni rocciosi da analizzare in seguito, prestando attenzione a dettagli che in passato mi erano sfuggiti.



Il ritorno a questo affioramento ha avuto per me un significato particolare: ero stato qui per la prima volta molti anni fa, da adolescente, durante una delle mie prime esplorazioni geologiche.

Ritrovarmi di nuovo di fronte a quelle stesse rocce ha suscitato in me una forte emozione, un senso di continuità e di meraviglia che il tempo non ha intaccato.




La Formazione di S. Mauro La Formazione di S. Mauro risale al Miocene inferiore (Aquitaniano–Burdigaliano) ed è considerata una delle unità sedimentarie del Complesso del Cilento, costituita da materiali torbiditici depositati lungo il margine di una scarpata sottomarina profonda. Caratteristiche litologiche principali: Arenarie grigio-giallastre, a grana media o fine, spesso feldspatiche; Peliti e marne grigie, che si alternano regolarmente alle arenarie.

Strutture sedimentarie torbiditiche, come le sequenze di Bouma (Ta–Te), con ripples, laminazioni parallele e gradazioni normali.







La successione stratigrafica







Presenza di fossili planctonici e tracce fossili (Chondrites, Zoophycos), che indicano ambienti marini profondi e scarsamente ossigenati. Dal punto di vista strutturale, la Formazione è fortemente inclinata e fratturata, con pieghe a piccola scala e faglie inverse o trascorrenti legate alla compressione appenninica.


Punta Pagliarolo: un laboratorio geologico naturale Situata lungo la costa rocciosa a nord della spiaggia di Lago, Punta Pagliarolo è facilmente accessibile a piedi da via Lungomare Bracale. Qui, le rocce della Formazione di S. Mauro affiorano in modo continuo, creando pareti e terrazze marine scolpite dall’erosione.


Cosa si può osservare sul campo: Stratificazione inclinata a 30–40° verso NE, con contatti netti tra livelli di arenaria e pelite; Sequenze torbiditiche complete, ben esposte e misurabili; Strutture di carico, flame structures, e deformazioni sin-sedimentarie; Fratture e pieghe a scala mesoscopica, che raccontano la storia tettonica successiva alla deposizione. Particolarmente affascinanti, e forse ancora più evidenti oggi, sono le sculture alveolari che segnano le superfici delle arenarie: piccole cavità e strutture a nido d’ape modellate nel tempo dall’erosione marina.

Queste forme, così delicate e complesse, testimoniano l’azione continua degli agenti naturali sulla roccia e aggiungono un ulteriore livello di bellezza e complessità all’affioramento.




Sculture alveolari









Importanza scientifica e conservazione



L’affioramento di Punta Pagliarolo è fondamentale per:



Comprendere i processi deposizionali torbiditici del margine appenninico neogenico;



Studiare la tettonica post-deposizionale delle unità cilentane;



Favorire la divulgazione scientifica del patrimonio geologico del Parco del Cilento.





Tuttavia, come molte aree costiere, è soggetto a erosione marina e a interventi antropici. Sarebbe auspicabile un’azione di tutela e valorizzazione, ad esempio tramite la creazione di itinerari geoturistici segnalati o l’inserimento del sito in una rete di geositi regionali.






Conclusione

Punta Pagliarolo rappresenta una finestra eccezionale sul passato geologico del Cilento. In pochi metri quadrati si condensano milioni di anni di storia geodinamica, sedimentaria e tettonica.

Coniugare conoscenza scientifica e valorizzazione ambientale è il modo migliore per custodire questo patrimonio, rendendolo accessibile a tutti.

Questo ritorno sul campo, seppur breve e spontaneo, mi ha ricordato quanto ogni contatto diretto con il terreno possa risvegliare la curiosità e l’emozione che stanno alla base di ogni autentico interesse scientifico.

Anche dopo anni, la geologia continua a parlarmi — e quei luoghi, come Punta Pagliarolo, restano punti fermi nella mia personale mappa di scoperte.






Bibliografia e riferimenti



Bonardi, G., et al. (1988). Le Unità strutturali del Cilento nel quadro dell’Appennino meridionale. Mem. Soc. Geol. It.



Pescatore, T., et al. (1999). Geologia del flysch cilentano. Italian Journal of Geosciences.



Aiello, G., & Barra, D. (2007). Esempi di sedimentazione torbiditica nel Cilento costiero.



Boll. Soc. Geol. It. Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, Foglio 504 "Agropoli" – ISPRA.