domenica 25 maggio 2025

A spasso tra gli olistoliti: le mie avventure geologiche sul flysch di Castelvetere



Hai mai osservato come, durante una passeggiata, ci si possa imbattere in qualcosa di inaspettato? A me è successo più volte mentre esploravo tra i pendii del Monte Tuoro, nella sua parte settentrionale, dove il paesaggio racconta una storia antica… non attraverso le parole, ma tramite le rocce. In particolare, attraverso quei massi enormi e un po' "fuori posto" noti come olistoliti. Una parola che potrebbe sembrare estratta da un libro di Harry Potter, ma che in realtà si riferisce a frane sottomarine, faglie e a un'epoca in cui tutto era coperto dal mare.





Cos’è un olistolite, detto semplice

Allora, iniziamo dal nome insolito: olistolite. Sembra una parola magica, lo riconosco. Tuttavia, deriva dal greco e significa qualcosa come “pietra scivolata”. Questo già ci fornisce molte informazioni.

Immagina di avere un vasto strato di sedimenti sul fondo del mare, in un ambiente tranquillo. Poi, a un certo punto, accade qualcosa – un terremoto, una frana sottomarina, o anche solo l’instabilità del suolo – e un grande blocco di roccia si stacca da una parete vicina e scivola (o meglio, rotola) giù per i fondali, finendo in mezzo a strati più “morbidi”, ancora in fase di formazione. Qual è il risultato? Un grande masso completamente diverso dalle rocce circostanti, posizionato lì come se fosse caduto dal cielo.



Ecco, quello è un olistolite. Un infiltrato geologico. Una sorta di “intruso” che narra storie lontane da quelle della roccia che lo circonda. Osservandoli da vicino, sembrano quasi dei mini mondi geologici separati, e proprio per questo sono estremamente affascinanti da studiare.












Nel flysch di Castelvetere – quella zona a nord del Monte Tuoro dove ho avuto modo di esplorare più volte – gli olistoliti non solo sono presenti, ma sembrano quasi collocati lì appositamente per suscitare curiosità. Alcuni sono enormi, altri più discreti, ma tutti condividono una caratteristica: non dovrebbero trovarsi lì. Ed è proprio per questo motivo che vale la pena osservarli da vicino.

E se ti avventuri verso le aree di Chiusano, Castelvetere e Montemarano, noterai che questa "stranezza geologica" non è affatto rara. Infatti, la regione è una vera e propria raccolta di olistoliti. Alcuni di essi sono enormi e facilmente visibili anche da lontano – sembrano piccole colline isolate – mentre altri si mimetizzano meglio, ma basta osservare con un po' di attenzione per scoprire che sotto i tuoi piedi ci sono blocchi di calcari o marne completamente diversi dal flysch che li circonda. È come se la montagna avesse creato un puzzle… con pezzi presi da altre scatole!

In particolare, nella zona tra Castelvetere e Montemarano, ho rinvenuto olistoliti con strutture davvero singolari: strati piegati, fagliette interne e superfici di contatto molto nette, come se fossero stati collocati lì intenzionalmente. Alcuni di questi blocchi sembrano narrare un viaggio lunghissimo, iniziato forse a chilometri di distanza da dove si trovano ora. E questo, per un appassionato di geologia, è come scoprire una bottiglia con un messaggio all'interno.





Il flysch di Castelvetere: un terreno che racconta

Quando percorri la zona tra Castelvetere, San Mango e Chiusano, magari con uno zaino sulle spalle e lo sguardo parzialmente attento alle pietre lungo il sentiero, non ti aspetteresti che sotto i tuoi piedi si stia svolgendo un’intera serie di eventi geologici. Eppure è così. Il flysch di questa area – in particolare quello di Castelvetere – è un libro aperto per chi sa interpretarlo. O almeno, per chi ci prova, come me.

Il flysch, in termini semplici, è una successione di rocce sedimentarie formatesi in un ambiente marino profondo, a seguito di imponenti movimenti di sedimenti che scivolano giù dalle scarpate sottomarine. Qui si alternano strati duri e morbidi: arenarie, marne, argille, conglomerati e occasionalmente qualche intercalazione calcarea che interrompe il ritmo. È un paesaggio che narra di instabilità, accumulo rapido e continue interruzioni. Un contesto ideale, insomma, per ospitare gli olistoliti come quelli che ho osservato sul campo.

Nel territorio di Castelvetere, il flysch emerge in modo spettacolare: lungo i sentieri, nei tagli delle strade, o semplicemente sui pendii che si affacciano sul Monte Tuoro. Le stratificazioni sono spesso molto inclinate, a tratti piegate, e in alcuni punti ho trovato anche superfici di scivolamento ben conservate, dove probabilmente interi pacchetti di sedimenti sono scivolati l’uno sull’altro, come le pagine di un quaderno bagnato.

Quello che mi colpisce è che ogni metro quadrato di questo terreno sembra comunicare: “Aspetta, non è finita”. Perché sotto uno strato che appare banale, può celarsi un olistolite, una struttura deformata, una piccola faglia, o semplicemente un cambiamento di facies che ti costringe a rivedere tutto.

E poi c’è la luce. Nei pomeriggi invernali, con il sole basso, le stratificazioni del flysch si illuminano di colori caldi, dal grigio all’ocra, e gli olistoliti – in particolare quelli bianchi o verdastri – sembrano quasi risplendere nel contrasto. È in momenti come questi che realizzi che la geologia non è solo scienza, ma anche una forma di bellezza.




La mia esplorazione: scarponi, appunti e tanta curiosità

Tutto è iniziato con una mappa spiegazzata, un paio di scarponi affidabili e una domanda: cosa ci fa quel blocco lì, in mezzo al flysch? Da quel momento, ogni uscita sul campo è diventata un piccolo viaggio nel tempo, tra pendii fangosi, sentieri nascosti e rocce che comunicano più di quanto si possa pensare.



Ho iniziato a esplorare sistematicamente la zona a nord del Monte Tuoro, proseguendo poi verso Chiusano, San Mango, e tutta la fascia collinare che circonda Castelvetere. Con taccuino, martello geologico, cellulare e GPS in mano, ho annotato ogni olistolite significativo: dimensioni, forma, tipo di roccia, contatto con il flysch, struttura interna. Alcuni giorni sono stati entusiasmanti, altri più frustranti (soprattutto quando il terreno si trasformava in un campo di fango e le tracce svanivano nel nulla). Ma ogni volta tornavo a casa con la sensazione di aver scoperto qualcosa di nuovo.




CHIUSANO

Ricordo ancora la prima volta che ho incontrato uno degli olistoliti a facce irregolari di Chiusano: sembrava un meteorite caduto lì per caso. Mi sono seduto accanto, ho estratto il blocco da disegno e ho iniziato a schizzare la struttura. Le fratture interne, le discontinuità, l’inclinazione rispetto agli strati circostanti… tutto raccontava di movimento, urto, energia.

Durante una delle mie escursioni sul campo, nel territorio di Chiusano, ho avuto l'opportunità di osservare olistoliti che mi hanno lasciato letteralmente senza parole. Non solo per le dimensioni – alcuni sono davvero imponenti – ma soprattutto per la forma: blocchi a facce irregolari, spigolosi, quasi "spaccati" in alcuni punti, come se si fossero rotti durante il trasporto sottomarino. A differenza di quelli più arrotondati e massicci che si trovano più a valle, questi sembrano aver vissuto un passaggio turbolento, come se fossero stati trascinati e sbattuti qua e là prima di fermarsi.

In alcune circostanze, ho potuto notare anche segni di superfici di scivolamento e piccole fratture interne, chiari indicatori che quei blocchi non si sono semplicemente "posati" lì, ma sono stati parte di un movimento complesso, probabilmente associato a dinamiche gravitazionali sottomarine piuttosto intense.








C’è persino un blocco – lo chiamo "l’irregolare di Chiusano" – che appare come una piramide schiacciata su un lato. Ogni volta che ci torno lo osservo, quasi come se fosse un vecchio amico: è lì, silenzioso, ma comunica più lui con le sue fratture di mille parole.











CASTELVETERE

A Castelvetere, invece, è stata la dolcezza delle forme a colpirmi. Blocchi grandi, lisci, tondeggianti, immersi con calma nel flysch come se fossero sempre stati lì. Uno in particolare, a margine di un piccolo oliveto, sembrava un delfino addormentato nella terra. Lì ho incontrato anche un contadino anziano che mi ha chiesto, sorridendo: “Stai cercando l’oro?”. Gli ho risposto: “Più o meno, sì. Ma lo trovo dentro le pietre”.










Qui la situazione diventa molto affascinante. In un'area relativamente limitata, ho osservato la coesistenza di vari tipi di olistoliti: blocchi con facce irregolari, spigolosi e fessurati – simili a quelli di Chiusano – accanto a olistoliti sferici o sub-sferici, lisci e levigati, che ricordano grandi ciottoli incastonati nel flysch.

Questa coesistenza rappresenta un segnale significativo: non si tratta di un singolo evento franoso, ma probabilmente di una serie di episodi verificatisi in momenti diversi, forse anche con origini litologiche e cinematiche distinte.

È come se il territorio stesso fungesse da archivio di eventi sottomarini, con blocchi che testimoniano frane rapide e violente accanto a elementi che suggeriscono trasporti più lenti, rotolamenti o addirittura slittamenti “dolci”. La geodiversità di quest'area è straordinaria, e più ci si addentra, più ci si rende conto che ogni olistolite narra una parte diversa di una stessa storia geologica complessa e stratificata.








Mi piace pensare che Castelvetere ospiti gli olistoliti “anziani”, quelli che hanno fatto pace con il loro destino e si sono lasciati modellare. Mentre Chiusano conserva i ribelli, ancora spigolosi e pieni di cicatrici geologiche.

Due facce della stessa storia di mare, frane e tempo profondo.




SAN MANGO

Ma la storia non termina qui. Durante i miei rilievi tra Castelvetere e San Mango sul Calore, ho documentato una terza "categoria" di olistoliti che appare quasi come un compromesso tra i due estremi: blocchi stratificati ma massicci, con strati chiaramente visibili, spesso piegati o inclinati, ma ancora solidi e compatti come una fortezza.

Questi rappresentano i testimoni più eloquenti del caos geologico che ha plasmato quest’area. In alcuni casi ho rinvenuto calcari a stratificazione parallela, ben conservati, che sembrano essere stati staccati quasi per intero da un'origine remota e poi adagiati (o forse scaraventati!) nel mezzo del flysch.










Altri, ancora più affascinanti, mostrano pieghe sinclinali e anticlinali al loro interno, come se fossero stati modellati prima del distacco o deformati durante il trasporto.

Uno in particolare, situato non lontano da un sentiero secondario sopra San Mango, assomiglia a un enorme libro di pietra chiuso bruscamente a metà.











Ho dovuto arrampicarmi tra cespugli e pietraie per raggiungerlo, ma ne è valsa la pena: sembrava un castello in rovina, con gli strati come mattoni scolpiti dal tempo.

Questi olistoliti stratificati, a differenza dei blocchi più caotici, sembrano voler narrare per strati ciò che hanno vissuto: prima la loro origine sedimentaria, poi lo sradicamento, il viaggio sottomarino, e infine il riposo – se così si può dire – all'interno di un contesto geologico completamente diverso.




MONTEMARANO
Uno dei momenti più memorabili della mia esplorazione è stato senza dubbio l’incontro con l’olistolite di Montemarano. Isolato, quasi monumentale, emerge da una pendenza come un vecchio guardiano della valle.









È un blocco massiccio, di natura calcarea, con una struttura interna relativamente compatta, ma segnato da fratture verticali ben visibili che lo dividono quasi in settori. Quello che mi ha colpito è la sua posizione: un po’ “fuori asse” rispetto alle strutture circostanti, come se si fosse ferocemente incuneato nel flysch durante un evento di scivolamento particolarmente violento. La sua presenza rompe l’omogeneità del pendio, creando un vero contrasto visivo e geologico.






Perchè tutto questo è importante e affascinante



A questo punto potresti chiederti: perché trascorrere intere giornate a cercare blocchi di roccia "fuori posto" nel mezzo di un pendio, con lo zaino carico di taccuini e fango fino alle caviglie? La risposta è sia semplice che complessa. Gli olistoliti, in particolare quelli che si trovano in contesti complessi come il flysch dell’Irpinia, non sono semplicemente rocce. Sono indizi. Sono pezzi di un vasto puzzle, che ci assistono nel ricostruire la storia di un territorio, a comprendere com’era il paesaggio milioni di anni fa, quali erano le condizioni geodinamiche, e persino come si sono formati i rilievi che oggi osserviamo.

Questi blocchi raccontano di antichi fondali marini, di movimenti tettonici, di frane sottomarine colossali e di sedimenti che hanno viaggiato per chilometri prima di fermarsi. Studiare gli olistoliti significa interpretare i movimenti della Terra.

E nel caso specifico di Castelvetere, Chiusano, Montemarano e San Mango, implica anche riconoscere una varietà geologica rara, in cui diversi tipi di blocchi, forme e litologie coesistono in pochi chilometri quadrati, narrando storie diverse ma intrecciate. Ma c’è di più.

Queste ricerche sono fondamentali anche per la gestione del territorio per l’alto valore culturale che possiedono: camminare tra queste rocce è come visitare una biblioteca all’aria aperta, dove ogni masso rappresenta un capitolo di una storia profonda e ancora in gran parte da esplorare.

Ecco perché non mi stanco mai di tornare. Ogni nuova osservazione, ogni rilievo, ogni foto scattata al volo prima del tramonto, arricchisce questa narrazione silenziosa. E più la ascolto, più mi affascina.






Conclusioni: guardare il territorio con occhi nuovi



Dopo aver esplorato olistoliti di forme spigolose, arrotondate, stratificate e massicce, mi rendo conto che l'aspetto più affascinante di queste avventure è il modo in cui modifica la tua percezione del territorio.

Non osservi più semplicemente una collina, una pietra o un bosco. Scopri strati di tempo, movimenti profondi e storie che si intrecciano sotto i tuoi piedi. Comprendi che la Terra non è mai statica, ma un racconto in continua evoluzione, scritto con rocce e sedimentazioni.



Un dettaglio che trovo affascinante è che, proprio su alcuni di questi grandi olistoliti isolati, si sono arroccati paesi come Castelvetere e Montemarano.

È come se la storia umana si fosse legata a questi blocchi di roccia “fuori posto”, scegliendo proprio loro come fondamenta per vivere e costruire. La loro posizione dominante nel paesaggio non è solo scenografica, ma è anche un legame diretto tra geologia e cultura, tra passato remoto e presente.

Se vi trovate a Castelvetere, Chiusano, Montemarano o San Mango, vi consiglio di fermarvi un momento, magari accanto a un grande masso “strano”, e provare a immaginare: da dove proviene? Come è giunto lì? Quali eventi lo hanno fatto rotolare, scivolare o posare proprio in quel luogo?

Questi olistoliti sono un po’ come messaggi nel tempo, inviati da un passato remoto, pronti per essere raccolti da chi ha voglia di ascoltare.

E se, come me, vi sentite un po’ detective delle rocce, vi garantisco che questa area non vi deluderà mai. Perché ogni pietra ha una storia da narrare, basta saperla interpretare.

La cosa più bella, alla fine, è proprio questa: ogni escursione è un racconto diverso, fatto di sudore, intuizioni, errori, e piccole gioie da geologo di campagna.

E ogni blocco trovato è una pagina in più da aggiungere a questo diario di pietra.

















mercoledì 21 maggio 2025

Olistoliti del Flysch di Castelvetere: un Patrimonio Geologico da valorizzare e proteggere

 

Nei M. Picentini nord occidentali, nella zona del M. Tuoro, si trova un'area di grande interesse geologico dell'Appennino campano: la zona di Castelvetere. In questo luogo, le formazioni geologiche, in particolare gli olistoliti del flysch di Castelvetere che qui affiora, narrano una storia di milioni di anni di evoluzione geologica e costituiscono un patrimonio naturale unico che necessita di essere valorizzato e protetto. 

     

                                 Olistolite calcareo di Castelvetere sul Calore


Questo articolo analizzerà le caratteristiche di questi olistoliti, il loro significato scientifico, oltre alle opportunità di valorizzazione e tutela per garantire la conservazione di questo straordinario geosito.


Cosa sono gli Olistoliti?

Gli olistoliti sono massi o blocchi di roccia di ogni dimensione (fino a quelle di una piccola montagna) e di ogni tipo litologico, che, a seguito di eventi geologici come frane, sono stati distaccati dalla loro posizione originaria nella piattaforma carbonatica appenninica e trasportati all'interno di sedimenti più recenti di un bacino a sedimentazione terrigena risultando del tutto estranei ai sedimenti che li comprendono. 

Nell'area del M. Tuoro, propaggine più settentrionale dei monti Picentini, nella potente successione flyschoide ivi affioranti, si rinvengono diffuse masse olistolitiche, isolate o in gruppo, in una fascia di parecchi chilometri di estensione e larga qualche centinaio di metri. 

Queste masse calcaree affiorano come intercalazioni nella parte medio-bassa della successione miocenica, apparendo come speroni di roccia che si ergono sui sedimenti circostanti, da essi nettamente differenziati, in evidente giacitura secondaria risultando sradicati dal substrato e di dimensioni fino a diverse migliaia di metri cubi. 
Su di essi sono costruiti alcuni centri abitati e fanno da substrato di fondazione a diverse case coloniche isolate, lungo le principali arterie stradali. 

Nel caso specifico del flysch di Castelvetere, tali massi si trovano immersi in prevalenza nei depositi flyschoidi più grossolani tipo arenarie e conglomerati, che hanno colmato un bacino di mare profondo che ricopriva l'area durante il Miocene. 


Quelli più piccoli possono aver subito un trasporto di maggior entità mischiandosi a maggiori quantitativi di matrice sabbiosa e presentare un incipiente arrotondamento.


    Olistolite calcareo sferoidale


Gli elementi lapidei di maggiori dimensioni si sono arrestati ed affossati nei sedimenti clastici più prossimi alle aree di provenienza e mantengono una certa spigolosità. 



                                            Olistolite calcareo a facce irregolari

Si possono osservare litologie molto eterogenee, che includono rocce calcaree, dolomitiche, scisti, argille e arenarie, rivelando una notevole varietà di ambienti deposizionali e processi sedimentari ma le rocce prevalenti sono carbonatiche.

Il tipo litologico è lo stesso dei calcari bianchi di piattaforma e scarpata appartenenti alle formazioni marine mesozoiche affioranti nel gruppo dei M.ti Picentini. Si rinvengono: calcari detritici, calcari brecciati, calcareniti, calcilutiti, calcari dolomitici, calcari oolitici e pseudoolitici. L’età va dal Giurassico superiore al Cretaceo superiore; non si esclude la presenza di elementi calcarei di età più antica o più recente provenienti da zone limitrofe dove affiorano regolarmente in serie gli altri termini della successione carbonatica appenninica.


Significato geologico degli olistoliti 

Lo studio di questi corpi carbonatici permette di chiarire anche fenomeni di sprofondamento e accrescimento della crosta terrestre, oltre alle dinamiche di sollevamento e distensione delle terre emerse.

Gli olistoliti presenti nel flysch costituiscono un esempio notevole di come la dinamica tettonica e l'evoluzione geologica abbiano plasmato il paesaggio attuale. 

Questi blocchi di roccia non solo possiedono un elevato valore scientifico, ma rappresentano anche un elemento cruciale per comprendere i processi di deformazione avvenuti durante la formazione della catena appenninica, in particolare l'interazione tra le placche tettoniche africana ed eurasiatica.


Valorizzazione degli Olistoliti

La valorizzazione del geosito degli olistoliti di Castelvetere richiede una serie di interventi mirati a sensibilizzare il pubblico e promuovere un turismo sostenibile e scientifico. Tra le azioni possibili vi sono: 

1. Punti di Osservazione e Sentieri Geologici: Creazione di percorsi didattici che consentano ai visitatori di esplorare il geosito in sicurezza, con spiegazioni dettagliate sui fenomeni geologici. Le aree più significative saranno contrassegnate da pannelli informativi che illustrano le formazioni e la storia geologica. 

2. Progetti Educativi e Collaborazioni con Scuole: Iniziative didattiche nelle scuole locali e università, organizzando escursioni geologiche sul territorio per stimolare l'interesse dei giovani verso la geologia e la sua conservazione. 

3. Eventi e Conferenze: Organizzazione di eventi scientifici, conferenze e workshop sulla geologia dei Monti Picentini e sugli olistoliti, coinvolgendo esperti del settore per attrarre studiosi, appassionati di geologia e turisti curiosi. 

4. Turismo Sostenibile: Sviluppo di un'offerta turistica eco-compatibile che valorizzi il patrimonio geologico senza comprometterlo, prevedendo tour guidati, percorsi escursionistici e visite per gruppi di studenti o appassionati di geologia, con un focus sul rispetto dell'ambiente e sulla tutela delle risorse naturali.


Tutela del Geosito: misure necessarie


La salvaguardia del geosito degli olistoliti è essenziale per mantenere questo patrimonio naturale straordinario. Alcune misure fondamentali di protezione potrebbero comprendere: 

1. Protezione Legale: Integrare il geosito all'interno di un'area protetta per evitare la raccolta di campioni, la costruzione di infrastrutture invasive e altre attività che potrebbero compromettere le formazioni geologiche. 

2. Monitoraggio Ambientale: Attivare programmi di monitoraggio ambientale per analizzare gli effetti di fattori esterni come il cambiamento climatico, l'erosione e altre modifiche che potrebbero influenzare il sito. 

3. Coinvolgimento della Comunità Locale: È fondamentale coinvolgere la comunità locale nella gestione e nella protezione del geosito. Sensibilizzare le persone che abitano nelle vicinanze può promuovere la collaborazione per tutelare l'area da interventi dannosi e incoraggiare la cultura della conservazione. 

4. Reti di Collaborazione con Enti Pubblici e Privati: È cruciale che le istituzioni locali, come il Parco Regionale dei Monti Picentini, collaborino con università e associazioni scientifiche per la gestione del geosito, finanziando attività di ricerca e divulgazione.


Scheda del Geosito


Nome del Geosito: Olistoliti del Flysch di Castelvetere

Posizione: Monti Picentini nord, situati tra le province di Salerno e Avellino, in Campania, Italia.

Caratteristiche Geologiche:

• Tipo di Roccia: Flysch contenente olistoliti prevalentemente calcarei. 

• Epoca di Formazione: Miocene.

• Processi Geologici: Olistoliti formati da eventi di frana e trasporto durante fasi di deformazione tettonica.

• Significato Scientifico: Rappresentazione di eventi geologici complessi legati alla formazione della catena appenninica.

Dimensioni: Variabili, con olistoliti di diverse grandezze distribuiti su un’ampia area.

Accessibilità: Raggiungibile attraverso strade intercomunali e sentieri escursionistici. 

Valore Ecologico e Paesaggistico: Alta importanza, con paesaggi spettacolari e una ricca biodiversità locale.

Misure di Protezione: Inclusione in aree di tutela geologica e monitoraggio ambientale.


Conclusioni

Gli olistoliti del flysch di Castelvetere, ubicati nei Monti Picentini, costituiscono un patrimonio geologico di eccezionale rilevanza scientifica e culturale. La valorizzazione e la protezione di questo geosito sono fondamentali per mantenere viva la memoria geologica della Terra e per assicurare che le generazioni future possano continuare a studiare e apprezzare questo straordinario esempio di evoluzione naturale. 

In tale contesto, la collaborazione tra istituzioni, comunità locali e appassionati di geologia sarà determinante per costruire un futuro sostenibile per il sito, promuovendo al contempo un turismo consapevole e rispettoso del patrimonio naturale.


Puoi approfondire questo argomento leggendo:


venerdì 16 maggio 2025

Tra Storia e Roccia: Uno Sguardo Geoarcheologico sul Monte San Domenico



Nel centro dell'Irpinia, sul monte S. Domenico, rilievo del territorio di Chiusano di San Domenico, a un'altitudine di circa 800 metri, si possono osservare i resti del Castello e della Chiesa di San Domenico, emblematici di un passato medievale ricco di storia e leggende. Questo luogo non solo narra la storia di un antico maniero e di una chiesa dedicata al santo domenicano, ma fornisce anche un'opportunità per esplorare la geologia e l'ambiente circostante, che hanno avuto un impatto significativo sulla storia e sulla vita di questa comunità.


Il Castello di Chiusano: Guardia Longobarda

Eretto nel X secolo dai Longobardi, fu costruito sul monte S. Domenico per sorvegliare l'ampia area compresa tra le valli del Sabato e del Calore, in una posizione strategica che consentiva di monitorare l'antico Ducato di Benevento. Nel 1147, il feudo di Chiusano era di proprietà di Riccardo de Clusano, come indicato nel Catalogo dei Baroni. Successivamente, Giordano gli succedette, morendo nel 1278 e probabilmente sepolto all'interno delle mura del castello, che venne abbandonato poco dopo.


Un Viaggio nel Tempo

Oggi, i resti del Castello e la Chiesa di San Domenico sono un tesoro storico e culturale di inestimabile valore. Visitare questo luogo significa tuffarsi in una storia che risale al Medioevo, tra Longobardi, feudi e affascinanti leggende popolari.



M.te S. Domenico (lato est) - Resti del Castello





Inoltre, il sito offre una vista spettacolare sulla valle sottostante, rendendo la visita un'esperienza indimenticabile per chi ama la storia e la natura.

La geologia che sostiene la storia

Il mio interesse per il Castello e la Chiesa di San Domenico nasce non solo dal fascino delle loro rovine, ma anche dal contesto profondo e stratificato che le circonda: il legame indissolubile tra le strutture altomedievali e la geologia del luogo in cui sono state erette.

Durante le mie osservazioni, ho esaminato come la geologia abbia influenzato la scelta del sito stesso.

Il Monte San Domenico si trova ai piedi della falda nord del gruppo del Monte Tuoro-Luceto, una breve diramazione del versante ovest del Monte Calvarosa. La cima del monte presenta un’area pianeggiante dove, in epoca medievale, furono costruiti la chiesa e il castello.

La rupe, che raggiunge quasi gli 800 metri di altezza e ha un dislivello di circa 100 metri rispetto al fondovalle, si distingue nettamente dai morbidi terreni flyschoidi miocenici che la circondano.


M.te San Domenico (lato ovest)
I resti del castello e la chiesa



Il Monte San Domenico appare come una rupe solida e isolata, ben differente dai rilievi collinari più dolci che lo circondano. Questa particolare conformazione è dovuta alla presenza di un substrato calcareo mesozoico, tipico dell’Appennino meridionale, che offre una notevole resistenza meccanica e una bassa erodibilità.

Queste caratteristiche geotecniche spiegano perché, in epoca altomedievale, si scelse di fondarvi un castello e successivamente una chiesa: un luogo non solo difficile da attaccare, ma anche destinato a durare nel tempo. La vetta, una terrazza naturale, fu sfruttata per creare una base stabile, ideale per opere murarie significative.

Il substrato ha anche reso possibile il riutilizzo dei materiali lapidei: quando il castello perse la sua funzione difensiva, le sue stesse pietre – di calcare massiccio locale – furono utilizzate per costruire la Chiesa di San Domenico, creando così una continuità tra la struttura militare e quella sacra, che riflette una strategia insediativa ben ponderata.

La sommità, che è sia naturale che parzialmente modificata dall'uomo, è stata utilizzata per erigere il castello, che in seguito è stato affiancato da una chiesa.

In questo contesto, il sito rappresenta un chiaro esempio di come geologia, architettura e storia si intrecciano per creare una visione unitaria del paesaggio.
 

Chiesa e Castello: due strutture, un solo substrato

Uno degli aspetti più affascinanti che ho voluto esplorare è la connessione materiale tra il castello e la chiesa: si pensa infatti che la pietra usata per costruire la chiesa provenga proprio dal castello, ormai abbandonato. Ma oltre al semplice riutilizzo dei materiali, c’è qualcosa di più profondo: la sacralizzazione di un luogo già potente per la sua posizione.




Chiesa di San Domenico



Durante l'epoca longobarda e poi normanna, non era insolito che edifici religiosi sorgessero su siti difensivi, quasi a voler continuare a "proteggere" spiritualmente ciò che un tempo era difeso con la forza.

Un sito fragile, tra erosione e sismicità

L'Irpinia è conosciuta per essere un'area sismica e il sito del Monte San Domenico non fa eccezione. Le strutture rimaste mostrano chiaramente i segni del tempo, ma anche quelli di eventi sismici – come il terremoto del 1980 – che hanno cambiato radicalmente l'aspetto della chiesa. L’erosione della roccia e la vegetazione spontanea rappresentano oggi ulteriori minacce per la conservazione delle emergenze archeologiche.
 

L'importanza dello studio geoarcheologico

Lo studio geoarcheologico è davvero affascinante. Guardare un sito con un occhio geoarcheologico ci permette di interpretare i resti non solo come semplici strutture architettoniche, ma come vere e proprie manifestazioni di un legame profondo tra l'uomo e il paesaggio circostante. Ogni pietra, ogni traccia di muro, ogni pezzo di roccia affiorante racconta una storia di scelte, tecniche e necessità.


Continuo a esplorare per cercare di comprendere meglio:



• come l'insediamento si sia sviluppato nel corso del tempo,

• in che modo la geologia abbia influenzato la disposizione degli spazi e delle loro funzioni,

• quali materiali locali siano stati utilizzati e lavorati.



Spero che queste riflessioni possano aiutare a far crescere la consapevolezza riguardo al valore culturale, storico e ambientale del Monte San Domenico – un luogo dove la pietra racconta e la storia si fa sentire.




Per approfondire consultare:


https://www.academia.edu/37490335/M_te_San_Domenico_un_sito_dinteresse_geoarcheologico

https://www.academia.edu/resource/work/44762224

https://www.academia.edu/resource/work/44695008


mercoledì 14 maggio 2025

Chiusano di San Domenico tra leggenda, storia e contesto ambientale

Il centro urbano di Chiusano di San Domenico, situato a breve distanza da Avellino, è caratterizzato da numerosi siti di grande valore naturalistico e ambientale, che si trovano in aree di interesse storico, grazie alla presenza di un castello e di una chiesa rupestri; di valore naturalistico, per l'ampia estensione di boschi e la ricchezza di acque sotterranee; e di rilevanza geologica, per la particolare conformazione del territorio. Le origini del paese risalgono a tempi antichi. 

Le leggende raccontano le storie di un insediamento chiamato Cisauna, che risale all'epoca preromana, situato nelle località di Castelluccio e Civitelle, ai piedi del Monte Tuoro, distrutto dal console Lucio Scipione Barbato a causa di una ribellione contro l'autorità romana, come attestato da un'epigrafe trovata nella tomba degli Scipioni a Porta Capena a Roma, che menziona la distruzione delle città di Cisauna e Taurasia. 

Dopo questo evento bellico, il villaggio sarebbe stato ricostruito nella zona di Taggiano, dove fu eretto un tempio dedicato al dio Giano bifronte, che era aperto in tempo di guerra e chiuso in tempo di pace; da qui deriva il latino clusus jani, da cui ha origine il nome Chiusano. 

Infatti, nell'ampia area che comprende Civitelle, Castelluccio, Piana S. Agata e Taggiano, sono emerse numerose testimonianze archeologiche: tombe, ceramiche, monete e iscrizioni in latino, che dimostrano la sua frequentazione fin da epoche molto remote. 

Da Taggiano, i primi abitanti si trasferirono sulla  collina di S. Domenico, dove sorsero il castello e la chiesa in epoca longobarda. I primi documenti storici in nostro possesso risalgono all'XI secolo.


Chiesa di San Domenico

Successivamente, il paese si sviluppò più a valle, nell'attuale posizione, attorno alla chiesa di S. Maria degli Angeli, mantenendo ancora oggi elementi dell'antico assetto urbanistico rinascimentale e barocco.

I caratteri geologici e geomorfologici di questa area offrono una straordinaria bellezza e un'importanza scientifica e didattica che la rendono un'area di notevole interesse geoturistico. 

L'attrattiva principale risiede nella possibilità di insegnare le Scienze della Terra in modo esaustivo, grazie agli affioramenti ben conservati che consentono di interpretare il territorio sia in termini spaziali che temporali. L'analisi spaziale offre un'esperienza conoscitiva unica. La possibilità di seguire fisicamente la successione delle rocce e degli ambienti, di camminare sulle lagune mesozoiche, di esplorare una piana carsica, di scalare gli hum, ovvero le collinette che emergono dagli altopiani, di scendere in una dolina o di studiare una falda detritica tagliata da valloni, e di comprendere il controllo strutturale del paesaggio, rappresenta esperienze altamente formative. 

I luoghi più affascinanti si trovano in aree panoramiche dove sono evidenti i rapporti tra le diverse unità geologiche, le strutture tettoniche, l'erosione delle rocce calcaree, le successioni sedimentarie significative, gli affioramenti di calcari con fossili, le macroforme carsiche e le sorgenti, spesso integrate con emergenze storiche e aree ricreative. 

L'area è anche caratterizzata da una notevole abbondanza d'acqua. Le numerose sorgenti, con acque di qualità eccezionale, sono state storicamente sfruttate dagli abitanti delle montagne. I monti calcarei del Terminio-Tuoro rappresentano una delle strutture idrogeologiche più significative dell'Appennino meridionale: da essa si originano flussi sotterranei che, al contatto con i depositi arenacei e argillosi del flysch di Castelvetere, danno origine alle sorgenti più importanti di Chiusano, Cassano e Volturara Irpina. 

Si tratta quindi di un vero e proprio museo naturale a cielo aperto, di eccezionale interesse per la ricerca e l'insegnamento.

In questo contesto, si può prendere in considerazione un percorso naturalistico che, partendo da Chiusano, si sviluppa verso sud-est nell'area montuosa, lungo un tragitto di circa 7 km, con un dislivello di quasi 800 metri. 

La prima parte del cammino si snoda tra i calcari mesozoici e, superato un dislivello di circa 100 metri, si raggiunge la prima tappa, M. S. Domenico: l'itinerario segue l'antica mulattiera utilizzata dai pellegrini diretti alla Chiesa di S. Domenico e al castello longobardo. 


M.te S. Domenico e il castello

Questa rappresenta una testimonianza storica di grande valore culturale, ancora oggi percorsa dai fedeli in pellegrinaggio, dai pastori e, negli ultimi anni, anche da turisti ed escursionisti. La sosta è utile anche per una visione geologica e geomorfologica complessiva della regione. 

Dopo aver lasciato il Santuario, e superato un dislivello di circa 150 metri, si giunge a Taggiano, un punto panoramico da cui è possibile osservare le relazioni tettoniche tra le diverse unità geologiche che compongono la piana del Dragone e il Terminio. 


Piana del Dragone e il Terminio
 

Il percorso continua fino a Piana S. Agata, un'area carsica di notevole importanza, identificabile come geosito, delimitata a sud dal M. Vena dei Corvi. È possibile visitare anche la sorgente della Pila nelle vicinanze. 


Piana S. Agata

Il tragitto prosegue risalendo in auto le pendici di M. Tuoro, una delle vette più elevate del gruppo dei Picentini e meta finale dell'itinerario. M. Tuoro è un terrazzo naturale di eccellenza panoramica, da cui si può ammirare la ricchezza ambientale circostante. 


Monte Tuoro

Dalla sua cima, si possono osservare i principali rilievi dell'Appennino campano: il monte Partenio si erge in primo piano, mentre le cime del Taburno-Camposauro e del Matese si stagliano all'orizzonte, con il Vesuvio e il golfo di Napoli visibili verso ovest. Inoltre, si possono vedere i corsi d'acqua dei fiumi Sabato e Calore, che incidono le formazioni mioceniche e plioceniche, confluendo nel fiume Volturno nei pressi di Benevento.

Esso può ben essere considerato quindi un luogo in cui la natura si conserva praticamente intatta, il belvedere ideale dal quale iniziare la scoperta delle bellezze naturali del Parco dei Monti Picentini.

L’itinerario, della durata minima di una giornata, al momento della sua attuazione, può essere integrato con iniziative culturali e soste eno-gastronomiche in strutture ricettive della zona che si distinguono per l’ospitalità e la rinomata produzione culinaria e che potrebbero stimolare flussi di studenti e persone interessate alla conoscenza del territorio e alla sua storia.



venerdì 9 maggio 2025

Un'escursione sul Terminio tra rocce, silenzi e meraviglie





Esiste una particolare forma di libertà che si sperimenta solo con lo zaino in spalla, quando il sentiero diventa incerto e davanti a noi si estende solo la natura, il silenzio e il mistero.

È questa sensazione che mi motiva a esplorare luoghi nascosti, cercando non tanto la meta, quanto l'esperienza del viaggio.

Così ho deciso di scoprire un angolo poco conosciuto ma sorprendente dell'Appennino campano: la Grotta di Candraloni, incastonata tra boschi e altopiani carsici del monte Terminio, in Irpinia.

Il Terminio è una montagna dal carattere deciso, ma mai ostile. Fa parte del massiccio dei Monti Picentini, nell'Appennino campano, ed è una zona che affascina per la sua natura aspra e plasmata dal fenomeno del carsismo.

Questo implica che il paesaggio che si attraversa è il risultato di milioni di anni di erosione chimica e meccanica della roccia calcarea, principalmente causata dall'acqua piovana.



Vista panoramica del Terminio e della piana del Dragone



Camminando lungo i suoi altopiani si possono osservare doline profonde, fratture naturali, grotte e inghiottitoi: una vera palestra naturale per chi ama la speleologia, la geologia e, più in generale, l'esplorazione.

È un paesaggio che non si limita a essere bello, ma racconta una storia, strato dopo strato, frattura dopo frattura.

Ho iniziato il mio itinerario dalla piana del Dragone presso il centro di Volturara Irpina, diretto alla piana di Verteglia, facilmente raggiungibile in auto e punto di partenza più comune per le escursioni.

E’ un percorso tra faggi maestosi quasi nascosto dalla vegetazione. Poi, all'improvviso, il bosco si apre e rivela un mondo diverso: gli altopiani carsici. Questi sono vasti, rocciosi e silenziosi.



Piana del Dragone



È l’altopiano noto come Piano di Verteglia, che in passato ospitava attività agricole e pastorali stagionali.

Un tempo, queste zone erano percorse dai transumanti; oggi, sono esplorate dagli escursionisti più curiosi.


Piana Verteglia



Qui il terreno assume un aspetto irregolare, caratterizzato da doline, crepe da cui emerge acqua, e piccole cavità in cui la vegetazione si dirada.



Dolina



La camminata diventa meditativa. Ogni passo richiede concentrazione, e ogni particolare merita un'ulteriore osservazione.

A volte si possono scorgere, attraverso spaccature nella roccia, piccoli corsi d'acqua sotterranei che riemergono per un breve istante, per poi scomparire nuovamente nel terreno. È come se l'acqua avesse plasmato questi luoghi con una pazienza infinita.



Torrente Candraloni



Dopo circa un’ora di cammino tra salite e discese con lievi dislivelli, giungo all'ingresso della Grotta di Candraloni.

Il suo aspetto imponente e particolarmente scenografico all'esterno, le conferisce un carattere unico. L'apertura è alta e larga, come se la montagna desiderasse parlarti.

La grotta si è formata attraverso la dissoluzione della roccia calcarea ad opera dell'acqua piovana arricchita di anidride carbonica che ha agito su calcari già fortemente frantumati a causa delle vicissitudini tettoniche della montagna.

Attualmente è ancora oggetto di esplorazione e mappatura: alcuni speleologi locali hanno individuato passaggi che si estendono per decine di metri sotto la superficie.



La grotta di Candraloni



Mi sono arrestato, a un certo momento, ed è in quel frangente che ho compreso il motivo per cui nutro una profonda passione per l'esplorazione: perché talvolta, per sentirsi veramente vivi, è necessario smarrirsi un poco.

L'esplorazione rappresenta per me molto più di un semplice passatempo. È qualcosa che mi porto dentro da sempre ed è il mio modo di interagire con il mondo, di ascoltarlo e di stabilire un legame autentico con la natura.

Non è necessario allontanarsi per vivere esperienze straordinarie: a volte basta osservare con maggiore attenzione ciò che ci circonda.

Il Terminio, con i suoi altopiani, le sue gole e le sue grotte nascoste, è uno di quei luoghi che possono trasformarti. Non ti colpiscono immediatamente con la loro bellezza, ma te la rivelano gradualmente, se sei disposto a guardare, ascoltare e lasciarti sorprendere.

Se ami camminare in ambienti autentici, dove la natura stabilisce ancora le sue regole, il monte Terminio potrebbe essere la tua prossima destinazione.

Porta con te solo l'essenziale, ma lascia spazio per la meraviglia. In questi luoghi, non sei tu a scoprire qualcosa: è il luogo che scopre te.


Sull'ingresso della grotta
















martedì 6 maggio 2025

Alla scoperta della Grotta di Candraloni: natura, escursione e tutela




Nel cuore del Parco Regionale dei Monti Picentini, tra verdi faggete e limpidi torrenti, si trova un luogo di eccezionale bellezza e mistero: la Grotta di Candraloni (Fig. 1). Questa formazione naturale si è creata attraverso un lungo processo geologico che ha modellato anche il paesaggio circostante.



Fig. 1 - Area circostante alla grotta




Istituito nel 1993, il Parco Regionale dei Monti Picentini è un'area protetta che si estende per oltre 60.000 ettari e comprende i comuni di Serino, Montella e Bagnoli Irpino. Il parco è caratterizzato da un paesaggio montano variegato e da una ricca biodiversità, con foreste di faggi, sorgenti limpide e animali selvatici come volpi, caprioli e aquile reali.

La grotta si trova sul monte Terminio, nei pressi del Rifugio Candraloni, ad un'altitudine di circa 1.250 metri. Qui le acque del torrente Candraloni scompaiono nel sottosuolo, creando un suggestivo salto nel buio.

Per raggiungere la grotta è possibile intraprendere un'escursione ad anello che parte dal Piano di Verteglia, un altopiano situato a circa 1.200 metri di altitudine. Il percorso, di difficoltà medio-facile, si snoda tra boschi di faggio e prati montani, offrendo panorami mozzafiato e la possibilità di avvistare la fauna locale.
 

Cenni di geologia e geomorfologia

Il massiccio del monte Terminio rappresenta un elemento fondamentale della struttura picentina, delimitato a ovest dalla valle del F. Sabato e a est dalla valle del Calore. Dal punto di vista geologico, fa parte dell'unità tettonica dei M. Picentini ed è circondato a nord, ovest ed est dai terreni del flysch di Castelvetere; a sud, è limitato dalla discontinuità strutturale che ha dato origine alla Piana del Dragone. È composto principalmente da calcari di retroscogliera mesozoici della Piattaforma sudappenninica.

La morfologia è estremamente variegata, caratterizzata da brusche alternanze di dirupi e creste rocciose, strapiombi e profonde incisioni, con ampi piani montani. Gli agenti che hanno modellato questo paesaggio sono stati principalmente la tettonica, responsabile della creazione di rilievi e depressioni interne. Successivamente, l'erosione subaerea causata dal gelo e il carsismo hanno ulteriormente differenziato il paesaggio, dando origine a profondi inghiottitoi e doline, soprattutto nelle aree con pendenze più dolci. Infine, il deposito di materiali piroclastici vesuviani ha ammorbidito le forme impervie, colmando le depressioni e favorendo la crescita di ampie coperture vegetali.


La morfologia della Grotta di Candraloni

La formazione della Grotta di Candraloni è frutto dell'erosione causata dall'acqua piovana che ha agito su rocce calcaree fortemente fratturate. Quando la pioggia cade, si arricchisce di anidride carbonica, formando acido carbonico. Questo acido interagisce con il carbonato di calcio presente nel calcare, dissolvendolo e creando delle cavità sotterranee. Col passare del tempo, queste cavità si ingrandiscono, portando alla formazione di inghiottitoi e grotte.

La grotta di Candraloni, che si apre con un ampio portale alto quasi 20 metri (fig. 2), ai piedi del versante meridionale del monte Terminio, funge da inghiottitoio intercettando le acque del torrente Candraloni.



Fig. 2 - Ingresso della grotta



Si sviluppa lungo un ramo principale (fig. 3) impiantato su una frattura tettonica che con direzione NW-SE attraversa calcari cretacei con sviluppo di circa 900 metri fino alla risorgenza del piano delle Acquenere, e un ramo affluente, all'interno dei quali si trovano ulteriori rami laterali più piccoli.
La sezione iniziale della grotta è quasi verticale e si collega, tramite una serie di salti a cascata, a un secondo tratto orizzontale; quest'ultimo ha una larghezza di 4-5 metri ed è percorso dal torrente che scorre tra riempimenti terrazzati, prima di arrivare a un stretto sifone terminale.


                                       Fig. 3 - Ramo principale della grotta (da AA.VV., 2005)



Nel suo sviluppo si osservano morfologie di crollo e interessanti strutture tettoniche come resti di piani di faglia che hanno implicazioni dirette con l'origine della cavità. E' presente attività idrica con stillicidio attivo a cui è legato concrezionamento di tipo stalagmitico.

L'esplorazione speleologica ha rivelato che la grotta costituisce un sistema idrogeologico tipico del Terminio, attraverso il quale le acque vengono trasferite dai pianori a quote più elevate verso quelli a quote più basse, tramite canali carsici sotterranei.


Valorizzazione e salvaguardia della Grotta di Candraloni

La Grotta di Candraloni non è solo una meraviglia della natura, ma anche un importante patrimonio ambientale che va tutelato e valorizzato affinché possa continuare a raccontare la sua storia alle generazioni future. In un'epoca in cui i cambiamenti climatici e l'attività umana minacciano molte aree naturali, proteggere luoghi come questo è più importante che mai. Il territorio carsico in cui si trovano le grotte è un delicato ecosistema in cui ogni elemento – dall’acqua al suolo, dalla vegetazione agli animali – è parte di un equilibrio complesso. L'inquinamento delle acque, il taglio indiscriminato della vegetazione e lo scarico di rifiuti lungo i sentieri rappresentano una minaccia reale per la salute dell'ambiente circostante.

Il Parco Regionale dei Monti Picentini ha avviato, nel corso degli anni, numerose iniziative di tutela ambientale, tra cui:
Regolamentazione degli accessi nelle aree più sensibili, per evitare il sovraffollamento e il degrado.
Educazione ambientale nelle scuole locali e durante le escursioni, per sensibilizzare i visitatori sull’importanza del rispetto della natura.
Collaborazione con gruppi speleologici e ambientalisti, per il monitoraggio dello stato delle cavità sotterranee.
Promozione di turismo sostenibile, con escursioni guidate e valorizzazione delle risorse locali (artigianato, enogastronomia, cultura).

La vera conservazione di luoghi come la Grotta di Candraloni nasce dalla responsabilità condivisa tra istituzioni, comunità locali e turisti. Tutti possono dare il loro contributo: scegliere percorsi rispettosi della natura, rispettare le regole del parco e raccontare l'importanza di queste aree attraverso blog, foto e testimonianze. Tutelare la Grotta dei Candraloni significa non solo preservare un tesoro naturale, ma anche educare le nuove generazioni al valore della bellezza, della scienza e del legame con il territorio. La conoscenza, unita all’esperienza diretta, è fondamentale per tradurre il rispetto per l’ambiente in un gesto quotidiano e duraturo.


Fruizione e visita alla Grotta di Candraloni: un’esperienza tra natura e scoperta

Visitare la Grotta dei Candraloni significa non solo osservare una meraviglia geologica, ma anche immergersi nell’esperienza sensoriale del paesaggio montano, nel silenzio dei boschi e nel fragore dell’acqua che scompare nel sottosuolo. Il punto di partenza più comune per le escursioni è il Piano di Verteglia, facilmente raggiungibile in auto da Montella (AV). Da qui parte un sentiero escursionistico ben segnalato che conduce al rifugio e alla grotta. Il percorso presenta un dislivello moderato e può essere affrontato anche da escursionisti principianti con un minimo di allenamento. Il percorso ad anello è lungo circa 2 km, con un dislivello di circa 100 m e una durata media di 3-4 ore (escluse le pause). Durante la passeggiata si attraversano boschi di faggio, radure panoramiche e zone ricche di acqua sorgiva. In autunno la zona è un tripudio di colori, mentre in primavera è dimora di fiori in fiore e uccelli cinguettanti.

Per una visita più consapevole e sicura si consiglia di partecipare a una visita guidata organizzata da un gruppo CAI locale, da una guida ambientale o da un'associazione locale.

L'ingresso all'interno della grotta è vietato perché pericoloso ed è consentito solo agli speleologi esperti in possesso di un permesso autorizzato. Si consiglia sempre di restare sui sentieri segnalati.

Questa visita richiede competenze specifiche, attrezzatura adeguata e l'accompagnamento di uno speleologo esperto.


Conclusioni

In conclusione, la Grotta di Candraloni non è solo un'importante risorsa per la comprensione del carsismo nell'Appennino campano, ma rappresenta anche una meta imperdibile per gli amanti della natura, offrendo un'esperienza autentica e un incontro straordinario tra la forza della terra e dell'acqua. Visitare questo luogo significa immergersi in un angolo di paradiso, ricco di bellezze naturali e opportunità di esplorazione.




RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI



Bellucci F., et Al..(1989) – Evoluzione geomorfologica e carsismo della Grotta di Candraloni. Atti del XV Congresso Nazionale di Speleologia.

Brancaccio L., Munno R., Paolillo G., Petrosino P., Rolandi G., Santangelo N. (1998) – Processi di erosione e sedimentazione nei campi carsici: un esempio dai Piani d’Ischia, M. Terminio, Italia Meridionale. Geograf. Fis. Din. Quatern. 21.

Budetta P, Ducci D. & Corniello A (2008) – Relazione carta dei Geositi. In: Progetto Database territoriale, Unione Europea, Repubblica Italiana, Regione Campania e Parco Regionale dei Monti Picentini.

Bonardi G.et al., (1988) – Carta geologica dell’Appennino meridionale. Mem. Soc. Geol. It., 41.

Calcaterra D., Ducci D., Santo A. (1994) -Aspetti geomeccanici ed idrogeologici nel settore sud-orientale del M.te Terminio (Appennino Meridionale).Geologica Romana, 30, Roma.

Cataldo G. (2008) – Un itinerario geoturistico nel Parco Regionale dei M.ti Picentini. Giorgio Cataldo. Academia edu.

Celico F., Celico P., Aquino S. (1994) - Carta della vulnerabilità all’inquinamento del massiccio carbonatico del Terminio-Tuoro (Campania) - scala 1:25.000. Atti del IV Convegno Internazionale di Geoingegneria “Difesa e Valorizzazione del Suolo e degli Acquiferi”, Politecnico di Torino 10-11 marzo 1994.

Celico P. (1983) - Idrogeologia dei massicci carbonatici, delle piane e delle aree vulcaniche dell'Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise, e Campania).Quaderno Cassa Mezz. Roma.

Civita M. (1969) – Idrogeologia del Massiccio del Terminio-Tuoro (Campania). Mem. e Note Ist. Geol. Appl., Napoli, 11.

Di Nocera S. et al., (2006) – Schema geologico del transetto Monti Picentini orientali-Monti della Daunia meridionali: unità stratigrafiche ed evoluzione tettonica del settore esterno dell’Appennino meridionale – Boll. Soc. Geol. It., 125

Ortolani F. (1974) - Assetto strutturale dei Monti Picentini, della valle del Sele e del gruppo di Monte Marzano-Monte Ogna (Appennino Meridionale). Implicazioni idrogeologiche. Boll. Soc. Geol. It., 94, Roma.

Pescatore et Alii (1969) – Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. Nat. Napoli 78.

Russo N., Del Prete S., Giulivo I., Santo A., editors (2005) - Grotte e speleologia della Campania. Federazione Speleologica Campana, Sellino ed. Avellino.

Santangelo N., Santo A. (2002) - Le risorse delle aree carsiche. In “L’ambiente Geologico in Campania” CUEN Ed. Napoli, pp. 253-285




domenica 4 maggio 2025

Il Patrimonio carsico del Parco Regionale dei Monti Picentini



Il Parco Naturale dei Monti Picentini, che si estende tra le province di Salerno e Avellino, è un angolo affascinante e poco conosciuto della Campania, dove la natura ha creato paesaggi straordinari. Una delle sue caratteristiche più sorprendenti è il fenomeno del carsismo, un processo geologico che ha dato vita a formazioni spettacolari come grotte, inghiottitoi, doline e piane carsiche. Ma cosa si cela dietro a queste meraviglie naturali? In questo articolo, ci immergeremo nel carsismo dei Monti Picentini, un fenomeno affascinante che ha plasmato il territorio in modo davvero unico.



Cos'è il Carsismo?

Il carsismo è un fenomeno naturale che si verifica quando l'acqua piovana, leggermente acida, entra in contatto con rocce calcaree solubili, causando la dissoluzione del carbonato di calcio in esse contenuto. Nei Monti Picentini, la presenza di queste rocce ha creato un paesaggio straordinario e affascinante, caratterizzato da un carsismo sia superficiale che sotterraneo. Questo processo si sviluppa principalmente in calcari mesozoici, che risalgono a un periodo compreso tra circa 190 e 65 milioni di anni fa.

Le Meraviglie Carsiche dei Monti Picentini

Le forme carsiche superficiali più interessanti sono principalmente costituite da ampie piane ricoperte di sedimenti piroclastici. Tra queste, le più vaste sono quelle del Dragone e di Laceno, situate nei massicci del Terminio-Tuoro e del Cervialto. All'interno di queste aree, l'accumulo delle acque piovane può dar vita a laghetti stagionali che, durante i mesi invernali, si formano e poi vengono lentamente assorbiti dal terreno.




Piana del Dragone



Altre forme carsiche superficiali sono le doline e gli inghiottitoi, che si formano quando una cavità sotterranea collassa, lasciando una depressione visibile sulla superficie. I Monti Picentini sono punteggiati da queste depressioni, che costituiscono uno dei fenomeni carsici più affascinanti. Gli inghiottitoi, invece, sono aperture nel terreno attraverso cui l'acqua sparisce, scomparendo nel sottosuolo e alimentando il sistema carsico sotterraneo. Questi inghiottitoi sono uno degli aspetti più misteriosi del carsismo, poiché nascondono un'intera rete di fiumi sotterranei che scorre invisibile sotto i nostri piedi.




Altopiano di Laceno



Quando si parla di carsismo profondo, i Picentini si distinguono per i loro vasti sistemi sotterranei, per lo più orizzontali, le cui dimensioni variano da pochi metri a diverse migliaia di metri. Le grotte rappresentano uno degli aspetti più affascinanti di questo territorio carsico. Tra le più famose, troviamo la grotta del Caliendo vicino al Lago di Laceno, la grotta di Candraloni sul monte Terminio e la grotta di S. Michele e Nardantuono sul Monte Raione, nota anche per il suo valore archeologico. All'interno di queste grotte sono stati scoperti reperti di grande rilevanza, che testimoniano la presenza umana in queste terre fin dal Neolitico. Queste meraviglie sotterranee si sono formate nel corso di milioni di anni, grazie all'erosione delle rocce calcaree da parte dell'acqua, creando un labirinto che continua a incantare studiosi e visitatori.



Grotta di Candraloni



Queste grotte sono famose per le loro spettacolari formazioni di stalattiti, che pendono dal soffitto, e stalagmiti, che si ergono dal pavimento. Queste meraviglie naturali si formano grazie alla lenta deposizione di minerali, in particolare carbonato di calcio, che l'acqua lascia dietro di sé quando evapora. Le stalattiti e le stalagmiti possono assumere forme incredibilmente affascinanti, spesso sembrando vere e proprie opere d'arte scolpite dalla natura nel corso dei secoli.


Un Patrimonio Geologico di Inestimabile Valore

Il patrimonio geologico dei Monti Picentini è davvero straordinario, non solo per la bellezza delle sue formazioni carsiche, ma anche per il suo valore scientifico. Queste montagne rappresentano una vera e propria "scuola di geologia all'aperto", dove si possono osservare da vicino i processi carsici in azione e le diverse fasi dell’evoluzione del paesaggio. Le rocce calcaree, formatesi milioni di anni fa, sono fondamentali per comprendere i fenomeni carsici che hanno plasmato la regione. Attraverso lo studio di questi processi, geologi e speleologi riescono a ricostruire la storia geologica di un'intera area e l’evoluzione del paesaggio nel corso del tempo.

Le grotte dei Monti Picentini, per esempio, fungono da laboratorio naturale, dove si possono ammirare stalattiti e stalagmiti che crescono a ritmi quasi impercettibili. Questi depositi, che si accumulano anno dopo anno, rappresentano una sorta di "registro" geologico che narra la storia dell’ambiente sotterraneo e dei cambiamenti avvenuti nel corso dei millenni. In questo senso, le grotte e le formazioni carsiche non sono solo un'attrazione turistica, ma anche una risorsa preziosa per gli studiosi della Terra.

Conclusioni

Il carsismo del Parco dei Monti Picentini è un patrimonio geologico di inestimabile valore. Le formazioni naturali che si sono sviluppate in queste montagne raccontano una storia millenaria di erosione e trasformazione, un processo che continua ancora oggi. Visitare i Monti Picentini significa immergersi in un paesaggio affascinante, dove la natura ha creato e continua a creare opere straordinarie sotto i nostri occhi.

Non sono solo un esempio di bellezza naturale, ma anche una risorsa culturale e scientifica. Le grotte, le formazioni rocciose e i paesaggi carsici hanno attratto geologi, speleologi e naturalisti da ogni angolo del mondo, che studiano come questi processi naturali abbiano modellato il territorio nel corso dei millenni. Inoltre, le testimonianze preistoriche, come quelle trovate nella grotta di S. Michele e Nardantuono, rendono questa zona un punto di riferimento per la comprensione della storia più antica di quest’area.

Per chi ha una passione per la natura, la geologia e la storia, questi monti rappresentano un autentico tesoro da esplorare.



BIBLIOGRAFIA


Bellucci F., et Al..(1989) – Evoluzione geomorfologica e carsismo della Grotta di Candraloni. Atti del XV Congresso Nazionale di Speleologia.

Brancaccio L., Munno R., Paolillo G., Petrosino P., Rolandi G., Santangelo N. (1998) – Processi di erosione e sedimentazione nei campi carsici: un esempio dai Piani d’Ischia, M. Terminio, Italia Meridionale. Geograf. Fis. Din. Quatern. 21.

Budetta P, Ducci D. & Corniello A (2008) – Relazione carta dei Geositi. In: Progetto Database territoriale, Unione Europea, Repubblica Italiana, Regione Campania e Parco Regionale dei Monti Picentini.

Bonardi G.et al., (1988) – Carta geologica dell’Appennino meridionale. Mem. Soc. Geol. It., 41.

Calcaterra D., Ducci D., Santo A. (1994) -Aspetti geomeccanici ed idrogeologici nel settore sud-orientale del M.te Terminio (Appennino Meridionale).Geologica Romana, 30, Roma.

Cataldo G. (2008) – Un itinerario geoturistico nel Parco Regionale dei M.ti Picentini. Giorgio Cataldo. Academia edu.

Celico F., Celico P., Aquino S. (1994) - Carta della vulnerabilità all’inquinamento del massiccio carbonatico del Terminio-Tuoro (Campania) - scala 1:25.000. Atti del IV Convegno Internazionale di Geoingegneria “Difesa e Valorizzazione del Suolo e degli Acquiferi”, Politecnico di Torino 10-11 marzo 1994.

Celico P. (1983) - Idrogeologia dei massicci carbonatici, delle piane e delle aree vulcaniche dell'Italia centro-meridionale (Marche e Lazio meridionali, Abruzzo, Molise, e Campania).Quaderno Cassa Mezz. Roma.

Civita M. (1969) – Idrogeologia del Massiccio del Terminio-Tuoro (Campania). Mem. e Note Ist. Geol. Appl., Napoli, 11.

Di Nocera S. et al., (2006) – Schema geologico del transetto Monti Picentini orientali-Monti della Daunia meridionali: unità stratigrafiche ed evoluzione tettonica del settore esterno dell’Appennino meridionale – Boll. Soc. Geol. It., 125

Ortolani F. (1974) - Assetto strutturale dei Monti Picentini, della valle del Sele e del gruppo di Monte Marzano-Monte Ogna (Appennino Meridionale). Implicazioni idrogeologiche. Boll. Soc. Geol. It., 94, Roma.

Pescatore et Alii (1969) – Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. Nat. Napoli 78.

Russo N., Del Prete S., Giulivo I., Santo A., editors (2005) - Grotte e speleologia della Campania. Federazione Speleologica Campana, Sellino ed. Avellino.

Santangelo N., Santo A. (2002) - Le risorse delle aree carsiche. In “L’ambiente Geologico in Campania” CUEN Ed. Napoli, pp. 253-285




venerdì 2 maggio 2025

Viaggio tra i depositi pliocenici della Valle del Calore


Nel cuore dell’Appennino campano, la valle del fiume Calore  si snoda tra dolci rilievi e paesaggi rurali, offrendo non solo scorci suggestivi ma anche preziose testimonianze della storia geologica del nostro Paese. Qui affiorano infatti depositi sedimentari risalenti al Pliocene, un’epoca compresa tra circa 5,3 e 2,6 milioni di anni fa.

Si tratta di strati di sabbie, argille e conglomerati che raccontano di un tempo in cui il territorio era occupato da mari poco profondi, in cui vivevano molluschi e altri organismi marini, oggi testimoniati da fossili perfettamente conservati. Lo studio di questi depositi permette di ricostruire l’evoluzione ambientale della zona e di comprendere i processi che hanno modellato l’attuale paesaggio appenninico.

Il fiume Calore: un modellatore di paesaggi

Il fiume Calore Beneventano, uno dei principali affluenti del Volturno, nasce dal M.te Accellica nei pressi di Montella, nel Parco Regionale dei Monti Picentini, e attraversa buona parte dell'Irpinia e del Sannio, disegnando vallate ampie e incassate nel rilievo, fino a confluire in sinistra idrografica nel Volturno presso Apollosa. Il suo corso ha avuto un ruolo fondamentale nella modellazione del territorio, contribuendo all’erosione, al trasporto dei sedimenti e alla formazione di terrazzi fluviali che testimoniano le fasi geologiche più recenti.

Ma prima ancora che il Calore scavasse la sua valle attuale, l’area era occupata da un bacino sedimentario che, nel Pliocene, riceveva materiali dalla catena appenninica emersa. È in questo contesto che si sono formati i depositi che oggi affiorano nella valle.

Cos'è il Pliocene?

Il Pliocene è un’epoca geologica che si estende da circa 5,3 a 2,6 milioni di anni fa e fa parte del periodo Neogene. Si tratta di un'epoca di grandi cambiamenti, durante la quale si vanno definendo molti degli elementi geografici e climatici che caratterizzano il mondo moderno. In Italia, il Pliocene coincide con una fase di graduale sollevamento dell’Appennino e con l’arretramento dei mari che, fino ad allora, occupavano vaste porzioni della Penisola.

Il clima era generalmente più caldo e umido di quello attuale, e il livello del mare variava a seconda delle oscillazioni climatiche. In molte zone dell’Italia centro-meridionale, come nella media valle del Calore, si depositarono sedimenti marini poco profondi, spesso ricchi di fossili che oggi ci permettono di ricostruire con dettaglio le condizioni ambientali del tempo.

Caratteristiche dei depositi della zona

I depositi pliocenici presenti nell’alta e media valle del Calore, cioè in quella fascia di territorio che si estende pressappoco dai centri irpini di Luogosano e Paternopoli fino a Benevento, si presentano sotto forma di potenti successioni sedimentarie visibili lungo i versanti collinari e nei tagli stradali. Questi affioramenti sono composti prevalentemente da sabbie giallastre, argille marnose e da livelli conglomeratici con ciottoli arrotondati, che testimoniano ambienti deposizionali differenti nel tempo.

Affioramento di arenarie giallastre con intercalazioni argillose presso Benevento.


Le caratteristiche litologiche indicano che questi sedimenti si sono formati in un ambiente di mare poco profondo, probabilmente un bacino marino interno o una piana costiera soggetta a variazioni del livello del mare. L’alternanza tra sabbie e argille suggerisce una dinamica deposizionale influenzata da trasgressioni e regressioni marine, cioè avanzate e ritiri del mare dovuti a cambiamenti climatici o tettonici.

Un aspetto particolarmente interessante è la presenza, nei livelli sabbiosi e argillosi, di fossili ben conservati di organismi marini: bivalvi, gasteropodi e talvolta resti di echinodermi e alghe calcaree. Questi resti fossilizzati non solo confermano l’origine marina dei sedimenti, ma offrono anche informazioni preziose sulla temperatura dell’acqua, sulla salinità e sulla biodiversità dell’epoca.

Nei depositi più sabbiosi si osservano spesso strutture di stratificazione incrociata e laminazioni orizzontali, tipiche di ambienti di marea o di fondali influenzati da correnti costiere. Le argille, invece, mostrano una stratificazione più regolare e fine, compatibile con la sedimentazione in acque più tranquille.

La successione sedimentaria mostra spesso un’inclinazione degli strati verso sud-est, legata alla deformazione dell’Appennino campano durante il sollevamento tettonico. Questo fenomeno ha reso visibili in superficie strati che un tempo erano profondamente sepolti, offrendo oggi agli studiosi una vera e propria “finestra” sul passato geologico.

Cosa ci raccontano questi depositi

I depositi pliocenici della valle del Calore non sono semplici accumuli di sabbia e argilla: sono veri e propri archivi naturali che conservano la memoria di antichi paesaggi e ambienti ormai scomparsi. Analizzandoli con attenzione, è possibile ricostruire l’evoluzione geologica, climatica e ambientale dell’Appennino meridionale durante il Pliocene.

Le rocce che oggi emergono nelle colline raccontano di un’epoca in cui gran parte della zona era sommersa da un mare interno. I fossili marini, le granulometrie e le strutture sedimentarie indicano un ambiente di piattaforma continentale, poco profondo, calmo ma soggetto a fasi di maggiore energia, probabilmente durante tempeste o maree.

Uno degli aspetti più significativi è la testimonianza del lento ma continuo sollevamento della catena appenninica, dovuto ai movimenti tettonici che interessano la penisola italiana da milioni di anni. I sedimenti, originariamente deposti in orizzontale sul fondo marino, sono stati progressivamente sollevati, piegati e talvolta fratturati, diventando parte integrante del paesaggio montano attuale.

Durante il Pliocene si assiste a un progressivo raffreddamento del clima globale, che porterà poi alle glaciazioni del Pleistocene. I depositi della valle del Calore registrano queste trasformazioni attraverso variazioni litologiche e faunistiche. Ad esempio, la comparsa di sedimenti più fini o privi di fossili marini può indicare una regressione del mare o l’avvento di condizioni più continentali.

Studiare questi antichi ambienti ci aiuta anche a comprendere meglio i processi geomorfologici attuali, come l’erosione, il rischio frane e la stabilità dei versanti. Inoltre, sapere che il territorio poggia su sedimenti marini relativamente teneri e deformabili può avere implicazioni importanti per la pianificazione urbanistica e la gestione del rischio sismico.

L’importanza scientifica e didattica

I depositi pliocenici della valle del Calore, pur non essendo tra i più conosciuti a livello nazionale, rappresentano un patrimonio geologico di grande valore scientifico. La loro accessibilità e il buon stato di conservazione li rendono anche un’eccellente risorsa per attività di studio, divulgazione e formazione, sia a livello scolastico che universitario.

Questi affioramenti permettono agli studiosi di analizzare in situ sequenze sedimentarie ben esposte, interpretare ambienti deposizionali, raccogliere campioni fossiliferi e confrontare i dati con quelli provenienti da altri bacini simili del Mezzogiorno italiano. Le informazioni ricavate contribuiscono alla ricostruzione paleogeografica dell’Appennino meridionale e al perfezionamento dei modelli evolutivi della catena.

Per le scuole e le università, la zona offre la possibilità di realizzare escursioni geologiche, laboratori sul campo e attività educative orientate alla scoperta del territorio. Camminare tra gli strati pliocenici, riconoscere una stratificazione, osservare un fossile direttamente sulla roccia è un’esperienza diretta e coinvolgente, capace di far comprendere concetti astratti come il tempo geologico e l’evoluzione del paesaggio.

Nonostante il loro valore, questi depositi restano spesso poco conosciuti e non adeguatamente tutelati. Una maggiore sensibilizzazione verso il patrimonio geologico locale potrebbe favorire iniziative di valorizzazione, come l’inserimento in itinerari naturalistici o geo-parchi, oltre che la promozione di una cultura della tutela del territorio, fondamentale in un’area fragile dal punto di vista idrogeologico.

Conclusioni

I depositi pliocenici della valle del Calore, sono molto più di semplici strati di terra e roccia: sono pagine di un racconto geologico che ci parla di mari scomparsi, di antichi climi, di trasformazioni lente ma profonde del paesaggio italiano. In un’epoca in cui la memoria storica sembra limitarsi a pochi secoli, la geologia ci ricorda che il tempo della Terra è fatto di milioni di anni e che il nostro presente è solo un istante in una lunga evoluzione.

Studiare e valorizzare questi affioramenti significa non solo approfondire la conoscenza del nostro territorio, ma anche imparare a rispettarlo e proteggerlo. La scienza del passato, quando è ben raccontata e condivisa, può diventare uno strumento prezioso per costruire una cultura ambientale solida e consapevole.