Introduzione
Il Castello di Avellino rappresenta uno degli elementi più
significativi del paesaggio storico della città e costituisce un punto di
osservazione privilegiato per analizzare le relazioni tra insediamento umano,
morfologia del territorio e substrato geologico. La fortezza, oggi conservata
in gran parte allo stato di rudere nonostante i recenti interventi di recupero
e valorizzazione, si colloca su una piccola altura isolata all’interno del
tessuto urbano moderno.
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Lato ovest del castello di Avellino a Piazza Castello
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L’interesse del sito non risiede esclusivamente nelle sue strutture architettoniche medievali, ma soprattutto nella relazione profonda tra il castello e il contesto naturale in cui esso si inserisce. La posizione della fortificazione, la composizione geologica del substrato e le dinamiche geomorfologiche locali hanno infatti condizionato sia la scelta del luogo di edificazione sia le modalità di sfruttamento delle risorse naturali nel corso dei secoli.La geoarcheologia, disciplina che integra metodi e conoscenze dell’archeologia con quelli delle scienze della terra, consente di analizzare questi aspetti in una prospettiva interdisciplinare. Attraverso l’osservazione delle forme del paesaggio, lo studio della stratigrafia geologica e l’analisi delle trasformazioni antropiche, è possibile ricostruire il rapporto tra l’insediamento umano e l’ambiente naturale nel lungo periodo.
Il presente contributo si propone quindi di analizzare il Castello di Avellino attraverso una lettura integrata dei dati storici, geologici e geomorfologici, con particolare attenzione alla stratigrafia del sito, alla circolazione idrica sotterranea e alle dinamiche di occupazione del territorio.
Le osservazioni sul terreno permettono di riconoscere affioramenti geologici, morfologie del rilievo e tracce di interventi antropici, mentre l’esame della letteratura scientifica e della cartografia consente di integrare tali dati con le conoscenze già disponibili sul contesto geologico e archeologico dell’area.
Questo tipo di approccio non invasivo rappresenta uno strumento utile per una prima ricostruzione geoarcheologica del sito, in attesa di eventuali indagini più approfondite.
Evoluzione storica dell’insediamento
L’antica Abellinum
L’origine dell’insediamento urbano avellinese non coincide
con l’attuale centro cittadino. L’antica città romana di Abellinum sorgeva
infatti nell’area dell’attuale Atripalda, situata pochi chilometri a sud-est
dell’odierna Avellino.
Il centro di Abellinum, sviluppatosi su precedenti
insediamenti sannitici, rappresentò durante l’età romana un importante nodo
urbano e commerciale della valle del fiume Sabato. La città era collegata alla
rete viaria regionale e godeva di una posizione favorevole per il controllo del
territorio circostante.
Tra il V e il VI secolo d.C., tuttavia, il centro romano
entrò in una fase di progressivo declino. Le cause di questo processo sono
generalmente attribuite alla crisi delle strutture urbane tardoantiche e alle
instabilità politico-militari legate alle invasioni barbariche.
La nascita della nuova Avellino
In seguito all’abbandono progressivo di Abellinum, parte
della popolazione si trasferì su un’area più facilmente difendibile: la collina
denominata Terra, situata poco distante dall’antico centro romano.
Tra il V e il VI secolo d.C. si sviluppò su questo
rilievo un nuovo nucleo insediativo che rappresenta il primo
embrione della futura Avellino. Su questa collina sorge oggi il Duomo di
Avellino, elemento centrale dell’abitato storico.
Il trasferimento dell’insediamento da un centro di pianura a
un rilievo collinare rappresenta un fenomeno comune in molte città italiane
durante l’alto medioevo, quando esigenze difensive e instabilità politica
favorirono la nascita di centri fortificati in posizione elevata.
Origine e sviluppo del Castello di Avellino
Il Castello di Avellino fu edificato successivamente allo
sviluppo dell’insediamento sulla collina della Terra. Le prime fasi di
costruzione sono generalmente attribuite all’epoca longobarda, tra IX e X
secolo, quando il territorio irpino era inserito nei domini longobardi
dell’Italia meridionale.
In questa fase iniziale il castello doveva probabilmente
presentare dimensioni relativamente contenute e funzioni principalmente
militari e di controllo territoriale.
Tra XI e XII secolo, durante il dominio normanno, la
struttura fu probabilmente ampliata e rafforzata. I Normanni promossero infatti
un ampio programma di fortificazione del territorio meridionale, riorganizzando
e potenziando numerosi castelli preesistenti.
Nel 1130, all'interno del castello, il papa Anacleto II incoronò il
normanno Ruggiero, facendolo re di Sicilia e Puglia.
Nel seicento, l'edificio fu trasformato in reggia e divenne
la residenza dei principi Caracciolo; in questo periodo, le torri e le
merlature difensive furono abbattute e fu creato un meraviglioso parco, ancora
esistente, con un lago artificiale e una riserva di caccia, che lo rendevano
una delle meraviglie del Regno di Napoli. Sempre nel seicento, il principe
Marino II Caracciolo fondò all'interno del castello l'Accademia dei Dogliosi,
che esiste ancora oggi. Il castello fu demolito all'inizio del settecento
durante la guerra di successione spagnola. Attualmente, il castello è in stato di attesa di restauro.
Localizzazione e orientamento del complesso
Il castello sorge nell’area dell’attuale Piazza
Castello, su uno sperone roccioso di ignimbrite campana. Questa
formazione vulcanica appartiene ai grandi depositi piroclastici che ricoprono
vaste aree della Campania.
Il substrato roccioso presenta caratteristiche di
buona compattezza e stabilità, rendendolo particolarmente adatto alla
costruzione di strutture difensive.
L’impianto del castello appare orientato lungo una
direttrice ovest-est, probabilmente seguendo l’andamento naturale dello
sperone ignimbritico su cui fu impostata la fortificazione.
Stratigrafia geologica
La successione stratigrafica dell’area del castello può
essere schematizzata, dal basso verso l’alto, come segue:
1. Argille messiniane
2. Ignimbrite campana grigio-gialla
3. Depositi vulcanici delle eruzioni di Mercato, Avellino
e Pollena
4. Depositi antropici rimaneggiati
Argille messiniane
Le argille messiniane costituiscono il livello più profondo
della stratigrafia locale. Si tratta di sedimenti marini caratterizzati da
bassa permeabilità.
Dal punto di vista idrogeologico esse svolgono un ruolo
fondamentale come livello impermeabile.
Ignimbrite campana
Al di sopra delle argille si sviluppa la ignimbrite
campana, un deposito piroclastico derivante dalle grandi eruzioni dei Campi
Flegrei.
Nel caso specifico del sito avellinese si tratta di Ignimbrite campana in facies grigia, con composizione trachitica-fonolitica.
Questo livello costituisce il principale substrato roccioso
su cui è impostata la struttura del castello.
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| Affioramento del substrato ignimbritico |
Depositi piroclastici olocenici
Al di sopra dell’ignimbrite si trovano i prodotti di alcune
importanti eruzioni vulcaniche dell’area campana:
* eruzione di Mercato
* eruzione di Avellino
* eruzione di Pollena
Questi depositi sono costituiti prevalentemente da ceneri e
pomici.
Depositi antropici rimaneggiati
Lo strato più superficiale deriva dalle attività umane legate alla costruzione, trasformazione e progressiva distruzione del castello.
Questi livelli includono:
* materiali da costruzione
* riempimenti artificiali
* detriti di crollo
* accumuli di terreno rimaneggiato
Contesto geomorfologico
Il territorio in cui sorge Avellino è inserito nel bacino della valle del fiume Sabato, un sistema morfologico che rappresenta uno degli elementi strutturali principali dell’Irpinia occidentale. Il fiume Sabato, affluente del Calore, scorre con andamento prevalentemente nord-est/sud-ovest incidendo i depositi sedimentari e vulcanici che caratterizzano l’area.
Dal punto di vista geomorfologico la valle presenta una morfologia articolata, caratterizzata da:
* rilievi collinari di origine strutturale
* terrazzi fluviali
* incisioni vallive secondarie
* coperture piroclastiche vulcaniche
Questi elementi derivano dall’interazione tra processi tettonici dell’Appennino meridionale e attività vulcanica del sistema campano.
Nel settore di Avellino i rilievi collinari risultano spesso costituiti da substrati sedimentari messiniani ricoperti da potenti coltri di depositi piroclastici provenienti dalle eruzioni dei Campi Flegrei e del Vesuvio. L’erosione fluviale ha inciso questi materiali generando piccole dorsali isolate e versanti talvolta ripidi.
La collina su cui sorge il Castello di Avellino rientra in questo contesto geomorfologico. Essa rappresenta uno sperone residuo modellato dall’erosione dei corsi d’acqua minori, che nel tempo hanno isolato il rilievo rispetto alla collina della Terra e alle aree circostanti.
Dal punto di vista morfologico tale rilievo può essere interpretato come una forma di erosione differenziale, in cui la maggiore resistenza dell’ignimbrite rispetto ai depositi piroclastici sovrastanti ha favorito la conservazione dello sperone roccioso.
Questa configurazione del rilievo è il risultato dell’azione erosiva dei corsi d’acqua locali che hanno progressivamente inciso i depositi vulcanici.
La presenza di valloni naturali attorno alla collina contribuiva a rafforzare le difese naturali del sito, rendendo la posizione particolarmente adatta alla costruzione di una fortificazione.
Circolazione idrica
Un aspetto particolarmente interessante del sito riguarda la circolazione delle acque sotterranee.
L’acqua meteorica si infiltra nei livelli piroclastici più permeabili e percola fino a raggiungere l’ignimbrite. La presenza delle argille messiniane impermeabili impedisce l’ulteriore discesa dell’acqua, favorendo la formazione di una falda sospesa. Questa dinamica è confermata dalla presenza di pozzi e cisterne all’interno dell’area del castello.
La circolazione delle acque all’interno dei livelli
piroclastici, favorita dalla permeabilità di tali depositi, può infatti
generare fenomeni di instabilità nei versanti qualora le acque si accumulino
sopra il livello impermeabile costituito dalle argille messiniane.
Queste condizioni idrogeologiche potrebbero aver richiesto
particolari accorgimenti nella realizzazione delle opere murarie e delle
strutture interne del castello.
La presenza di pozzi e cisterne rinvenuti durante gli
scavi archeologici suggerisce una gestione attenta delle risorse idriche
all’interno del complesso fortificato.
Le cisterne erano probabilmente utilizzate per la raccolta
delle acque meteoriche provenienti dai tetti degli edifici e dalle superfici
pavimentate. Questo sistema permetteva di accumulare acqua potabile in periodi
di scarsità o durante eventuali assedi.
Il pozzo individuato nel sito potrebbe invece essere
collegato alla falda sospesa che si sviluppa nei livelli piroclastici sopra
l’ignimbrite, sfruttando la particolare circolazione idrica del sottosuolo.
Questi elementi dimostrano come la conoscenza empirica delle
condizioni idrogeologiche locali fosse fondamentale per l’organizzazione della
vita all’interno della fortificazione.
Evidenze archeologiche
Oggi si conservano alcuni tratti imponenti delle mura perimetrali, che si affacciano sull’attuale Piazza Castello e proseguono lungo le strade circostanti.
Queste murature rappresentano le principali testimonianze architettoniche dell’antico complesso fortificato.
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| Rapporti mura substrato di fondazione |
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| Tratto lato sud delle mura perimetrali |
Le mura racchiudevano non soltanto la struttura militare ma anche un nucleo abitativo fortificato.
Gli scavi condotti all’interno dell’area del castello infatti, hanno portato alla luce diverse strutture che testimoniano la presenza di un articolato insediamento.
Tra le principali evidenze rinvenute si segnalano:
* tratti di strade
* resti di abitazioni
* un pozzo
* cisterne per la raccolta dell’acqua
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| Resti di strutture abitative davanti alla cinta muraria ovest |
Questi elementi indicano che il castello funzionava come un vero e proprio villaggio fortificato, capace di ospitare una piccola comunità stabile.
Sulla base dell’estensione dell’area occupata dalle mura perimtrali e delle evidenze archeologiche rinvenute durante gli scavi, è possibile ipotizzare che il castello occupasse una superficie compresa tra 4000 e 8000 m².
Conclusioni
L’analisi geoarcheologica del Castello di Avellino evidenzia come la scelta del sito e lo sviluppo della fortificazione siano strettamente legati alle caratteristiche geologiche e geomorfologiche dell’area. La presenza di una collina naturalmente difendibile, la disponibilità di materiali vulcanici utilizzabili per la costruzione e la particolare circolazione idrica controllata dalle argille messiniane hanno rappresentato fattori determinanti per l’insediamento umano.
Le tracce di frequentazioni sannitiche e romane indicano inoltre che il rilievo aveva già in epoche precedenti una certa importanza nel controllo del territorio. Lo studio integrato di geologia, geomorfologia e archeologia permette quindi di interpretare il castello non solo come monumento architettonico medievale, ma come elemento di un paesaggio storico complesso, modellato dall’interazione tra processi naturali e attività umane nel corso di millenni.
Bibliografia essenziale
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Storia di Avellino dalle origini al Medioevo.
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The Avellino eruption of Somma-Vesuvius. Journal of Volcanology and Geothermal Research.