lunedì 22 giugno 2026

Appunti per un itinerario geologico nel Miocene del M.te Tuoro (Monti Picentini - Appennino Campano)

 

Riassunto - Questo studio analizza le facies sedimentarie torbiditiche mioceniche affioranti nell'area del Monte Tuoro, focali per comprendere la complessa evoluzione tettonico-sedimentaria del Flysch di Castelvetere. Attraverso l'analisi stratigrafica e sedimentologica, sono state distinte diverse associazioni di facies che testimoniano la dinamica deposizionale di sistemi di scarpata e bacino profondo. I risultati evidenziano l'influenza della tettonica sinsedimentaria e forniscono nuovi modelli di correlazione per i bacini di piggyback dell'Appennino meridionale.

 

Abstract - This study investigates the Miocene turbidite sedimentary facies outcropping in the Mount Tuoro area, which are key to understanding the complex tectono-sedimentary evolution of the Castelvetere Flysch. Through stratigraphic and sedimentological analysis, various facies associations have been identified, reflecting the depositional dynamics of slope and deep-basin systems. The findings highlight the influence of syn-sedimentary tectonics and provide new correlation models for the foredeep basins of the Southern Apennines.

 

Parole Chiave / Keywords

 

Italiano: Torbiditi, Flysch di Castelvetere, Monte Tuoro, Miocene, Sedimentologia, Bacini Piggy-back

 

Inglese: Turbidites, Castelvetere Flysch, Mount Tuoro, Miocene, Sedimentology, Piggy-back basin.

 

 

Premessa

 

Nell’area del M. te Tuoro affiora in buona evidenza la successione sedimentaria torbiditica, d’età Tortoniano-Messiniano nota in letteratura con il nome formazionale di Flysch di Castelvetere (Pescatore, 1970; Cocco et al., 1974; Pescatore, 1992. Essa può essere facilmente osservata attraverso un copioso numero di tagli artificiali stradali o incisioni naturali tra gli abitati di Chiusano di S. Domenico, Castelvetere s. C. e S. Mango s. C. (Cataldo G, 2007). Grazie a queste sezioni è possibile riconoscere i principali caratteri stratigrafici e sedimentologici delle differenti facies sedimentarie flyschoidi. Gli stop che è possibile effettuare in questa sede risiedono lungo strade comunali o provinciali e ciò ne determina un basso livello di grado di difficoltà (per basso livello di difficoltà, si intende una escursione con percorsi quasi sempre lungo strade, con viste panoramiche ed in prossimità di centri abitati). É sempre prudente mantenere una viva attenzione nei confronti di veicoli in transito lungo le sedi stradali.




Inquadramento geologico

 

La Catena appenninica costituisce un orogene a pieghe e thrust, originatosi a partire dall’Oligocene superiore-Miocene inferiore a causa della deformazione compressiva dei paleodomini oceanici che occupavano la fascia a ridosso del confine tra la Placca africana a sud e la Placca europea a nord.

La Basilicata occupa il settore centrale del tratto meridionale della Catena appenninica il quale è noto nella letteratura specialistica come Appennino campano-lucano (Fig. 1A).


Fig. 1A - Schema geologico dell‟Appennino campano-lucano (da Ciarcia & Vitale., 2018).

 

 

Lungo un ideale transetto che collega la costa tirrenica con l’Avampaese apulo (Fig. 1B), la struttura superficiale interna dell’Appennino lucano è costituita dalle seguenti unità:

Unità Liguridi, le quali rappresentano un ‘prisma di accrezione’ oligo-miocenico formato, dal basso verso l’alto, da ofioliti, argilliti nerastre con intercalazioni quarzifere ed infine da spesse torbiditi

calcaree;

 

Unità della Piattaforma appenninica, costituite da dolomie, calcari, calcareniti e sedimenti clastici fliscioidi;

 

Unità lagonegresi, formate da una porzione inferiore calcareo-silico-marnosa separata tettonicamente da quella superiore argillosa-calcarenitico-arenacea;

 

Unità dei Flysch miocenici, rappresentate da depositi silicoclastici depositatisi in bacini satelliti (piggy-back, trust-top) sul fronte dell’orogene;

 

Unità dell’Avanfossa bradanica, costituite da sedimenti clastici plio-pleistocenici;


Unità della Piattaforma apula, costituite da carbonati meso-cenozoici.

 




  Fig. 1B. Sezione geologica.

 

 

Durante i processi di formazione e di accavallamento di un cuneo orogenico, nel settore esterno si forma una estesa zona di sedimentazione che rappresenta il Bacino di Foreland (Fig. 2). Attualmente, il settore assiale dell’Appennino lucano è caratterizzato dalla presenza di flysch di età miocenica costituiti da depositi silicoclastici depositatisi all’interno di bacini satelliti (piggy-back) sviluppatisi sul fronte dell’orogene (depozona di wedge-top) (Fig. 2). Uno di questi depositi è rappresentato proprio dal Flysch di Castelvetere (Tortoniano-Messiniano) che rappresenta il riempimento sedimentario di un piccolo bacino impiantatosi sulla piattaforma carbonatica (Sgrosso, 1998).

 




Fig. 2. Il sistema di bacini di foreland può essere diviso in 4 depozone, il wedge-top, l’avanfossa (foredeep), il rialzo periferico (forebulge) e il back-bulge (De Celles & Giles, 1996).

 

 

La successione del Flysch di Castelvetere

 

La successione del Flysch di Castelvetere si sviluppa in discordanza angolare sul mesozoico carbonatico del M. Tuoro. Questi due corpi sedimentari sovrapposti si accavallano, a loro volta, lungo una superficie di thrust, al di sopra delle Unità Lagonegresi.

Le facies sedimentarie riconoscibili all’interno della successione del Flysch di Castelvetere registrano dei processi deposizionali che sono avvenuti in un bacino profondo ed a causa dell’accumulo di grossi volumi di sedimento provenienti dallo smantellamento subaereo dei terreni che costituivano l’orogene in sollevamento a monte del bacino stesso. I processi deposizionali sono di natura torbiditica, prodotti cioè da correnti di torbida di variabile densità, ma capaci di trasportare sedimenti da molto grossolani a fini.

Per questo motivo, l’associazione di facies che è possibile riconoscere in affioramento abbraccia un considerevole range di variabilità.

In sintesi, le facies sedimentarie che affiorano nell’area di studio, possono essere riassunte in 5 associazioni principali:

 

1.   Facies Conglomeratica: strati conglomeratici poligenici, da disorganizzati a parzialmente gradati, di spessore variabile; in affioramento si presentano in lenti di lunghezza di qualche centinaio di metri (Fig. 5A).

 

2.   Facies Arenacea (raramente arenaceo-conglomeratica): strati e megastrati amalgamati massivi, privi di strutture sedimentarie e caratterizzati da superfici basali con un forte carattere erosivo (mud clasts presenti alla base) (Fig. 5B e 5C).

 

3.   Facies Arenaceo-Pelitica: alternanza ritmica di strati arenacei, gradati, ricchi di strutture sedimentarie (ripples, climbing ripples, laminazione piano-parallela e convoluta), e orizzonti siltosi laminati (Fig. 5D e 5E).

 

4.   Facies Pelitico-Arenacea: successione di orizzonti siltosi, di colore grigiastro, saltuariamente alternati a strati arenacei sottili e gradati (simili a quelli presenti nella precedente facies) (Fig. F e 5G).

 

5.   Facies caotica


Fig. 5. Principali caratteri in affioramento delle facies sedimentarie osservabili all’interno del Flysch di Castelvetere, tra le località di Chiusano e Castelvetere. (A) Facies conglomeratica; (B) Affioramento di arenarie massive con inclusi pelitici. (C) Arenarie conglomeratiche. (D) Facies arenaceo-pelitica. (E) Facies pelitico arenacea. (F) Olistolite calcareo. (G) Facies caotica


Riferimenti bibliografici:

 

 

Cataldo G. (2007) - Ricerche geologiche nel Parco Regionale dei Monti Picentini per l’individuazione di siti ed itinerari geologici. Tesi di Laurea (inedita) in Scienze Geologiche. Dipartimento di Scienze della Terra - Università di Napoli “Federico II”. Napoli. pagg. 1-222.

 

Ciarcia & Vitale (2018) – Carta geologica della Campania: nota illustrativa. Consiglio dell’Ordine dei Geologi della Campania e Consiglio Nazionale dei Geologi.

 

Cocco et al., (1974) - Le unità irpine nell’area a nord di Monte Marzano, Appennino meridionale. Mem. Soc. Geol. It., 13.

 

De Celles, P.G. & Giles, K.A. (1996) - Foreland Basin System. Basin Research, 8, 105-123.

 

Pescatore et al., (1970) - Lineamenti di sedimentazione e tettonica nel Miocene dell’appennino campano-lucano. Boll. Soc. Geol. Ital., 97, 783–805.

 

Pescatore T. (1992) - La sedimentazione miocenica nell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. geol. it., 41, 37-46.

 

Sgrosso I. (1998) – Possibile evoluzione cinematica miocenica nell’orogene centro sud-appenninico. Boll. Soc. Geol. It., 11.

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sabato 20 giugno 2026

Aeclanum: La Geoarcheologia svela i segreti dell'Irpinia Romana (Working paper)





Nel cuore dell’Irpinia, dove la Via Appia (recentemente dichiarata Patrimonio dell'Umanità UNESCO) tracciava il destino di mercanti e legionari, sorge il Parco Archeologico di Aeclanum. Ma per comprendere davvero questa città, non basta guardare le sue colonne: bisogna interrogare la terra stessa attraverso la geoarcheologia.

Una strada nell'antica città romana di Aeclanum - By Dэя-Бøяg - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=40205435



Un insediamento figlio della sua terra


Aeclanum non è nata per caso. La sua posizione in località Passo di Mirabella risponde a una precisa logica geomorfologica. Situata su un'altura strategica che domina la valle del fiume Calore, la città sfruttava le naturali pendenze del terreno per il drenaggio e la difesa.


La geoarcheologia ci permette di leggere nelle stratificazioni del suolo la storia di eventi drammatici:


L’incendio di Silla (89 a.C.): Gli scavi hanno evidenziato tracce di combustione che confermano il racconto dello storico Appiano sulla distruzione della fortificazione lignea sannitica durante la Guerra Sociale.


Evoluzione Urbana: Il passaggio da insediamento sannita a colonia romana (Aelia Augusta Aeclanum) è segnato da cambiamenti nel modo in cui l'uomo ha modellato il paesaggio, terrazzando i pendii per far spazio a monumenti come il Macellum e le imponenti Terme.


Le recenti scoperte: Il Foro e oltre


Le indagini più recenti, condotte in collaborazione con università ed enti di ricerca, stanno portando alla luce il "cuore pulsante" della città. Grazie a tecniche di analisi del terreno e scavi stratigrafici mirati, nel 2025 è stata identificata con precisione l'area del Foro e parte del Macellum, tasselli fondamentali che fino a poco tempo fa restavano celati sotto metri di sedimenti.


Perché la geoarcheologia è fondamentale ad Aeclanum?


Studiare la geoarcheologia di questo sito significa capire come le risorse naturali abbiano influenzato l'architettura. Le colonne in laterizio della domus con peristilio o le murature delle terme non sono solo pietre: sono il risultato di una gestione consapevole delle cave locali e dell'argilla presente nel bacino del Calore.


Inoltre, la disciplina aiuta a proteggere il sito dai dissesti. Comprendere come l'acqua e il suolo interagiscono con le strutture antiche è vitale per la loro conservazione.

Ricostruzione del paesaggio antico: attraverso i carotaggi, i ricercatori possono "vedere" come appariva la valle secoli fa, tra boschi e aree coltivate.

Oggi il Parco Archeologico di Aeclanum è un laboratorio a cielo aperto, testimonianza di come la città abbia continuato a evolversi adattandosi ai cambiamenti del territorio anche nel tardoantico.


Geologia e Geomorfologia


Il sito di Aeclanum sorge in un contesto geologico dominato dalle dinamiche dell'Appennino Meridionale.


L'area poggia su unità sedimentarie mioceniche e plio-pleistoceniche. Predominano le argille e marne argillose, spesso alternate a banchi di arenarie e conglomerati (formazioni terrigene). Questo mix ha fornito agli antichi romani materiali da costruzione locali, ma rappresenta oggi una sfida per la stabilità delle strutture archeologiche.

La città occupa un pianoro situato a circa 370 m s.l.m., delimitato dai versanti della valle del fiume Calore e del torrente Fredane. Questa morfologia a "terrazzo" naturale offriva protezione e controllo sulle principali arterie commerciali, ma espone i bordi del sito a fenomeni di erosione e piccoli smottamenti.


L'idrogeologia è stata il motore dello sviluppo di Aeclanum, celebre per il suo imponente complesso termale. L'area è caratterizzata da una complessa interazione tra le acque superficiali del reticolo idrografico del Calore e le falde sotterranee.Gestione Antica: Gli ingegneri romani sfruttarono le pendenze per convogliare le acque piovane e sorgive. La presenza di orizzonti argillosi impermeabili ha permesso la creazione di cisterne efficienti, ma oggi l'umidità di risalita e il ristagno idrico nelle aree depresse del sito rappresentano i principali agenti di degrado per i mosaici e le murature in laterizio.


Il concetto di Geoarcheosito


Aeclanum può essere definita un geoarcheosito: un luogo dove l'elemento geologico (il paesaggio naturale) e quello archeologico (l'intervento umano) sono indissolubilmente legati. La geodiversità del territorio irpino (cave di "breccia irpina", argille per laterizi) ha dettato l'estetica e la tecnica costruttiva della città.


La protezione di Aeclanum non riguarda solo i reperti, ma l'intero sistema ambientale.

Le indagini geoarcheologiche correnti mirano a mitigare il rischio di dissesto. La stabilità del versante è monitorata per prevenire danni strutturali causati dalle variazioni del contenuto d'acqua nei terreni argillosi.

Qualsiasi intervento di scavo o valorizzazione deve sottostare alla verifica preventiva dell'interesse archeologico.

Il Ministero della Cultura ha recentemente stanziato fondi per un progetto di valorizzazione, che include studi per la messa in sicurezza del patrimonio archeologico. 

domenica 14 giugno 2026

Viaggio nel Mare Tropicale del Monte Tuoro



Per chi osserva il paesaggio irpino dal borgo di Chiusano San Domenico, le montagne che chiudono l'orizzonte appaiono come una monumentale muraglia di roccia grigia e bianca, scolpita dal tempo e rivestita da fitti boschi. Eppure, per un geologo, quel massiccio che unisce il Monte Tuoro (1424 m), la collina di Monte San Domenico, la cresta di Vena dei Corvi, il Monte Luceto e la spettacolare Vena dei Muli è in realtà un gigantesco archivio naturalistico.

Cento milioni di anni fa, nel bel mezzo del periodo Cretacico, l'Irpinia non esisteva. Al suo posto si estendeva un meraviglioso mare tropicale incontaminato, simile alle odierne Bahamas. Le cime che oggi scaliamo a piedi erano i fondali e i margini di una vastissima laguna di retroscogliera che sprofondava bruscamente verso l'oceano.

Ecco la ricostruzione di questo antico paradiso perduto attraverso le rocce e i sentieri che uniscono Chiusano a Castelvetere.

1. Monte San Domenico: Il Ritmo delle Maree e le Stuoie di Cianobatteri

La nostra esplorazione ideale parte dalla collina di Monte San Domenico, situata proprio sopra l'abitato di Chiusano. Risalendo i comodi tornanti della strada che conduce all'Eremo omonimo, ci si accorge che la montagna è formata da banchi di calcare bianco e avorio incredibilmente regolari, disposti come le pagine sovrapposte di un libro monumentale.


Questa regolarità geometrica ci racconta che l'ambiente era protetto dalla furia dell'oceano aperto grazie a una barriera di scogliera situata chilometri più a sud. In questa laguna calmissima si depositava un fango calcareo finissimo (chiamato micrite).
La vera attrazione di Monte San Domenico è però legata ai dettagli millimetrici della roccia. Avvicinandosi alle pareti tagliate dalla strada, si notano sottili lamine ondulate più scure: sono i resti fossilizzati di stromatoliti, antichissime stuoie create da colonie di cianobatteri. Questi microrganismi crescevano sul bagnasciuga della fascia intertidale (la zona coperta e scoperta alternativamente dalle maree). Quando l'acqua si ritirava sotto il sole tropicale, il fango calcareo si seccava, creando minuscole bolle d'aria. Oggi quelle bolle sono visibili come piccoli "occhi di pernice" luccicanti (strutture birdseyes), riempiti nel corso dei millenni da calcite cristallina trasparente.

2. Monte Luceto: L'Ambiente di Laguna Aperta

Proseguendo l'ascesa e muovendosi verso il contiguo Monte Luceto, la morfologia inizia a farsi più articolata. Nel Cretacico, questo settore rappresentava il cuore della laguna aperta, un bassofondo marino costantemente sommerso da pochi metri d'acqua limpidissima e calda, leggermente più profondo rispetto a Monte San Domenico.
In questo ambiente, il fango purissimo si mescolava stabilmente ai gusci di piccoli organismi che popolavano i fondali. Camminando sulle rocce di Monte Luceto e aguzzando la vista sulle placche calcaree ripulite dal carsismo, è frequente imbattersi in sezioni fossili bianche a forma di spirale o di piccola virgola. Si tratta principalmente di requienie, piccoli bivalvi bizzarri con una conchiglia asimmetrica e ricurva, perfettamente adattati a vivere adagiati sui fondali fangosi della laguna.Gasteropodi lagunari: Lumachine marine che pascolavano sulle praterie algali sommerse.

3. Vena dei Corvi: I Canali di Marea e il Movimento delle Acque

Spostandoci lungo la cresta affilata di Vena dei Corvi, la tessitura del calcare subisce una mutazione invisibile a distanza ma lampante da vicino. I banchi rimangono paralleli, ma la roccia non è più fatta di fango compatto e liscio: diventa più ruvida, granulosa, formata da minuscole sferette di carbonato di calcio.



Geologicamente, Vena dei Corvi intersecava i complessi canali di marea. Erano delle vere e proprie "autostrade d'acqua" che tagliavano la piattaforma calcaree, collegando la laguna interna protetta con l'oceano aperto.
Qui le correnti marine entravano e uscivano con forza a ogni cambio di marea. Questo continuo rollio delle acque faceva rotolare i granelli di sabbia sul fondale, rivestendoli di sottili strati di calcare e trasformandoli in ooliti (piccole perle di pietra). La presenza di questa tessitura sabbiosa e granulosa (grainstone) testimonia che ci stiamo progressivamente muovendo verso contesti ad alta energia idrodinamica.

4. Il Massiccio di Monte Tuoro: L'Avamposto verso il Margine

Il nostro transetto raggiunge il culmine verticale sulla vetta maestosa del Monte Tuoro (1432 m). Qui la successione della laguna interna mostra i primi segni di transizione laterale verso l'esterno.
Sui versanti meridionali del Tuoro, la stratificazione geometrica e ordinata che ha caratterizzato Chiusano e Monte Luceto comincia a sfilacciarsi. I banchi regolari cedono il passo ad ammassi rocciosi più massicci.
In questo settore fanno la loro comparsa vistosi accumuli detritici di frammenti di Rudiste (i grandi bivalvi costruttori del Cretacico, estinti insieme ai dinosauri). Le tempeste più violente strappavano queste conchiglie a forma di cono dalla barriera corallina esterna e le scagliavano verso l'interno. I gusci frantumati si accumulavano così in banchi bioclastici, sigillando il definitivo passaggio dall'ambiente protetto a quello di transizione.

5. Vena dei Muli: Il Ciglio della Scogliera e il Salto nel Vuoto

Il viaggio paleogeografico termina sulla spettacolare cresta di Vena dei Muli. Qui ci troviamo sul vero e proprio ciglio della piattaforma carbonatica, la barriera d'alta energia esposta all'azione diretta delle onde oceaniche.
A Vena dei Muli la roccia perde completamente i piani di sedimentazione paralleli. Diventa una muraglia massiccia e caotica: è il corpo stesso del reef mesozoico. Questa fascia è dominata da colonie di Radiolitidi e Ippuritidi. Lungo le pareti verticali è possibile osservare questi fossili sia in posizione di vita (grandi gusci conici saldati alla roccia) sia sotto forma di accumuli franati lungo il pendio della scarpata sottomarina (megabreccioni), che raccordava la barriera al profondo Bacino Lagonegrese.

La straordinaria bellezza di questo sistema non risiede solo nella sua antica storia marina, ma nel modo in cui la tettonica recente lo ha deformato. Durante la nascita dell'Appennino nel Miocene, le forze compressive hanno stritolato e verticalizzato questo intero transetto.
Oggi, camminando da Chiusano verso la Vena dei Muli, non ci si muove solo nello spazio, ma si attraversa l'antico pendio sottomarino. Sul versante orientale, le rocce a Rudiste di Vena dei Muli e i banchi del Tuoro si presentano quasi verticali, sigillati dalle brecce calcaree basali a matrice rosata del Flysch di Castelvetere, l'unità clastica che ha chiuso per sempre la storia di questo mare tropicale.

mercoledì 27 maggio 2026

L'enigma di Pietrastretta, una storia nascosta del Monte Tuoro

 


La Carta idrogeologica di M. Civita del 1969 riporta un enigma geomorfologico straordinario sui fianchi del Monte Tuoro, nel territorio di Chiusano di S. Domenico. La mappa mostra un profondo canalone a volte percorso da un vallone che scende dalle vette e si infila dritto in una cavità rocciosa – contrassegnata graficamente da una "U rovesciata" – per poi riemergere e proseguire verso valle. Questo punto critico si trova in un luogo dal nome fortemente evocativo: la località di Pietrastretta.




Il toponimo Pietrastretta non è casuale: indica un passaggio aspro e incassato tra imponenti pareti calcaree. In questo punto esatto, la forza millenaria dell'acqua ha modellato la roccia. Quella "U rovesciata" visibile sulla carta rappresenta con ogni probabilità una cavità o un inghiottitoio. Il vallone convoglia le acque meteoriche d'alta quota nella cavità che agisce come un imbuto idrogeologico: inghiotte il torrente a Pietrastretta e lo restituisce più a valle. 

Poco oltre il passaggio di Pietrastretta, il sentiero conduce all'altopiano di Piano dell'Angelo. Qui giacciono i ruderi della Cappella dell'Angelo, una testimonianza storica cruciale per interpretare il sito. Nell'Appennino meridionale, il culto di San Michele Arcangelo (l'Angelo per eccellenza) è storicamente e indissolubilmente legato alle grotte, alle cavità e alle sorgenti nascoste, una tradizione di origine longobarda. 

La presenza della cappella diroccata proprio a ridosso del sistema carsico suggerisce che gli antichi abitanti non solo conoscessero perfettamente la cavità e il suo comportamento idrologico, ma l'avessero sacralizzata, ponendo un presidio spirituale sopra le misteriose vie dell'acqua sotterranea. Oggi la fitta vegetazione e le faggete nate dopo l'abbandono della pastorizia d'alta quota tendono a nascondere sia l'antico impluvio di Pietrastretta che i ruderi della chiesetta. I moderni rilievi satellitari faticano a scorgere ciò che la Carta di Civita ha fissato cinquant'anni fa.

Camminare in questi luoghi significa riscoprire un'Irpinia segreta, dove la geologia d'avanguardia incontra le leggende e la storia della devozione montana. Per gli appassionati di escursionismo consapevole e di archeologia del paesaggio, il Sentiero dell'Angelo (CAI 143) che passa proprio sotto Pietrastretta, diventa così una vera e propria macchina del tempo.


venerdì 15 maggio 2026

La falesia calcarea di Vena dei Muli nel massiccio del M.te Tuoro




Le pareti verticali di Monte Vena dei Muli



L'Irpinia custodisce giganti di pietra che raccontano storie risalenti a milioni di anni fa. Uno dei monumenti naturali più affascinanti e geologicamente significativi di questo territorio è la imponente parete calcarea di Monte Vena dei Muli (1414 m s.l.m.). Incastonata nel Gruppo del Monte Tuoro, nel territorio comunale di Chiusano di San Domenico (AV), questa falesia non è soltanto una meta per escursionisti, ma un vero libro di testo a cielo aperto sulla geologia dell'Appennino meridionale.

Scopriamo l'origine, le forme e l'assoluta necessità di proteggere questo santuario geologico.

Guardando oggi la falesia nuda della Vena dei Muli, si fatica a immaginare che quella stessa roccia si sia formata sul fondo di un mare caldo e poco profondo. La successione stratigrafica del complesso appartiene alla Piattaforma Carbonatica Appenninica, una massiccia struttura sedimentaria mesozoica (principalmente giurassico-cretacica).
I blocchi calcarei che costituiscono la parete mostrano chiaramente le transizioni tra ambienti di retroscogliera e di scarpata. Camminando lungo le pendici, l'occhio attento del geologo o del geo-appassionato può riconoscere le rocce calcaree ricche di fossili come i gusci di antichi molluschi marini estinti, come le Requienie, le Nerinee e soprattutto le Rudiste, bizzarri bivalvi a forma di cono che un tempo edificavano le scogliere tropicali.


L'attuale forma isolata e impervia del blocco è il risultato di violente spinte tettoniche. Il gruppo montuoso è delimitato da importanti sistemi di faglia regionali.
Nello specifico, la falesia della Vena dei Muli è separata dal corpo principale del Monte Tuoro dalla suggestiva valle tettonica del Piano dell'Angelo. Le faglie ad andamento Nord-Sud ed Est-Ovest hanno letteralmente "spezzato" e sollevato la piattaforma carbonatica originaria, creando la scarpata verticale che oggi domina l'orizzonte di Chiusano.


Una volta emerse dal mare e sollevate dalle faglie, le rocce calcaree hanno iniziato a subire l'incessante attacco degli agenti atmosferici. Il calcare, composto da carbonato di calcio, è solubile all'acqua piovana resa leggermente acida dall'anidride carbonica. Questo ha dato vita a spettacolari fenomeni carsici sia superficiali che sotterranei:


Campi Carreggiati (Lapiez): Sulla cresta e lungo le aree pianeggianti sommitali, la roccia appare solcata da scanalature parallele e vaschette di corrosione.


Doline: depressioni nel terreno di forma circolare o ellittica che caratterizzano soprattutto aree a lieve pendenza e che si possono trovare isolate o in gruppo.


Conche Endoreiche: Ai piedi del crinale si aprono depressioni tettono-carsiche chiuse, come il Piano del Mangano, Piano dell'Angelo e la celebre Piana di Sant'Agata. Queste piane non hanno fiumi emissari superficiali: l'acqua piovana si raccoglie sul fondo e viene immediatamente drenata verso le profondità della terra attraverso inghiottitoi e fratture.


Forre carsiche: profondi canaloni nelle rocce calcaree in corrispondenza delle principali faglie che scendono ripidi dal versante e che in alcuni punti si manifestano come alte pareti a strapiombo in cui scorrono torrenti stagionali (Pietrastretta).





La forra di Pietrastretta


Dinamiche di Versante: La gravità e i cicli di gelo e disgelo provocano il progressivo distacco di frammenti rocciosi dalla falesia, accumulando enormi "falde di detrito" alla base della parete.


Grazie alla sua natura fortemente fratturata e ai canali carsici, il massiccio della Vena dei Muli si comporta come una gigantesca spugna rocciosa. L'acqua non scorre in superficie ma si infiltra rapidamente nel sottosuolo, andando ad alimentare l'immenso acquifero carbonatico del Tuoro.
Questo immenso bacino sotterraneo rappresenta il vero cuore idrografico del Mezzogiorno. Le acque infiltrate sulla Vena dei Muli e sulle piane carsiche viaggiano nel buio per chilometri prima di sgorgare purissime alle sorgenti perimetrali che riforniscono sia i centri abitati locali, sia i grandi acquedotti interregionali.


La bellezza paesaggistica e l'importanza scientifica di questo Geosito non lo rendono immune dai rischi. Una corretta strategia di geoconservazione è oggi fondamentale per preservare l'integrità del sito attraverso azioni mirate:


Protezione dell'Acquifero: Poiché il terreno calcareo filtra pochissimo le impurità superficiali, qualsiasi inquinamento antropico nelle piane carsiche finisce direttamente nelle sorgenti potabili.

Gestione del Turismo Sostenibile: I popolari itinerari escursionistici, come l'anello che unisce Cerunia, Vena dei Muli e Monte Tuoro, devono essere percorsi nel massimo rispetto. Il calpestio incontrollato distrugge il sottile strato di suolo fertile, accelerando l'erosione della roccia nuda.

Valorizzazione Geoturistica: Trasformare la falesia in uno strumento didattico.
L'installazione di pannelli esplicativi a Chiusano di San Domenico aiuterebbe residenti e visitatori a comprendere che quelle rocce non sono elementi immobili, ma un patrimonio geologico vivo e vulnerabile da consegnare intatto alle generazioni future.

martedì 5 maggio 2026

Viaggio nel tempo con la Formazione della Maiolica del Conero













Il Monte Conero non è solo il gioiello dell'Adriatico per le sue acque cristalline; è un libro di pietra che racconta una storia lunga oltre 130 milioni di anni. Tra le sue falesie a picco sul mare, una formazione spicca per eleganza e importanza geologica: la Maiolica. Nonostante il nome richiami le ceramiche decorate, in geologia la Maiolica è una roccia sedimentaria calcarea. Si è formata durante il Cretacico inferiore, quando l’attuale promontorio era il fondo di un oceano profondo e antichissimo. Immaginate una pioggia incessante di microscopici gusci calcarei che, millennio dopo millennio, si sono accumulati sul fondale fino a diventare pietra.




Un oceano profondo di 130 milioni di anni fa


La formazione della Maiolica del Conero risale a un intervallo di tempo compreso tra il Titonico superiore (Giurassico terminale) e l'Aptiano inferiore (Cretacico). In quell'epoca, l'area del Conero non era un promontorio, ma parte di un vasto bacino marino chiamato Tetide.

Il processo di formazione è avvenuto a profondità batiali (probabilmente tra i 1000 e i 2000 metri). La sedimentazione era estremamente lenta e costante: si trattava di una "neve marina" composta da resti microscopici di organismi planctonici, principalmente nannofossili calcarei (come i Coccolitoforidi) e piccoli frammenti di gusci. Questo accumulo fangoso, sottoposto alla pressione degli strati sovrastanti e a processi chimici di diagenesi, si è trasformato nel calcare compatto che vediamo oggi.




Caratteristiche Litologiche: Il segreto della Selce




Dal punto di vista petrografico, la Maiolica è una biomicrite: un calcare a grana finissima, quasi vitreo al tatto.

L'elemento più affascinante è la presenza della selce. La selce si presenta in liste (strati sottili) o noduli di colore grigio fumo o nero visibili chiaramente tra i banchi calcarei bianchi.




Come si è formata la selce? Deriva dalla dissoluzione di organismi a guscio siliceo, come i Radiolari e le spugne. La silice, una volta in soluzione nel fango calcareo, si è concentrata in aree specifiche durante la compattazione della roccia, solidificandosi in lenti durissime. Questa alternanza bianco-nera non è solo estetica, ma indica variazioni cicliche nelle condizioni oceaniche e nella produttività biologica dell'epoca.




Geometrie e Strutture: Le falesie del Conero




A differenza di altre formazioni più tenere (come le Marne), la Maiolica è una roccia competente, ovvero molto rigida. Questa sua durezza fa sì che, sotto la spinta dei movimenti tettonici che hanno sollevato l'Appennino, la roccia si sia fratturata in modo netto anziché piegarsi plasticamente.

Lungo la costa del Conero, la Maiolica mostra una stratificazione regolare, con strati di spessore variabile tra i 10 e i 50 centimetri.








È proprio questa regolarità, unita alla resistenza all'erosione marina, che ha permesso la formazione di pareti verticali e spettacolari faraglioni come le Due Sorelle.








La base di questi giganti di pietra è costituita proprio dai livelli più antichi e resistenti della Maiolica.




Il ruolo nella Successione Umbro-Marchigiana




Nel contesto della geologia regionale, la Maiolica rappresenta un momento di transizione fondamentale. Si posiziona sopra le formazioni giurassiche (come i Calcari Diasprigni) e sotto le Marne a Fucoidi mioceniche.

Mentre le formazioni precedenti erano più variegate, la Maiolica segna l'inizio di una lunga fase di sedimentazione carbonatica pelagica uniforme. Per i geologi, la comparsa della Maiolica indica che il bacino marino era diventato ampio, profondo e lontano dalle coste, permettendo la deposizione di materiali purissimi, privi di argille o detriti continentali.





Tettonica: Dagli abissi alla scogliera


La Maiolica del Conero non si trova più a 2000 metri sotto il livello del mare a causa dell'orogenesi appenninica. Durante il Miocene e il Pliocene, le spinte compressive provenienti da Ovest hanno sollevato e piegato l'intera successione sedimentaria.
Essendo una roccia rigida e "competente", la Maiolica non si è piegata dolcemente come le argille, ma si è fratturata, originando imponenti sistemi di faglie. Sul Monte Conero, queste fratture hanno isolato il blocco calcareo, spingendolo verso l'alto e facendolo scorrere sopra formazioni più giovani. Questo assetto "disturbato" è ciò che rende le pareti del Passo del Lupo così verticali e spettacolari.


Paleontologia: I fossili invisibili


Non aspettatevi grandi scheletri: la Maiolica è il regno dei microfossili. La sua struttura è composta quasi interamente da gusci di organismi planctonici.
Calpionelle: Piccoli organismi unicelullari a forma di calice, fondamentali come "fossili guida" per datare con precisione gli strati.Ammoniti: Sebbene rare rispetto ad altre formazioni, si possono trovare esemplari di ammoniti tipiche del Cretacico inferiore (come le Neocomitidae), spesso conservate come impronte sulla superficie dei banchi.Radiolari: I loro gusci di silice sono i "mattoni" che hanno poi formato le liste di selce nera citate in precedenza.



Morfologia: Le sculture del mare e del tempo


L'aspetto attuale del Conero deve tutto alla resistenza della Maiolica. La sua compattezza permette la formazione di falesie vive (pareti a picco senza accumulo di detriti alla base). L'erosione marina lavora lungo le linee di frattura tettonica, isolando porzioni di roccia dalla costa: è così che sono nati i faraglioni delle Due Sorelle. La rifrazione delle onde scava alla base della roccia, creando grotte marine e anfratti che seguono l'orientamento dei giunti di stratificazione.



Carsismo: Le vie dell'acqua


Nonostante sia una roccia molto pura, la Maiolica del Conero presenta un carsismo ipogeo meno sviluppato rispetto alle Grotte di Frasassi, ma comunque presente. L'acqua piovana, resa acida dall'anidride carbonica, penetra nelle fratture tettoniche sciogliendo il carbonato di calcio.
Questo processo crea piccoli sistemi di condotti e micro-forme carsiche superficiali (come i karren o scanalature). Tuttavia, a causa della forte pendenza delle pareti del Conero, l'acqua tende a scivolare via rapidamente verso il mare, limitando la formazione di grandi complessi di grotte interne e favorendo invece la circolazione idrica profonda che alimenta le sorgenti costiere.




Dove ammirarla: Il balcone sulle Due Sorelle

Il punto d'osservazione più spettacolare è senza dubbio il versante sud-orientale. Percorrendo il sentiero che porta al Passo del Lupo, ci si trova di fronte a pareti verticali dove la Maiolica domina la scena. È proprio questa roccia a formare la base delle celebri Due Sorelle, i faraglioni simbolo delle Marche, resistendo per secoli alla forza erosiva delle onde.




Conclusione: Un monumento naturale



In sintesi, la Formazione della Maiolica è il pilastro geologico del Conero. Senza la sua straordinaria resistenza e la sua purezza calcarea, non avremmo le falesie bianche che rendono unico questo tratto di Adriatico. Studiarla significa comprendere non solo come nascono le montagne, ma anche come un antico oceano possa trasformarsi in uno dei paesaggi più iconici d'Italia.




sabato 25 aprile 2026

Architetture di roccia: un'analisi geomorfologica del Monte Tuoro



Monte Tuoro 



Inquadramento Geologico: dalle Bahamas all'Appennino

Per comprendere l'anima del Monte Tuoro, nei Monti Picentini settentrionali, dobbiamo fare un salto indietro di milioni di anni. Questo massiccio non è solo un rilievo campano, ma un pilastro della Piattaforma Carbonatica Campano-Lucana. La sua storia affonda le radici in un passato remoto (tra il Giurassico e il Miocene), in un ambiente marino tropicale che oggi ricorderebbe molto da vicino i fondali cristallini delle Bahamas.

Come evidenziato nella carta geologica allegata, l'impalcatura del monte è formata prevalentemente da rocce carbonatiche del Giurassico e del Cretaceo superiore. Si tratta di rocce estremamente tenaci, responsabili delle sue vette aspre e impervie, ma che nascondono un punto debole: sono chimicamente vulnerabili all'azione corrosiva dell'acqua.

Il volto attuale del Tuoro si è forgiato durante il Miocene superiore, quando l'abbraccio tettonico tra la placca africana e quella europea ha sollevato questi antichi sedimenti marini, piegandoli e frantumandoli. Da un punto di vista tecnico, il Monte Tuoro è un 'horst', ovvero un massiccio sollevato e delimitato da faglie, che domina con fierezza le depressioni che lo circondano.



Stralcio carta geologica foglio 449 Avellino



Il Ruolo della Tettonica e dell'Erosione


L'assetto morfologico del Monte Tuoro non è frutto del caso, ma l'espressione diretta delle dinamiche tettoniche che hanno lacerato la crosta terrestre. Il rilievo è modellato da un sistema di faglie normali plio-quaternarie, le cui direttrici seguono i classici orientamenti appenninici e antiappenninici.

Osservando il versante settentrionale, ci troviamo di fronte a un'imponente scarpata di faglia: il suo rigetto cioè lo spostamento tra due blocchi di roccia, ha determinato lo sprofondamento del blocco vallivo rispetto alla dorsale montuosa. Questa marcata energia del rilievo, unita alla frantumazione della roccia carbonatica lungo i piani di scorrimento (dove abbondano le brecce di faglia), costituisce il motore primario che accelera i processi di erosione e modellamento esogeno."

Il paesaggio è aspro, la roccia affiora nuda, priva di vegetazione, con pareti verticali che sfidano la gravità superando spesso i 40-50 gradi di pendenza. In questo scenario, l’erosione è spietata: i 'canaloni di valanga' e i solchi scavati dall'acqua testimoniano un ambiente dove la forza di gravità è l’architetto principale del rilievo.


Pareti verticali sul versante settentrionale

Dettaglio piano di faglia verticale sul versante nord


Il panorama cambia drasticamente sul versante meridionale che guarda alla piana del Dragone. Qui la morfologia segue dolcemente l'inclinazione naturale degli strati rocciosi (la cosiddetta pendenza strutturale), regalando un profilo molto più dolce e sinuoso. Il terreno si fa più ospitale e profondo, lasciando spazio a una superficie meno tormentata, interrotta solo occasionalmente da piccoli affioramenti di roccia che rivelano, come pagine di un libro, l'andamento della stratificazione sottostante.

M.te Tuoro, versante meridionale



Il Carsismo e le Piane Endoreiche

Il Monte Tuoro è un'opera scolpita dall'acqua, ma la sua vera bellezza è nascosta nelle viscere della montagna. Sulle sue vette, lo sguardo cade sui karren (o campi carreggiati): una serie di solchi paralleli scavati dalla pioggia che sembrano graffi sulla roccia. Queste fessure non sono semplici decorazioni, ma veri e propri imbuti naturali che inghiottono l’acqua, impedendole di scorrere in superficie.

Intorno al massiccio si aprono altopiani affascinanti come la Piana Sant'Agata e il Piano del Mangano. Qui il paesaggio si chiude in bacini senza fiumi: l'acqua piovana non ha altra scelta che infiltrarsi nel sottosuolo attraverso gli inghiottitoi. La genesi di queste piane è affascinante: nate da sprofondamenti tettonici (come il bacino di Sant'Agata), sono state poi modellate nei millenni dalla lenta corrosione chimica del calcare.

Piana S. Agata


La Piana Sant’Agata, in particolare, custodisce una memoria geologica preziosa, fatta di sedimenti antichi e ceneri vulcaniche provenienti dal Somma-Vesuvio. È un punto di estrema delicatezza idrogeologica: qui il contatto tra i terreni sciolti e la roccia calcarea sottostante crea un varco preferenziale per l'acqua. Questo sistema alimenta l'immenso serbatoio sotterraneo del complesso Terminio-Tuoro, una riserva idrica invisibile che, seguendo la trama delle fratture rocciose, dà vita alle sorgenti che riforniscono il bacino del Calore.



Inghiottitoio recente sul margine settentrionale della piana



Dinamiche del Quaternario: Dal Gelo ai Processi di Versante

Le forme che ammiriamo oggi sono il risultato di un lavoro di rifinitura durato circa due milioni di anni, attraverso le epoche del Pleistocene e dell'Olocene. Durante le grandi glaciazioni, pur non ospitando ghiacciai perenni come l'arco alpino, il Monte Tuoro è stato prigioniero di un clima periglaciale. In quel periodo, il gelo intenso agiva come un cuneo nelle fessure della roccia (crioclastismo), frantumandola e accumulando alla base delle pareti settentrionali quegli enormi ventagli di pietrisco che chiamiamo coni di direzione e falde detritiche. 

Molti di questi depositi sono ormai 'fossili', stabilizzati e protetti dalla vegetazione che vi è cresciuta sopra. Tuttavia, nelle zone più ripide, la montagna è ancora viva: i canali rimangono attivi, spostando materiale verso il basso a ogni evento meteorico intenso (debris flow). Grazie alla loro elevata porosità, questi accumuli di roccia frantumata funzionano come spugne, facilitando l'assorbimento dell'acqua nel sottosuolo.

Ancora oggi, l'opera di scavo prosegue: i brevi torrenti stagionali, con la loro forza erosiva, incidono forre profonde e trasportano i detriti calcarei verso le pianure, alimentando costantemente la sedimentazione alluvionale delle aree sottostanti.

Torrente Varco

Caratteristica piccola cascata nel torrente Varco



I Geositi: Punti di Osservazione Privilegiata

Esplorare il Monte Tuoro significa attraversare un museo a cielo aperto. Il massiccio ospita diversi potenziali geositi, luoghi in cui la roccia racconta capitoli unici della storia dell'Appennino. Ecco le tappe imperdibili per chi vuole leggere il paesaggio:

·        La Parete Nord: Qui la montagna si mostra nuda attraverso una scarpata di faglia che funge da vero 'specchio' tettonico. È il luogo dove si tocca con mano la forza che ha sollevato l'intero massiccio, fondamentale per chi studia i movimenti sismici della nostra catena montuosa.

·         Il Laboratorio di Piana Sant'Agata: Questo bacino è un punto di osservazione privilegiato per il viaggio dell'acqua. Si può notare chiaramente dove le ceneri vulcaniche (depositi piroclastici) incontrano il calcare, dando vita a inghiottitoi attivi che assorbono la pioggia come enormi scarichi naturali.

·         L'Altopiano dei Karren (Quota 1400): Sulle creste più alte, il calcare è scolpito in solchi e piccole doline a imbuto. La loro disposizione non è casuale, ma segue la trama delle fratture della roccia (diaclasi), disegnando un reticolo geometrico dettato dalla chimica dell'acqua ad alta quota.

·         Il Mistero della Grotta dei Briganti (Quota 1050): Sull'impervio versante nord si apre questa cavità che custodisce ancora il fascino dell'inesplorato, simbolo del carsismo profondo che attraversa la montagna.

·         Gli Archivi del Clima (Falde di detrito): Lungo i sentieri settentrionali, il pietrisco non è un ammasso caotico, ma è organizzato in strati. Questi 'fogli di roccia' sono testimoni delle oscillazioni climatiche del Pleistocene: ogni strato racconta una diversa fase di gelo e disgelo.


A completare questo quadro, lungo la strada per la vetta, compaiono affioramenti di flysch miocenico e pareti calcaree che rendono il Tuoro un catalogo completo della geologia regionale."



Geobotanica: La Vita tra le Rocce

Sul Monte Tuoro, la geologia non è solo uno sfondo inerte, ma la mano che decide chi può sopravvivere. La carenza d'acqua in superficie e l'alcalinità dei suoli calcarei creano habitat estremi, dove la flora ha dovuto imparare strategie di resistenza straordinarie.

·         I Pionieri della Roccia (Flora Rupicola): Sulle pareti verticali del versante settentrionale, la vita sembra sfidare l'impossibile. Qui troviamo le piante 'litofite', vere acrobate della natura capaci di ancorarsi nelle più piccole fessure del calcare. Tra queste spiccano la Campanula fragilis e diverse varietà di Saxifraga, che trasformano le pareti nude in giardini verticali sospesi nel vuoto.

·         L’Equilibrio tra i Versanti: Il contrasto tra i due lati della montagna genera microclimi radicalmente opposti. Mentre il versante meridionale è abbracciato da dense faggete e boschi misti, rigogliosi grazie a un suolo più profondo e accogliente, le creste sommitali raccontano una storia diversa. Sulla roccia nuda si estendono praterie xerofile, dominate da piante amanti del secco e impreziosite da splendide orchidee selvatiche. La loro presenza è un indicatore perfetto del terreno sottostante: crescono solo dove il substrato è così permeabile da lasciar scivolare via l'acqua istantaneamente."



Calcari dolomitici alterati con flora rupicola lungo un sentiero




Conclusioni: Un Laboratorio di Geodinamica


In definitiva, il Monte Tuoro si rivela molto più di una semplice montagna: è un vero e proprio laboratorio di geodinamica a cielo aperto. La sua silhouette attuale è il risultato di un delicato equilibrio tra forze contrastanti: la spinta tettonica che lo solleva, il carsismo che lo scava dall'interno e i processi di versante che ne rifiniscono i lineamenti. Comprendere queste dinamiche — dall'asimmetria dei suoi fianchi alla fragilità delle piane endoreiche — è il prerequisito fondamentale per una pianificazione territoriale che voglia dirsi consapevole e per la reale tutela della biodiversità campana.

Come geologi e studiosi, il nostro compito è trasmettere una visione nuova: il Tuoro non è un monumento statico, ma un organismo idro-geomorfologico attivo. La sua salute e la sua efficienza come serbatoio idrico dipendono direttamente dalla conservazione dell'integrità dei suoi geositi.

Proteggere luoghi come la Piana di Sant'Agata e i suoi sistemi di drenaggio profondo non è solo un esercizio di tutela naturalistica, ma una scelta strategica vitale. Da questi meccanismi invisibili dipende, infatti, la sicurezza idrica di un'intera regione.



Studi di Settore

Per chi volesse approfondire i dati scientifici alla base di questa analisi, si possono consultare i seguenti lavori tratti dalla letteratura geologica esistente:


1. Riferimenti Cartografici (CARG)

ISPRA – Servizio Geologico d’Italia. Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000 – Foglio 449 (Avellino). Note illustrative a cura di Vitale S., Ciarcia S. et al. (Fondamentale per l'inquadramento delle unità di piattaforma del Tuoro).

ISPRA – Servizio Geologico d’Italia. Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000 – Foglio 467 (Salerno). Note illustrative a cura di Pappone G. et al. (Per le correlazioni con il versante meridionale del massiccio).


2. Geologia Strutturale e Neotettonica

Ascione, A., & Cinque, A. (1997). L'evoluzione geomorfologica dei Monti Picentini (Appennino Campano). Il Quaternario, 10(1), 31-50. (Analisi cruciale sul sollevamento differenziale dei blocchi carbonatici).

Caiazzo, C., et al. (1992). Assetto strutturale e morfogenesi del settore settentrionale dei Monti Picentini (Campania). Studi Geologici Camerti. (Studio specifico sulla fagliazione e l'evoluzione dei rilievi tra Terminio e Tuoro).

Hippolyte, J. C., et al. (1994). Tectonic stratigraphic development of the Southern Apennines (Italy). Basin Research. (Per il contesto geodinamico regionale della piattaforma campano-lucana).

3. Geomorfologia e Dinamiche di Versante

Cataldo, G. (2020). Studio geomorfologico del Monte Tuoro (Monti Picentini - Campania). Rapporto tecnico, Comune di Chiusano di S. Domenico (AV). 
https://www.academia.edu/42118804/Studio_geomorfologico_del_Monte_Tuoro_Monti_Picentini_Campania_

Budetta, P., & Santo, A. (1994). Analisi della franosità dei rilievi carbonatici della provincia di Avellino. Geologia Applicata e Idrogeologia. (Utile per la parte relativa ai detriti di versante e alla stabilità geomorfologica).

Cinque, A. (1992). Dinamiche evolutive dei versanti nell'Appennino meridionale. Memorie della Società Geologica Italiana.

4. Idrogeologia e Carsismo (Il sistema Terminio-Tuoro)

Celico, P. (1983). Idrogeologia dei massicci carbonatici della Campania. Memorie e Note dell'Istituto di Geologia Applicata di Napoli. (Il testo sacro per la circolazione idrica sotterranea nell'area).

De Vita, P., et al., (2018). Hydrogeological map of the Picentini Mountains (Southern Italy). Journal of Maps. (Fornisce la sintesi più moderna sulla ricarica degli acquiferi e le direttrici di flusso).

Fiorillo, F. (2009). The groundwater of Southern Apennines: a review of the current knowledge. Italian Journal of Geosciences. (Per il ruolo dei bacini endoreici come la Piana di Sant'Agata).




Note:

Il presente articolo è una versione preliminare, basato su contenuti dell'Autore già apparsi sul blog; ulteriori approfondimenti verranno integrati in successive revisioni.

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