La terra racconta: la geoarcheologia del sito neolitico della Starza


Ariano Irpino non è solo un crocevia medievale o una città di confine tra Campania e Puglia. Molto prima delle mura normanne, molto prima delle strade moderne, su una collina battuta dal vento viveva una comunità neolitica. 



Oggi conosciamo grazie al sito della La Starza, uno dei contesti preistorici più importanti dell’Italia meridionale.


E a raccontarcelo non sono soltanto i reperti. È il terreno stesso.


Un villaggio del VI millennio a.C. 


Le prime frequentazioni della Starza risalgono al Neolitico antico, attorno alla metà del VI millennio a.C. (circa 5500–5000 a.C.). In questa fase le comunità agricole si sono già stabilizzate: coltivano cereali, allevano animali, producono ceramica.


Nel corso del V e IV millennio a.C., il sito continua a essere occupato, con fasi successive di riorganizzazione e trasformazione dell’abitato. Non parliamo quindi di un insediamento effimero, ma di una presenza stabile e strutturata nel tempo.


La posizione non è casuale: altura dominante, controllo visivo del territorio, vicinanza a risorse idriche e terreni coltivabili. Una scelta strategica, in un’epoca in cui il rapporto con l’ambiente era questione di sopravvivenza.


Cos’è (davvero) la geoarcheologia? 


Quando si parla di archeologia si pensa subito a oggetti: vasi, lame in selce, resti di capanne. La geoarcheologia fa un passo indietro — o meglio, uno strato più in profondità.


È la disciplina che studia:


la stratigrafia dei depositi la composizione dei sedimenti le tracce microscopiche lasciate dalle attività umane i processi naturali che modificano il suolo (erosione, frane, accumuli, incendi) 


In pratica, cerca di distinguere ciò che è stato fatto dall’uomo da ciò che è stato fatto dalla natura.


Alla Starza questo approccio è stato fondamentale.


Leggere gli strati: abitare, bruciare, ricostruire 


Gli scavi hanno restituito una stratigrafia articolata: livelli sovrapposti di frequentazione, piani di calpestio battuti, focolari, accumuli di cenere, buche di palo che indicano strutture lignee scomparse.


Attraverso l’analisi geoarcheologica si è potuto capire, ad esempio:


dove si trovavano le aree domestiche dove si accendevano i fuochi come venivano costruite le capanne se un livello di cenere fosse il risultato di attività quotidiana o di un evento distruttivo 


Ogni strato rappresenta un momento di vita. E quando uno strato copre l’altro, significa che qualcosa è cambiato: una ricostruzione, un abbandono temporaneo, una riorganizzazione dello spazio.


Difese e organizzazione sociale 


Uno degli aspetti più interessanti della Starza è la presenza di strutture che sembrano avere funzione difensiva, come fossati e sistemi di delimitazione.


Dal punto di vista geoarcheologico, questi elementi sono riconoscibili grazie alle differenze nei riempimenti: il terreno che colma un fossato non è mai identico a quello circostante. Cambia la granulometria, cambia la composizione, cambia la sequenza dei depositi.


Questi dettagli permettono di capire:


quando il fossato è stato scavato quanto è rimasto in uso se è stato riempito intenzionalmente o naturalmente 


Non sono solo strutture: sono indizi di organizzazione collettiva, pianificazione e controllo del territorio.


Un paesaggio diverso da quello di oggi 


Tra VI e IV millennio a.C., il paesaggio irpino era più boscoso e meno antropizzato rispetto a oggi. Le analisi dei sedimenti e dei microresti vegetali (come pollini e fitoliti) consentono di ricostruire:


la copertura vegetale le pratiche agricole i cambiamenti climatici locali l’impatto umano sull’ambiente 


La geoarcheologia mostra come le comunità della Starza non fossero semplici abitanti passivi del territorio, ma agenti di trasformazione: disboscavano, coltivavano, modificavano il suolo.


È l’inizio di un rapporto profondo — e irreversibile — tra uomo e ambiente.


Perché la Starza è importante nel quadro del Neolitico meridionale 


Il sito si inserisce in una fase cruciale della preistoria italiana: l’espansione delle comunità agricole nel Mezzogiorno, dopo l’arrivo delle innovazioni neolitiche nel VII–VI millennio a.C.


La lunga durata dell’occupazione e la complessità stratigrafica rendono la Starza un laboratorio ideale per comprendere:


la stabilizzazione dei villaggi le dinamiche di crescita e trasformazione l’organizzazione dello spazio abitativo l’interazione tra fattori ambientali e scelte umane 


Non è solo un sito locale: è una tessera fondamentale del mosaico neolitico dell’Italia meridionale.


La terra come archivio 


Forse l’aspetto più affascinante della geoarcheologia è questo: non cerca oggetti spettacolari, ma relazioni.


Un frammento di ceramica fuori contesto dice poco. Inserito nel suo strato, accanto a un focolare, sopra un piano di calpestio, sotto un livello di crollo — racconta una storia precisa.


Alla Starza, la terra funziona come un archivio stratificato. Ogni deposito è una pagina. E leggerla significa ricostruire non solo cosa facevano quelle comunità, ma come vivevano il loro tempo, il loro spazio, il loro ambiente.


Settemila anni fa.

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