Visita all'Eremo di San Guglielmo: tra cielo e terra, lungo il Cammino di Guglielmo
Un luogo sospeso proiettato al futuro
C'è un luogo, mentre si sale tra i boschi di Chiusano di San Domenico, dove il rumore si acquieta. Solo vento, pietra e una piccola costruzione immersa nel verde: l’eremo di San Guglielmo in quanto testimonianza del monachesimo guglielmino in Irpinia, o anche eremo di Santa Maria della Valle, in onore della Madonna. Più che un semplice posto, è un varco.
La strada si arrampica tra castagni e querce, snodandosi nel silenzio, mentre l’aria diventa più rarefatta, impregnata di muschio e resina. Il cielo si fa intravedere a tratti, filtrato dai rami, e ogni passo sembra allontanarti dal tempo. Lontano il paese, lontano il mondo. Rimangono il fruscio delle foglie, il richiamo distante di un rapace, il respiro della montagna.
Poi, all'improvviso, l’eremo si manifesta: una manciata di muri chiari aggrappati alla roccia, come se la pietra stessa avesse deciso di proteggerli. Non c'è altro. Nessun ornamento, nessuna distrazione. Solo l’essenziale: una soglia, un altare, una vista che trascende il tempo.
L'eremo si staglia come una presenza sospesa tra cielo e terra, luogo di raccoglimento e memoria, spiritualità e natura.
Eppure, in questo silenzio antico, ogni anno si accende una voce corale: l’eremo diventa un palcoscenico naturale per manifestazioni culturali che intrecciano memoria, arte e spiritualità. Si leggono poesie, si raccontano aneddoti popolari, risuonano note di musica classica, spesso affidate a maestri locali e ad artisti provenienti anche da lontano, attratti dal fascino austero di questo luogo. In quei giorni, la pietra ascolta, e il silenzio non si rompe: diventa eco.
Questo antico rifugio ascetico, oggi più che mai, rivive nel contesto del Cammino di Guglielmo, un itinerario escursionistico e spirituale recentemente istituito, che ripercorre le orme del santo abate.
Questo percorso, oggi valorizzato come itinerario
di turismo lento e religioso, unisce eremi, monasteri e santuari tra Irpinia, Lucania e Puglia, rivelando la profonda connessione tra geografia del sacro e
territorio appenninico.
L’itinerario assume così
valore non solo religioso, ma anche geo-culturale, rendendo l’eremo un nodo
chiave per l’interpretazione archeologica e ambientale della zona.
L’eremo, situato nel territorio di Chiusano San Domenico, rappresenta il punto di partenza della seconda tappa del Cammino: da qui, i pellegrini e gli escursionisti si incamminano verso Monte San Domenico, attraversano Piana S. Agata e raggiungono poi i borghi di Castelvetere sul Calore, Montemarano e infine Cassano Irpino, meta finale della giornata.
A valorizzare ulteriormente questo percorso, si inserisce la recente inaugurazione del Museo Multimediale del Cammino di Guglielmo a Chiusano, voluto dall’amministrazione locale per rendere accessibile e coinvolgente la storia di San Guglielmo e del suo messaggio. Un evento al quale ho avuto il piacere di partecipare in prima persona, assistendo a un’iniziativa che coniuga fede, cultura e territorio, proiettando questa esperienza millenaria nel futuro.
Tra storia e leggenda
La storia dell’Eremo ha radici profonde nel cuore del Medioevo, un'epoca in cui il sacro e il selvatico si intrecciavano frequentemente. Qui, nei boschi densi dell’Irpinia, arrivò Guglielmo da Vercelli (circa 1085 – 1142), pellegrino e asceta, spinto da un'intensa sete di Dio e da un altrettanto forte bisogno di silenzio.
Era intorno al 1118 quando Guglielmo, tornato da un lungo pellegrinaggio che lo aveva portato fino a Santiago de Compostela, si stabilì sul Monte Vergine, dove nel 1124 fondò il famoso santuario e l’Ordine dei “Verginiani”. La leggenda narra che fu proprio in questi luoghi impervi che Guglielmo radunò attorno a sé i suoi primi discepoli. Alcuni di loro si trasferirono sulle alture di Chiusano di San Domenico per vivere una vita dedicata alla preghiera e alla penitenza.
Così nacque l’eremo: non da un progetto, ma da un'esigenza spirituale. Nei secoli successivi, fu abitato da monaci e poi da eremiti, in modo discontinuo. Successivamente, venne prima trasformato in cimitero e poi definitivamente abbandonato all'incuria del tempo.
Nel XVII secolo, si registra una breve rinascita del culto e alcuni interventi di restauro. Tuttavia, fu nel Novecento, specialmente negli ultimi decenni, che l’eremo tornò lentamente a essere al centro dell’attenzione grazie all'impegno dell'amministrazione locale e alla riscoperta dei percorsi spirituali e naturalistici della zona.
Oggi, l’eremo è una meta per escursioni, pellegrinaggi e manifestazioni culturali, e sebbene non sia abitato stabilmente, è curato con rispetto come luogo di memoria e raccoglimento. La sua storia continua a vivere non tra le righe dei libri, ma tra le pieghe della montagna, dove il silenzio conserva ogni cosa.
L’eremo oggi – Architettura, spazi e suggestione
L’Eremo di Santa Maria della Valle non si distingue per la sua grandezza, ma per l’armonia tra architettura e natura, tra ciò che è costruito e ciò che è scavato. È un luogo di dimensioni contenute, raccolto, ma ogni pietra sembra essere stata scelta per posarsi nel punto esatto. Non ci sono eccessi, né finzioni. Solo l’essenziale.
La struttura si trova su un versante roccioso di arenaria a circa 700 metri di altitudine, protetta da alberi secolari e circondata da un silenzio che appare parte integrante delle mura. L’edificio principale è una cappella semplice a pianta quadrata, con intonaco chiaro e tetto a falde, che si apre su una piccola spianata artificiale da cui lo sguardo può spaziare liberamente verso la valle.
All’interno, un altare in pietra, essenziale, privo di decorazioni sfarzose. Sulle pareti, icone sacre, ex voto, candele lasciate dai pellegrini e un affresco della Madonna delle Grazie, a cui è dedicata quella chiesetta. Tutto comunica una fede sobria e resistente. Alcuni entrano e pregano in silenzio, altri si siedono a meditare. Nessuno parla.
Il piccolo complesso comprende anche un porticato a pianta rettangolare che accoglie i visitatori, dove spesso si svolgono letture poetiche, esecuzioni musicali e riflessioni condivise. Gli interventi di manutenzione realizzati negli ultimi anni hanno cercato di mantenere la semplicità originaria, evitando ogni modernizzazione invadente.

L’eremo non è un monumento, né un santuario. È uno spazio nudo, quasi invisibile se osservato da lontano. Ma una volta lì, si percepisce chiaramente: questo luogo non è da visitare, ma da attraversare. Con passo leggero, con rispetto, con tempo.
Il paesaggio – Natura, sentieri e contemplazione
Per raggiungere l’Eremo di San Guglielmo non è necessario affrontare sentieri difficili. Dopo aver attraversato il centro di Chiusano di San Domenico, una stradina comunale, discreta e immersa nel verde, conduce dolcemente verso il cuore del monte. Si procede accompagnati da scorci di bosco e silenzi profondi, fino a incontrare una fontana d’acqua freschissima, dove molti si fermano a riempire una borraccia o semplicemente a sostare. Lì, poco più su, inizia lo spazio sacro dell’eremo.
Il paesaggio che circonda l’edificio non è solo pittoresco: è ricco di storia geologica. A poca distanza dall’eremo, ben visibili lungo i margini della strada e nei tagli delle pareti rocciose, si trovano affioramenti della Formazione di Castelvetere: rocce sedimentarie di età Cenozoica, prevalentemente arenarie e calcari marnosi, che testimoniano l’antica presenza di bacini marini e processi di deposizione lenta, avvenuti milioni di anni fa.

Salendo leggermente per un piccolo sentiero verso una cascata naturale poco distante — meta di brevi escursioni da parte dei visitatori più curiosi — il paesaggio cambia ancora.
Qui compaiono rocce calcaree mesozoiche, dure, stratificate, piegate in alcune zone da movimenti tettonici antichi. Queste formazioni, appartenenti alle Unità carbonatiche della Piattaforma appenninica, raccontano una storia ancora più remota, fatta di mari tropicali, scogliere sommerse e lenti processi geologici che hanno modellato le montagne dell’Irpinia nel corso di decine di milioni di anni.
Osservare questi affioramenti mentre si cammina o si contempla il paesaggio aiuta a percepire una cosa semplice ma potente: il sacro qui non è solo nella fede, ma anche nella materia, nella roccia che sostiene tutto, nel tempo profondo custodito nei solchi delle pietre.
Dove il tempo si ferma
Ci sono posti che non richiedono nulla. Non chiedono donazioni, biglietti, né fotografie. Si rivelano in silenzio, come una pagina già scritta che attende solo di essere letta con attenzione.
L’Eremo di San Guglielmo è uno di questi. Non offre spettacolo, ma profondità. Non promette meraviglie, ma tranquillità. È uno spazio sospeso, dove il tempo smette di correre e inizia ad ascoltare. Dove ogni elemento — l’acqua che scorre dalla fontana, la pietra riscaldata dal sole, il suono lontano della foresta — sembra essere presente da sempre, e per sempre.
Visitarlo è un gesto semplice, quasi intimo. È sufficiente prendere la strada da Chiusano, lasciare indietro il rumore e salire. Non è necessario essere credenti per percepire la sacralità del luogo: basta essere presenti, aperti, disposti a rallentare.
Qui, ogni estate, la parola poetica risuona tra le rocce, la musica si fonde con il vento, le storie della tradizione si intrecciano con le note di maestri provenienti da vicino e da lontano. Ma anche quando tutto tace, l’eremo comunica. Comunica con la voce delle sue pietre, delle sue ombre, del suo silenzio profondo.
Chi lo visita, spesso ritorna. Non perché l’eremo cambi — lui rimane immobile — ma perché siamo noi a trasformarci, nel passaggio. Come chi attraversa un varco e, voltandosi indietro, sa di non essere più lo stesso.
Se cercate un luogo dove ritrovare il senso del cammino, della sosta, dell’ascolto, allora salite fin qui. L’Eremo non vi accoglierà con clamore, ma con una carezza leggera sulla soglia dell’anima.



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