Alcune considerazioni su una cavità del M.te Tuoro
Il massiccio carbonatico del M. Tuoro (m. 1432) ed i
rilievi ad esso morfologicamente e strutturalmente connessi (fig. 1), forma il
margine nordoccidentale del gruppo dei monti Picentini e, pur essendo
costituito in gran parte di calcare con un’alta potenzialità di carsismo, non è
mai stato oggetto, per quanto mi risulti, di studi morfologici, né tantomeno di
semplici esplorazioni orientative. Degli studi precedenti solo Civita (1969)
accenna alle morfologie carsiche della vetta del M. Tuoro segnalando sulla
cartografia allegata al suo lavoro una grotta sul versante nord. Di recente il
CAI di Avellino ha incluso M. Tuoro nei suoi programmi escursionistici ed
esplorativi.
Fig.
1 – Versante nord del M. Tuoro.
Questo
territorio è prevalentemente montuoso, con un alternarsi di altopiani e conche
interne. La montagna, che costituisce una delle propaggini dell’Appennino
Meridionale, offre paesaggi forestali e brulli scenari di dorsali rocciose
battute da venti e prive di vegetazione arborea. In tutta l’area sono presenti
forti fenomeni carsici sia superficiali che sotterranei: le doline, gli
inghiottitoi e le piane che si aprono sui fianchi del M. Tuoro, nonché la
ricchezza d’acque che scaturiscono tutt’intorno a quel rilievo dimostrano che
il carsismo vi è ben sviluppato. Le ragioni dello sviluppo di fenomenologie
carsiche risiede non solo nella natura litologica dei terreni mesozoici così
estesamente presenti, ma soprattutto nelle condizioni tettoniche che
interessano quella zona. Il presente lavoro vuole essere un contributo alla
conoscenza di quest’area carsica di notevole interesse geologico idrogeologico
e ambientale.
In
tale contesto, si inserisce la “grotta dei briganti” essendo nota da tempo solo
localmente, ai pastori del luogo, già fonte di narrazioni e leggende, mai
segnalata né tanto meno ancora esplorata o descritta.
In
questa sede si danno solo alcune indicazioni generiche riguardo la sua
ubicazione, i fattori geologici che ne hanno condizionato la genesi, la
morfologia del tratto iniziale e dell’area circostante.
INQUADRAMENTO GEOLOGICO
Il massiccio del M. Tuoro costituisce il settore nord occidentale
dell’unità tettonica dei M. Picentini (Bonardi et al., 1988) ed è limitato
a nord, a ovest e a est, dai terreni del flysch di Castelvetere (Pescatore et
al., 1970); a sud dalla discontinuità strutturale su cui si è impostata la
Piana del Dragone (Celico e Russo, 1981). Esso è costituito in prevalenza da
successioni carbonatiche in facies di piattaforma date da calcari di
retroscogliera e scarpata di età giurassica e cretacica, stratificati o
massicci, attribuite al dominio paleogeografico della Piattaforma appenninica
(Mostardini e Merlini, 1986; Di Nocera et al. 2006), potenti oltre 1500 metri
(Ortolani, 1974). Sui calcari cretacei poggiano lembi di flysch di età
messiniana. Il Pliocene è caratterizzato da superfici di erosione. Segue quindi
il Quaternario con accumuli di brecce, terre rosse, sedimenti lacustri e prodotti
piroclastici (fig. 2).
Fig. 2 - Stralcio Carta Geologica d’Italia
– Foglio 449 Avellino
La
struttura del massiccio del M. Tuoro può essere interpretata analogamente a
quella dell’intero gruppo dei M. Picentini, al quale appartiene. Si può cioè
supporre carreggiata o estesamente sovrascorsa la serie calcareo-dolomitica
mesozoica e poggiante almeno in parte su di un substrato flyschoide plastico
litostratigraficamente analogo ai terreni affioranti ai margini del massiccio
stesso.
Sul
fronte nord del M. Tuoro si riconoscono infatti le grandi linee di una
struttura a piega-faglia e/o sovrascorrimento ad orientamento Est-Ovest, che
mette a contatto i calcari mesozoici con le arenarie del Flysch di Castelvetere
a loro volta in contatto tettonico con le Argille Varicolori del sottostante
Vallone Campore.
La
zona antistante il contatto appare infatti disseminata da blocchi calcarei
tettonicamente avanzati e galleggianti sul flysch. In effetti, i rapporti
attuali tra massicci calcarei e terreni miocenici, così come riscontrato in
affioramento, sono quasi sempre tettonici, raramente stratigrafici. Salvo rare
eccezioni, i massicci calcarei sono limitati ed attraversati da faglie con
piani di scorrimento più o meno verticali. Questi sono stati ritoccati in
maniera molto marcata dall’erosione o anche eliminati del tutto, cosicché, oggi
può risultare difficoltoso riconoscerli. In genere, davanti (a NE) ai massicci
calcarei, gli strati sono sollevati a formare delle pieghe addossate contro i
massicci stessi conseguenza dei movimenti relativi di traslazione dei calcari
da sud-ovest verso nord-est, con un conseguente ispessimento dei terreni
antistanti, e con un rovesciamento di questi stessi terreni sui bordi dei
massicci.
Le
strutture più diffuse nell’area sono le numerose monoclinali che
formano i rilievi calcareo-dolomitici. In queste monoclinali gli strati hanno
inclinazioni medie intorno ai 35° e immergono principalmente verso i quadranti
settentrionali. Le fratture e le faglie che interessano le strutture
monoclinaliche carbonatiche possono essere raggruppate in due sistemi: uno di
direzione NW-SE (senso appenninico) che comprende le grandi faglie perimetrali
dei massicci carbonatici viste poco innanzi, l’altro, ortogonale a questo
(antiappenninico) con faglie di minor rigetto e con minor evidenza morfologica.
Sono inoltre presenti altri due sistemi di faglie di direzione all’incirca N-S
e E-W che rappresentano il frutto di una tettonica più antica. Questi sistemi
si riscontrano in tutto l’Appennino calcareo centro-meridionale.
LINEAMENTI DI GEOMORFOLOGIA
Il massiccio del M.
Tuoro è geograficamente individuato dalle alte valli dei fiumi Calore e Sabato,
le cui testate sono vicinissime, nascendo entrambi i corsi d’acqua nella
profonda valle tra il M. Accellica (m. 1660) e il M. Terminio (m. 1806). Il
gruppo montuoso si erge immediatamente
ad est di Avellino e costituisce, insieme al Terminio la parte più
settentrionale dei monti Picentini.
I limiti geografici
della zona sono marcati più precisamente:
__ ad Est e ad Ovest,
dalle faglie sulle quali si è impostato il deflusso dei fiumi Calore e Sabato,
rispettivamente.
__ a Sud, dalla linea
tettonica che pone in contatto il complesso in oggetto con quello del Terminio
__ a Nord, dalla
direttrice Chiusano di S. Domenico – Castelvetere sul Calore.
La morfologia montana
è quanto mai varia, con alternanze in genere brusche, di dirupi e creste
rocciose, di strapiombi e profonde incisioni, con piani montani di notevoli
dimensioni. Gli agenti modellatori di questo tipo di paesaggio sono stati
innanzitutto la tettonica, che ha condizionato la morfologia. In seguito si è
impostata l’erosione subaerea ed il carsismo, differenziando ulteriormente il
paesaggio e creando profondi inghiottitoi e doline soprattutto nelle zone a più
lieve pendenza. L’ultimo agente modellatore è stato il deposito dei materiali
piroclastici che hanno addolcito le forme impervie colmando le depressioni e
favorendo la formazione di estese coperture vegetali.
La somma di tutte
queste azioni modellatrici hanno portato alla nascita del paesaggio che si può
ammirare oggi: alle alte cime si alternano i
piani carsici di S. Agata, di P.no del Mangano, di P.no dell’Angelo e di
Taggiano. In particolare, P.na S. Agata, per la sua posizione altimetrica e
morfologica acquista un ruolo molto importante per l’idrogeologia dell’intera
zona.
Nelle zone montane
circostanti la piana, l’erosione in genere, è in fase giovanile, come
dimostrato dalle forti pendenze degli alvei torrentizi. Nonostante la presenza
di questi piani, la morfologia è molto aspra, ricca di dirupi e balze scoscese,
strette valli percorsi da torrenti che spariscono improvvisamente. Una tale
morfologia è da mettere in relazione ad una tettonica recente, che ha sconvolto
più che altrove la serie calcarea mesozoica, creando innumerevoli fratture e
faglie che si intersecano dando luogo a estese zone cataclastiche.
l rilievi carbonatici
presentano estesi versanti di strato bordati da faglie ad andamento appenninico
ed antiappenninico, profondamente disseccati da incisioni subparallele prodotte
da corsi d’acqua, tributari del torrente Uccello. In particolare, lungo i
versanti nord occidentali le incisioni sono impostate su linee tettoniche
orientate in prevalenza NW-SE. Nella parte alta dei versanti gli impluvi si
presentano poco incisi, mentre verso la base le incisioni tendono gradualmente
ad approfondirsi in relazione anche con l’aumento di spessore delle coperture
detritiche.
La caratteristica
principale di tutte le incisioni è quella di presentare un profilo
longitudinale relativamente acclive nel tratto medio-superiore, con pendenze
variabili tra 30-65%, le quali favoriscono tuttora l’instaurarsi di fenomeni di
dilavamento più o meno intenso anche se in maniera relativamente episodica. Si
è notato, in effetti, che le incisioni torrentizie in questione sono quasi
sempre secche, il che è da mettere in relazione evidentemente con l’elevata
capacità di assorbimento delle rocce carbonatiche, le quali, solo in
concomitanza con eventi meteorici particolarmente copiosi e concentrati nel
tempo, consentono un certo ruscellamento superficiale. I tratti medio-inferiori
delle stesse aste torrentizie impegnano invece le altre formazioni più recenti,
ove acquistano anche una pendenza indubbiamente minore; tuttavia, mentre in
corrispondenza del manto detritico quaternario che circonda i bordi esterni dei
rilievi si osservano portate relativamente esigue, in corrispondenza dei
terreni più erodibili affioranti all’intorno dei massicci, la rete si
infittisce notevolmente, specie dove la pendenza è più bassa. Questi versanti
presentano le caratteristiche tipiche dei versanti di recessione
rettilineo-parallela con pareti sommitali molto ripide e a tratti subverticali,
che si sviluppano per alcune centinaia di metri in direzione N-S e con ingenti accumuli detritici basali. Essi
sono caratterizzati da un pendenza media
chiaramente maggiore di quella che caratterizza le regioni più basse
circostanti, ove affiorano terreni più recenti, prevalentemente clastici. Il
passaggio tra il profilo aspro dei massicci carbonatici e quello più dolce del
paesaggio vallivo è generalmente brusco, con l’eccezione del bordo
nord-occidentale di M. Luceto dove esistono ampie fasce detritiche di raccordo
probabilmente legate all’effetto crioclastico che, durante le fasi fredde
quaternarie, si sarebbe esplicato maggiormente dove l’esposizione (nord-ovest)
consentiva che si producessero frequenti oscillazioni di temperatura intorno allo
DESCRIZIONE DELLA CAVITA’
Dati Catastali
Nome:
Grotta dei Briganti
Comune:
Chiusano di San Domenico (AV)
Località:
Pietrastretta
Long.
: 2°14’39’’ Lat. : 40°59’12’’
Quota
ingresso: 1025 m s.l.m.
Fig. 3 – Ubicazione della grotta (Pietrastretta) su carta topografica IGM 1:25000
La
cavità si apre a 1025 m s.l.m., sulle pendici settentrionali di M. Tuoro, in un
torrente che attraversa Pietrastretta, passaggio molto suggestivo tra alte
pareti rocciose generate da una faglia beante, a nord est di Piano dell’Angelo,
ed è raggiungibile per mezzo di sentieri
montani che portano fino al M. Tuoro e a M. Luceto.
Essa è riportata sulla Carta Topografica IGM con il simbolo di una cavità
a sviluppo verticale (fig. 3).
La
roccia carbonatica affiorante nei dintorni si presenta fortemente brecciata per
la presenza di importanti lineamenti tettonici ad orientamento NE-SW e
NW-SE.
L’ingresso
si apre sulla parete in sinistra idrografica
di un incassato e ripido vallone che da Piano dell’Angelo
scende a valle fino a confluire nella Valle degli Uccelli, torrente che a sua
volta versa le sue acque nel fiume Calore nei pressi di Carpignano in agro di
S. Mango sul Calore.
La
grotta si sviluppa nei litotipi denominati CDO nella Carta Geologica d’Italia in
scala 1:50000 (fig. 3), composti principalmente da calcari oolitici ed
oncolitici con intercalazioni di calcari conglomeratici con
livelli ricchi di
nerinee ed altri
gasteropodi turricolati associati ad una microfauna costituita da
miliolidi ed orbitolinidi del Giurassico medio-superiore.
Lo
spessore degli strati, mediamente immergenti verso N e NNE, varia dai
10 ai 50 cm e la stratificazione è spesso
disturbata da motivi tettonici che con orientamento prevalente NE- SW e NW-SE
dissecano in più parti il rilievo.
In
sovrapposizione stratigrafica ai depositi carbonatici si può frequentemente
rinvenire un deposito piroclastico da caduta, con spessore variabile da 50
centimetri ad 1,2 metri, costituito da pomici grigie e bianche con spigoli sia
vivi che sub-arrotondati, poco vescicolate
e con scarsa o nulla matrice.
Chiude questa successione uno spessore medio di 40 centimetri di suolo
sabbioso-limoso associato alla attuale copertura boschiva costituita
soprattutto da faggio e bosco ceduo s.l. con fitto sottobosco.
Un antico episodio di sprofondamento ha consentito l’apertura della
cavità. La roccia si presenta infatti fortemente
fratturata e numerosi sono i massi distaccatisi dalle
pareti che hanno interamente coperto l’ingresso
alla grotta. Si tratterebbe quindi di un abisso che funge anche da
inghiottitoio.
Nell’area sono presenti diverse famiglie di fratture subverticali, in
particolare si osservano un sistema coniugato con direttrice NE-SW e un sistema
orientato NW-SE.
Le stesse orientazioni sono seguite dagli alvei dei torrenti e dalle
strutture carsiche, come allineamenti di doline e posizione degli ingressi
delle cavità.
In generale le famiglie di discontinuità possono essere estese anche
oltre l’area di studio.
Sono stati rilevati sistemi di faglie dirette
neotettoniche con andamenti appenninici (N120°-150°), molto diffuse e
sviluppate in lunghezza, con piani di faglia quasi sempre molto inclinati, ed
andamenti antiappenninici (N20°-30°) poco diffusi (Calcaterra et al. 1994).
CONCLUSIONI
Si possono trarre le seguenti osservazioni:
a)
-
le caratteristiche morfologiche e la posizione della cavità sembrano indicare
che la sua genesi sia associata a processi graviclastici più che all’azione
dissolutiva delle acque. Ciò trova sostegno nel fatto che nell’area
circostante è presente un forte controllo strutturale sulla morfologia associato
alla direzione delle principali famiglie di frattura.
b)
–
il fenomeno si è impostato in corrispondenza della zona di incrocio tra faglie
ad andamento E-W e faglie ad andamento appenninico. Poiché quest’ultimo è il
trend più evidente nell’area, si ritiene sia il più recente, il che è
d’altronde noto in letteratura; la grotta è senz’altro posteriore ad ambedue
gli eventi deformativi. Purtroppo non si hanno elementi per inquadrare cronologicamente
in maniera precisa tali fenomenologie.
Da quanto fin qui esposto risulta che la genesi di questa cavità sia
stata condizionata essenzialmente dagli eventi tettonici occorsi nella dorsale
del M. Tuoro e dei Picentini in generale, dei quali fa parte.
LAVORI CITATI
BONARDI et al., (1988) – Carta geologica dell’Appennino meridionale. Mem. Soc. Geol. It., 41.
CALCATERRA D., DUCCI D., SANTO A. (1994) - Aspetti geomeccanici ed idrogeologici nel settore sud-orientale del M.te Terminio (Appennino Meridionale). Geologica Romana, 30, 53-66, Roma.
CELICO e RUSSO, (1981) – Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) – Boll. Soc. Nat. Napoli, 90.
CIVITA M. (1969) – Idrogeologia del Massiccio del Terminio-Tuoro (Campania). Mem. e Note Ist. Geol. Appl., Napoli, 11, pag. 92.
DI NOCERA et al., (2006) – Schema geologico del transetto Monti Picentini orientali-Monti della Daunia meridionali: unità stratigrafiche ed evoluzione tettonica del settore esterno dell’Appennino meridionale – Boll. Soc. Geol. It., 125.
MOSTARDINI e MERLINI (1986) – Appennino centro-meridionale. Sezioni geologiche e proposta di modello strutturale. Mem. Soc. Geol. It., 35.
ORTOLANI F. (1974) - Assetto strutturale dei Monti Picentini, della valle del Sele e del gruppo di Monte Marzano-Monte Ogna (Appennino Meridionale). Implicazioni idrogeologiche. Boll. Soc. Geol. It., 94, Roma.
PESCATORE T., SGROSSO I., TORRE M. (1970) – Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. natur., Napoli. 78.
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