Sguardo geologico sull' area a nord dei M. Picentini
L’area compresa tra Chiusano di San Domenico e Montemiletto, a nord dei Monti Picentini, rappresenta un settore molto interessante dell’Appennino campano dal punto di vista geologico. In pochi chilometri affiorano infatti unità rocciose di età e origine molto diverse, che raccontano una storia lunga decine di milioni di anni, fatta di mari tropicali, bacini profondi, sollevamenti tettonici, fiumi e grandi eruzioni vulcaniche.
Questa varietà rende il territorio una sorta di laboratorio naturale per comprendere l’evoluzione geodinamica dell’Appennino meridionale.
La piattaforma carbonatica appenninica dei Monti Picentini
Le rocce più antiche affioranti nell’area appartengono alla piattaforma carbonatica appenninica, ben rappresentata nei Monti Picentini. Si tratta di potenti successioni di calcari e dolomie deposte tra il Mesozoico e il Paleogene in ambienti marini caldi e poco profondi, simili alle attuali piattaforme carbonatiche tropicali.
Queste rocce, oggi sollevate e fratturate, costituiscono l’ossatura montuosa dell’area e sono spesso interessate da fenomeni carsici, come fratture, cavità e circolazione idrica sotterranea, che influenzano profondamente l’idrogeologia locale.
I flysch: testimonianze di mari profondi
Al di sopra e a contatto tettonico con le unità carbonatiche affiorano diverse successioni di flysch, depositatesi in bacini marini profondi durante le fasi di smantellamento della piattaforma.
Il Flysch di Castelvetere
Il Flysch di Castelvetere è costituito prevalentemente da alternanze di arenarie, marne e argilliti, deposte da correnti torbiditiche in un ambiente di mare profondo.
Queste rocce testimoniano una fase in cui l’area era occupata da bacini sedimentari legati all’avanzamento della catena appenninica.
Il Flysch Rosso
Accanto a esso affiora il Flysch Rosso, caratterizzato da calcari, marne e argille di colore rossastro, dovuto alla presenza di ossidi di ferro.
Questo colore, facilmente riconoscibile sul terreno, rende l’unità particolarmente significativa anche dal punto di vista paesaggistico e permette di leggere con chiarezza le strutture tettoniche che hanno deformato l’area.
Le unità plioceniche: il ritorno del mare
Dopo le principali fasi di deformazione dell’Appennino, nel Pliocene alcune aree furono nuovamente interessate da ingressioni marine.
A questo periodo appartengono le unità plioceniche, costituite da sabbie, argille e conglomerati deposti in ambienti costieri e di piattaforma poco profonda.
Questi sedimenti segnano una fase di relativa calma tettonica e di progressiva emersione del territorio.
I depositi continentali del Fiume Calore
Con il definitivo sollevamento dell’area e l’abbandono degli ambienti marini, il paesaggio assume una configurazione continentale.
Il Fiume Calore e i suoi affluenti hanno inciso il territorio, depositando sedimenti fluviali costituiti da ghiaie, sabbie e limi, spesso organizzati in terrazzi.
Questi depositi raccontano l’evoluzione recente del reticolo idrografico e sono fondamentali per comprendere la geomorfologia attuale della valle.
Le coperture piroclastiche: l’impronta del vulcanismo campano
A completare il quadro geologico vi sono le coperture piroclastiche, legate alle grandi eruzioni dei vulcani campani, in particolare dei Campi Flegrei e del Vesuvio. Ceneri e pomici, trasportate anche a grande distanza, hanno ricoperto il territorio durante il Quaternario, modificando i suoli e influenzando la fertilità agricola.
Questi livelli piroclastici rappresentano spesso l’elemento più superficiale del paesaggio e giocano un ruolo importante nella stabilità dei versanti.
Conclusione
L’area a nord dei Monti Picentini, tra Chiusano e Montemiletto, offre dunque una straordinaria sintesi della storia geologica dell’Appennino meridionale: dai mari tropicali della piattaforma carbonatica, ai bacini profondi dei flysch, fino ai fiumi e alle eruzioni vulcaniche più recenti.
Un territorio in cui le rocce non sono solo elementi del paesaggio, ma vere e proprie pagine di un lungo racconto geologico.






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