mercoledì 31 dicembre 2025

Alcune considerazioni su una cavità del M.te Tuoro

  Il massiccio carbonatico del M. Tuoro (m. 1432) ed i rilievi ad esso morfologicamente e strutturalmente connessi (fig. 1), forma il margine nordoccidentale del gruppo dei monti Picentini e, pur essendo costituito in gran parte di calcare con un’alta potenzialità di carsismo, non è mai stato oggetto, per quanto mi risulti, di studi morfologici, né tantomeno di semplici esplorazioni orientative. Degli studi precedenti solo Civita (1969) accenna alle morfologie carsiche della vetta del M. Tuoro segnalando sulla cartografia allegata al suo lavoro una grotta sul versante nord. Di recente il CAI di Avellino ha incluso M. Tuoro nei suoi programmi escursionistici ed esplorativi.

 


                                                           Fig. 1 – Versante nord del M. Tuoro.


Questo territorio è prevalentemente montuoso, con un alternarsi di altopiani e conche interne. La montagna, che costituisce una delle propaggini dell’Appennino Meridionale, offre paesaggi forestali e brulli scenari di dorsali rocciose battute da venti e prive di vegetazione arborea. In tutta l’area sono presenti forti fenomeni carsici sia superficiali che sotterranei: le doline, gli inghiottitoi e le piane che si aprono sui fianchi del M. Tuoro, nonché la ricchezza d’acque che scaturiscono tutt’intorno a quel rilievo dimostrano che il carsismo vi è ben sviluppato. Le ragioni dello sviluppo di fenomenologie carsiche risiede non solo nella natura litologica dei terreni mesozoici così estesamente presenti, ma soprattutto nelle condizioni tettoniche che interessano quella zona. Il presente lavoro vuole essere un contributo alla conoscenza di quest’area carsica di notevole interesse geologico idrogeologico e ambientale.

In tale contesto, si inserisce la “grotta dei briganti” essendo nota da tempo solo localmente, ai pastori del luogo, già fonte di narrazioni e leggende, mai segnalata né tanto meno ancora esplorata o descritta.

In questa sede si danno solo alcune indicazioni generiche riguardo la sua ubicazione, i fattori geologici che ne hanno condizionato la genesi, la morfologia del tratto iniziale e dell’area circostante. 


                               INQUADRAMENTO GEOLOGICO

 

Il massiccio del M. Tuoro costituisce il settore nord occidentale dell’unità tettonica dei M. Picentini (Bonardi et al., 1988) ed è limitato a nord, a ovest e a est, dai terreni del flysch di Castelvetere (Pescatore et al., 1970); a sud dalla discontinuità strutturale su cui si è impostata la Piana del Dragone (Celico e Russo, 1981). Esso è costituito in prevalenza da successioni carbonatiche in facies di piattaforma date da calcari di retroscogliera e scarpata di età giurassica e cretacica, stratificati o massicci, attribuite al dominio paleogeografico della Piattaforma appenninica (Mostardini e Merlini, 1986; Di Nocera et al. 2006), potenti oltre 1500 metri (Ortolani, 1974). Sui calcari cretacei poggiano lembi di flysch di età messiniana. Il Pliocene è caratterizzato da superfici di erosione. Segue quindi il Quaternario con accumuli di brecce, terre rosse, sedimenti lacustri e prodotti piroclastici (fig. 2).


                              Fig. 2 - Stralcio Carta Geologica d’Italia – Foglio 449 Avellino

 

La struttura del massiccio del M. Tuoro può essere interpretata analogamente a quella dell’intero gruppo dei M. Picentini, al quale appartiene. Si può cioè supporre carreggiata o estesamente sovrascorsa la serie calcareo-dolomitica mesozoica e poggiante almeno in parte su di un substrato flyschoide plastico litostratigraficamente analogo ai terreni affioranti ai margini del massiccio stesso.

Sul fronte nord del M. Tuoro si riconoscono infatti le grandi linee di una struttura a piega-faglia e/o sovrascorrimento ad orientamento Est-Ovest, che mette a contatto i calcari mesozoici con le arenarie del Flysch di Castelvetere a loro volta in contatto tettonico con le Argille Varicolori del sottostante Vallone Campore.

La zona antistante il contatto appare infatti disseminata da blocchi calcarei tettonicamente avanzati e galleggianti sul flysch. In effetti, i rapporti attuali tra massicci calcarei e terreni miocenici, così come riscontrato in affioramento, sono quasi sempre tettonici, raramente stratigrafici. Salvo rare eccezioni, i massicci calcarei sono limitati ed attraversati da faglie con piani di scorrimento più o meno verticali. Questi sono stati ritoccati in maniera molto marcata dall’erosione o anche eliminati del tutto, cosicché, oggi può risultare difficoltoso riconoscerli. In genere, davanti (a NE) ai massicci calcarei, gli strati sono sollevati a formare delle pieghe addossate contro i massicci stessi conseguenza dei movimenti relativi di traslazione dei calcari da sud-ovest verso nord-est, con un conseguente ispessimento dei terreni antistanti, e con un rovesciamento di questi stessi terreni sui bordi dei massicci.

Le strutture più diffuse nell’area sono le numerose monoclinali che formano i rilievi calcareo-dolomitici. In queste monoclinali gli strati hanno inclinazioni medie intorno ai 35° e immergono principalmente verso i quadranti settentrionali. Le fratture e le faglie che interessano le strutture monoclinaliche carbonatiche possono essere raggruppate in due sistemi: uno di direzione NW-SE (senso appenninico) che comprende le grandi faglie perimetrali dei massicci carbonatici viste poco innanzi, l’altro, ortogonale a questo (antiappenninico) con faglie di minor rigetto e con minor evidenza morfologica. Sono inoltre presenti altri due sistemi di faglie di direzione all’incirca N-S e E-W che rappresentano il frutto di una tettonica più antica. Questi sistemi si riscontrano in tutto l’Appennino calcareo centro-meridionale.

 

 

                             LINEAMENTI DI GEOMORFOLOGIA

 

Il massiccio del M. Tuoro è geograficamente individuato dalle alte valli dei fiumi Calore e Sabato, le cui testate sono vicinissime, nascendo entrambi i corsi d’acqua nella profonda valle tra il M. Accellica (m. 1660) e il M. Terminio (m. 1806). Il gruppo montuoso  si erge immediatamente ad est di Avellino e costituisce, insieme al Terminio la parte più settentrionale dei monti Picentini.

I limiti geografici della zona sono marcati più precisamente:

 

__ ad Est e ad Ovest, dalle faglie sulle quali si è impostato il deflusso dei fiumi Calore e Sabato, rispettivamente.

 

__ a Sud, dalla linea tettonica che pone in contatto il complesso in oggetto con quello  del Terminio

 

__ a Nord, dalla direttrice Chiusano di S. Domenico – Castelvetere sul Calore.

 

La morfologia montana è quanto mai varia, con alternanze in genere brusche, di dirupi e creste rocciose, di strapiombi e profonde incisioni, con piani montani di notevoli dimensioni. Gli agenti modellatori di questo tipo di paesaggio sono stati innanzitutto la tettonica, che ha condizionato la morfologia. In seguito si è impostata l’erosione subaerea ed il carsismo, differenziando ulteriormente il paesaggio e creando profondi inghiottitoi e doline soprattutto nelle zone a più lieve pendenza. L’ultimo agente modellatore è stato il deposito dei materiali piroclastici che hanno addolcito le forme impervie colmando le depressioni e favorendo la formazione di estese coperture vegetali.

La somma di tutte queste azioni modellatrici hanno portato alla nascita del paesaggio che si può ammirare oggi: alle alte cime si alternano i  piani carsici di S. Agata, di P.no del Mangano, di P.no dell’Angelo e di Taggiano. In particolare, P.na S. Agata, per la sua posizione altimetrica e morfologica acquista un ruolo molto importante per l’idrogeologia dell’intera zona.

Nelle zone montane circostanti la piana, l’erosione in genere, è in fase giovanile, come dimostrato dalle forti pendenze degli alvei torrentizi. Nonostante la presenza di questi piani, la morfologia è molto aspra, ricca di dirupi e balze scoscese, strette valli percorsi da torrenti che spariscono improvvisamente. Una tale morfologia è da mettere in relazione ad una tettonica recente, che ha sconvolto più che altrove la serie calcarea mesozoica, creando innumerevoli fratture e faglie che si intersecano dando luogo a estese zone cataclastiche.

l rilievi carbonatici presentano estesi versanti di strato bordati da faglie ad andamento appenninico ed antiappenninico, profondamente disseccati da incisioni subparallele prodotte da corsi d’acqua, tributari del torrente Uccello. In particolare, lungo i versanti nord occidentali le incisioni sono impostate su linee tettoniche orientate in prevalenza NW-SE. Nella parte alta dei versanti gli impluvi si presentano poco incisi, mentre verso la base le incisioni tendono gradualmente ad approfondirsi in relazione anche con l’aumento di spessore delle coperture detritiche.

La caratteristica principale di tutte le incisioni è quella di presentare un profilo longitudinale relativamente acclive nel tratto medio-superiore, con pendenze variabili tra 30-65%, le quali favoriscono tuttora l’instaurarsi di fenomeni di dilavamento più o meno intenso anche se in maniera relativamente episodica. Si è notato, in effetti, che le incisioni torrentizie in questione sono quasi sempre secche, il che è da mettere in relazione evidentemente con l’elevata capacità di assorbimento delle rocce carbonatiche, le quali, solo in concomitanza con eventi meteorici particolarmente copiosi e concentrati nel tempo, consentono un certo ruscellamento superficiale. I tratti medio-inferiori delle stesse aste torrentizie impegnano invece le altre formazioni più recenti, ove acquistano anche una pendenza indubbiamente minore; tuttavia, mentre in corrispondenza del manto detritico quaternario che circonda i bordi esterni dei rilievi si osservano portate relativamente esigue, in corrispondenza dei terreni più erodibili affioranti all’intorno dei massicci, la rete si infittisce notevolmente, specie dove la pendenza è più bassa. Questi versanti presentano le caratteristiche tipiche dei versanti di recessione rettilineo-parallela con pareti sommitali molto ripide e a tratti subverticali, che si sviluppano per alcune centinaia di metri in direzione N-S  e con ingenti accumuli detritici basali. Essi sono caratterizzati da un pendenza media  chiaramente maggiore di quella che caratterizza le regioni più basse circostanti, ove affiorano terreni più recenti, prevalentemente clastici. Il passaggio tra il profilo aspro dei massicci carbonatici e quello più dolce del paesaggio vallivo è generalmente brusco, con l’eccezione del bordo nord-occidentale di M. Luceto dove esistono ampie fasce detritiche di raccordo probabilmente legate all’effetto crioclastico che, durante le fasi fredde quaternarie, si sarebbe esplicato maggiormente dove l’esposizione (nord-ovest) consentiva che si producessero frequenti oscillazioni di temperatura intorno allo 0 °C.



                                  DESCRIZIONE DELLA CAVITA’

 

Dati Catastali

Nome: Grotta dei Briganti

Comune: Chiusano di San Domenico (AV)

Località: Pietrastretta

Long. : 2°14’39’’ Lat. : 40°59’12’’ 

Quota ingresso: 1025 m s.l.m.

   

 

 





           Fig. 3 – Ubicazione della grotta (Pietrastretta) su carta topografica IGM 1:25000

 

La cavità si apre a 1025 m s.l.m., sulle pendici settentrionali di M. Tuoro, in un torrente che attraversa Pietrastretta, passaggio molto suggestivo tra alte pareti rocciose generate da una faglia beante, a nord est di Piano dell’Angelo, ed  è raggiungibile per mezzo di sentieri montani che portano fino al M. Tuoro e a M. Luceto.

Essa è riportata sulla Carta Topografica IGM con il simbolo di una cavità a sviluppo verticale (fig. 3).

La roccia carbonatica affiorante nei dintorni si presenta fortemente brecciata per la presenza di importanti lineamenti tettonici ad orientamento  NE-SW e  NW-SE.

L’ingresso si apre sulla parete in  sinistra idrografica di  un incassato e  ripido vallone che da Piano dell’Angelo scende a valle fino a confluire nella Valle degli Uccelli, torrente che a sua volta versa le sue acque nel fiume Calore nei pressi di Carpignano in agro di S. Mango sul Calore.

La grotta si sviluppa nei litotipi denominati CDO nella Carta Geologica d’Italia in scala 1:50000 (fig. 3), composti principalmente da calcari oolitici ed oncolitici con intercalazioni di calcari conglomeratici  con   livelli   ricchi   di  nerinee   ed   altri   gasteropodi turricolati associati ad una microfauna costituita da miliolidi ed orbitolinidi del Giurassico medio-superiore.

Lo spessore degli strati, mediamente immergenti verso N e NNE, varia  dai  10   ai  50 cm e la stratificazione è spesso disturbata da motivi tettonici che con orientamento prevalente NE- SW e NW-SE dissecano in più parti il rilievo.

In sovrapposizione stratigrafica ai depositi carbonatici si può frequentemente rinvenire un deposito piroclastico da caduta, con spessore variabile da 50 centimetri ad 1,2 metri, costituito da pomici grigie e bianche con spigoli sia vivi che sub-arrotondati,  poco vescicolate e con scarsa o nulla matrice.

Chiude questa successione uno spessore medio di 40 centimetri di suolo sabbioso-limoso associato alla attuale copertura boschiva costituita soprattutto da faggio e bosco ceduo s.l. con fitto sottobosco.

Un antico episodio di sprofondamento ha consentito l’apertura della cavità.  La roccia si presenta infatti fortemente fratturata  e  numerosi sono i massi distaccatisi dalle pareti   che hanno interamente coperto l’ingresso alla grotta. Si tratterebbe quindi di un abisso che funge anche da inghiottitoio.

Nell’area sono presenti diverse famiglie di fratture subverticali, in particolare si osservano un sistema coniugato con direttrice NE-SW e un sistema orientato NW-SE.

Le stesse orientazioni sono seguite dagli alvei dei torrenti e dalle strutture carsiche, come allineamenti di doline e posizione degli ingressi delle cavità.

In generale le famiglie di discontinuità possono essere estese anche oltre l’area di studio.

Sono stati rilevati sistemi di faglie dirette neotettoniche con andamenti appenninici (N120°-150°), molto diffuse e sviluppate in lunghezza, con piani di faglia quasi sempre molto inclinati, ed andamenti antiappenninici (N20°-30°) poco diffusi (Calcaterra et al. 1994).       

 

                                                CONCLUSIONI

 

 

Si possono trarre le seguenti osservazioni:

 

a)     - le caratteristiche morfologiche e la posizione della cavità sembrano indicare che la sua genesi sia associata a processi graviclastici più che all’azione dissolutiva delle acque. Ciò trova sostegno nel fatto che nell’area circostante è presente un forte controllo strutturale sulla morfologia associato alla direzione delle principali famiglie di frattura.

 

b)    – il fenomeno si è impostato in corrispondenza della zona di incrocio tra faglie ad andamento E-W e faglie ad andamento appenninico. Poiché quest’ultimo è il trend più evidente nell’area, si ritiene sia il più recente, il che è d’altronde noto in letteratura; la grotta è senz’altro posteriore ad ambedue gli eventi deformativi. Purtroppo non si hanno elementi per inquadrare cronologicamente in maniera precisa tali fenomenologie.

 

Da quanto fin qui esposto risulta che la genesi di questa cavità sia stata condizionata essenzialmente dagli eventi tettonici occorsi nella dorsale del M. Tuoro e dei Picentini in generale, dei quali fa parte.

 

 

                                                                 LAVORI  CITATI

 

BONARDI et al., (1988) – Carta geologica dell’Appennino meridionale. Mem. Soc. Geol. It., 41.

CALCATERRA D., DUCCI D., SANTO A. (1994) - Aspetti geomeccanici ed idrogeologici nel settore sud-orientale del M.te Terminio (Appennino Meridionale). Geologica Romana, 30, 53-66, Roma.

CELICO e RUSSO, (1981) – Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino) – Boll. Soc. Nat. Napoli, 90.

CIVITA M.  (1969) – Idrogeologia del Massiccio del Terminio-Tuoro (Campania). Mem. e Note Ist. Geol. Appl., Napoli, 11, pag. 92.

DI NOCERA et al., (2006) – Schema geologico del transetto Monti Picentini orientali-Monti della Daunia meridionali: unità stratigrafiche ed evoluzione tettonica del settore esterno dell’Appennino meridionale – Boll. Soc. Geol. It., 125.

MOSTARDINI e MERLINI (1986) – Appennino centro-meridionale. Sezioni geologiche e proposta di modello strutturale. Mem. Soc. Geol. It., 35.

ORTOLANI F. (1974) - Assetto strutturale dei Monti Picentini, della valle del Sele e del gruppo di Monte Marzano-Monte Ogna (Appennino Meridionale). Implicazioni idrogeologiche. Boll. Soc. Geol. It., 94, Roma. 

PESCATORE T., SGROSSO I., TORRE M. (1970) – Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. natur., Napoli. 78.




lunedì 29 dicembre 2025

La geologia tecnica dell'area di Chiusano di S. Domenico

 


Il territorio comunale di Chiusano di S. Domenico è suddivisibile in due realtà geologicamente e geotecnicamente molto diverse e praticamente contrapposte: l’area montana a sud del centro urbano e l’area a nord dell’abitato, collinare, dalle falde del M. Tuoro s.l. fino agli alvei dei valloni Campore e S. Marco e oltre.




Per quanto concerne la composizione del sottosuolo cittadino dobbiamo dire che si tratta di aree sulle quali si è sviluppato un centro urbano con una storia plurisecolare che ha portato profonde modifiche morfologiche accompagnate dalla copertura della superficie topografica da parte di edifici e di strade, rendendo alquanto problematico riconoscere i tratti naturali del territorio.

In particolare sono venuti a risultare molto rari gli affioramenti del sottosuolo, costituiti di fatto solo da scavi occasionali per cantieri edili.

Tale situazione di invisibilità viene affrontata raccogliendo informazioni relative al sottosuolo attraverso ispezioni di scavi, perforazioni e rilevamenti delle aree di campagna.

Il primo settore che riguarda la collina di S. Domenico, è caratterizzato da un vasto corpo sedimentario appartenente alla grande piattaforma carbonatica appenninica costituito da una successione stratigrafica di spessore visibile intorno al migliaio di metri, di calcari detritici e organogeni, calcari marnosi e brecce calcaree, di color bianco o grigio, organizzati in strati di spessore variabile, generalmente pendenti verso nord. Tale pila di strati si è deposta in ambienti marini poco profondi, di scogliera, nell’Era Mesozoica (si tratta cioè di rocce di età compresa tra 190 e 65 milioni di anni fa).

Il secondo settore, più esteso, e che interessa la maggior parte dell’abitato, è caratterizzato prevalentemente da una serie terrigena di tipo flyschoide. Si tratta di depositi marini profondi immediatamente contemporanei al parossismo orogenetico della catena appenninica. Questi terreni, a componente argillosa e sabbiosa, sono facilmente aggredibili dagli eventi piovosi intensi che li trasformano in un’estesa coltre di alterazione di terreni eluviali e colluviali.

I terreni eluviali sono il prodotto della progressiva alterazione chimica e fisica che interessa superficialmente il substrato litoide. Essi sono costituiti, data la locale litologia, da materiali a grana fine o finissima (argille limose e sabbiose) e formano delle estese coltri di spessore variabile da pochi decimetri a qualche metro.

I terreni colluviali sono formati dall’accumulo di materiale detritico, derivante dall’alterazione e disgregazione dei calcari e delle arenarie ad opera degli agenti atmosferici che, depostosi sotto forma di falde, si trova lungo le principali rotture di pendio poste ai bordi dei rilievi calcarei o delle colline arenacee. Si tratta di depositi privi di qualsiasi classazione i cui clasti, piuttosto grossolani, sono immersi in una matrice minuta calcarea o argillosa. Sono quasi ovunque frammisti a materiali piroclastici rimaneggiati e ad elementi residui della dissoluzione dei calcari.

Sono questi i terreni che interessano maggiormente le fondazioni di edifici e di altre opere di costruzione del centro abitato. Sotto il profilo geotecnico ci si trova nel campo dei suoli o terreni s.str.. Generalmente si configurano basse proprietà di resistenza meccanica globale, con alti valori della deformabilità, soprattutto in relazione allo stato di cementazione e ai parametri dell’attrito. L’acqua influisce sulle caratteristiche geotecniche producendo un’ulteriore degradazione delle proprietà meccaniche.

Il miglioramento delle proprietà meccaniche caratteristiche con la profondità comporta un corrispondente aumento della capacità portante di questi terreni.

I substrati calcarei e arenitici offrono invece buone o discrete caratteristiche fondazionali in termini di elasticità, deformabilità, capacità portante.

In tutto il territorio, inoltre, numerosi sono i casi di instabilità, dovuti in buona parte all’alta aliquota di terreni argillosi, particolarmente sensibili all’azione franosa. Basta un taglio irrazionale o una modifica dell’angolo del pendio, accompagnati magari dalla semplice azione degli agenti atmosferici, per provocare un dissesto o quanto meno una modifica nell’ambiente fisico preesistente. Si sono verificate frane e smottamenti con interruzioni di strade, abitazioni in pericolo, manufatti vari lesionati e nella loro varietà si riscontrano di volta in volta le solite ragioni legate alla natura del terreno, alle sue caratteristiche, ai processi alterativi in atto ed alle modifiche apportate dall’uomo col suo intervento non sempre razionale mentre sta entrando nell’abitudine parlare di “imprevisto geologico”.

Sembra quasi di poter dire che le caratteristiche, i procedimenti, i dimensionamenti e gli stessi rimedi sono stati finora adottati e fissati intuitivamente senza tener conto dei fattori geologici, geomorfologici e geotecnici.

Concludendo possiamo dire che ancora oggi il sottosuolo è poco conosciuto e ancor meno lo è sotto l’aspetto geologico-tecnico.

E’ giusto che le caratteristiche tecniche vanno analizzate in funzione del tipo di opera, ma è pur vero che in mancanza di una raccolta organica dei dati tecnici si perde un patrimonio prezioso.

In ogni caso, e a maggior ragione in prospettiva sismica, è importante pianificare molto attentamente le indagini preliminari delle opere ingegneristiche.

venerdì 31 ottobre 2025

Geositi: il patrimonio nascosto che racconta la Terra



La Terra rappresenta un libro aperto, redatto in miliardi di anni attraverso rocce, paesaggi e minerali. Alcuni luoghi, noti come geositi, custodiscono testimonianze uniche della sua storia. La loro protezione e valorizzazione rientrano nel campo della geoconservazione, una disciplina che salvaguarda la memoria del pianeta e promuove un uso sostenibile del territorio.

I geositi possono manifestarsi come affioramenti rocciosi, vulcani, grotte, depositi fossiliferi o paesaggi modellati dall’acqua e dai ghiacciai. Questi luoghi consentono di comprendere i processi naturali, le dinamiche climatiche e l’evoluzione del nostro pianeta. In sostanza, sono documenti naturali fondamentali per la ricerca e l'insegnamento.

I geositi narrano la storia antichissima del nostro pianeta. Preservarli equivale a tutelare un patrimonio naturale, culturale e scientifico, offrendo alle generazioni future l'opportunità di apprendere e rispettare la Terra.

Visitare un geosito ci consente di percepire il profondo scorrere del tempo della Terra e il nostro ruolo in questa storia millenaria.

Il complesso dei geositi di una regione o di un Paese costituisce il suo patrimonio geologico. Questo patrimonio possiede un valore molteplice:

Scientifico, poiché permette di ricostruire l’evoluzione geologica e ambientale del territorio. Educativo e didattico, come strumento per l’insegnamento delle scienze della Terra e per sensibilizzare il pubblico. Culturale, in quanto collega la storia della Terra a quella dell’uomo, influenzando paesaggi, risorse e insediamenti. Economico e turistico, attraverso il geoturismo, una forma di turismo sostenibile che promuove la scoperta e l’uso consapevole del patrimonio geologico.

In altre parole, i geositi generano un valore integrato, combinando educazione, cultura, tutela ambientale e sviluppo sostenibile.

Molti geositi sono a rischio di scomparsa a causa dell’espansione urbana, delle estrazioni o dell’incuria. 

La valorizzazione e la protezione di questi luoghi rientrano in un ambito sempre più significativo delle scienze della Terra: la geoconservazione.

Questa disciplina, relativamente recente, è emersa in risposta alle crescenti minacce provenienti da: urbanizzazione e infrastrutture invasive; attività estrattive; vandalismo e raccolta illegale di fossili e minerali; abbandono e scarsa consapevolezza del valore scientifico dei siti.

Le azioni di geoconservazione possono comprendere:

la catalogazione e mappatura dei geositi; la protezione legale di quelli più significativi; la gestione sostenibile dei siti accessibili al pubblico; la valorizzazione educativa e turistica; la promozione di reti di geositi a livello regionale o nazionale. Geoparchi e reti internazionali.

Un ruolo cruciale nella salvaguardia del patrimonio geologico è ricoperto dai Geoparchi, aree riconosciute dall’UNESCO per la loro straordinaria importanza geologica e per l'impegno nella conservazione e nello sviluppo sostenibile delle comunità locali.

I Geoparchi Globali UNESCO favoriscono una visione integrata del territorio, in cui geologia, cultura, biodiversità e attività umane coesistono in equilibrio.

Esempi virtuosi includono i Geoparchi Globali UNESCO, come il Parco del Beigua in Liguria o il Parco delle Madonie in Sicilia, dove la tutela della geodiversità e lo sviluppo turistico coesistono in armonia.

Oggi viviamo in un’epoca in cui la conoscenza scientifica è sempre più specializzata, ma allo stesso tempo la consapevolezza ambientale sembra spesso superficiale. Visitare un geosito, osservare una roccia antichissima o un antico fondale marino pietrificato, può invece farci percepire il tempo profondo della Terra e il nostro ruolo limitato ma significativo in questa storia millenaria.

Credo che la geoconservazione non sia soltanto una pratica scientifica, ma anche un atto di responsabilità etica: riconoscere il valore del pianeta che ci ospita e impegnarci a conservarlo è un segno di maturità civile e culturale. 


giovedì 30 ottobre 2025

Il massiccio calcareo del M.te Luceto

M. te Luceto, rilievo calcareo del gruppo dei Monti Picentini, è un’area naturalistica e di svago nota a livello regionale, già meta di escursioni e gite, come la famosa “scalata” che si tiene ogni anno nel mese di Aprile e che riunisce numerosi visitatori provenienti dai paesi vicini. L’area considerata nel suo contesto tettonico e geomorfologico, rappresenta una singolarità "geologica" meritevole sia di ulteriori studi, sia di interventi di tutela e valorizzazione nell’ottica di una didattica di tipo naturalistico. E’ certamente meritevole di essere censita come un importante "sito geologico", per il suo interesse rilevante per la conoscenza della morfotettonica di questa parte dell’Appennino meridionale.


L’area di studio ricade nel settore nordoccidentale del gruppo dei M. Picentini ed è geograficamente individuata dalle alte valli dei fiumi Calore e Sabato, le cui testate sono vicinissime, nascendo entrambi i corsi d’acqua nella profonda valle tra il M. Accellica (m. 1660) e il M. Terminio (m. 1806).

I limiti geografici della zona sono dati:

__ ad Est e ad Ovest, dalle faglie sulle quali si è impostato il deflusso dei fiumi Calore e Sabato, rispettivamente.

__ a Sud, dalla linea tettonica che pone in contatto il complesso in oggetto con la Piana del Dragone,

__ a Nord, dalla direttrice Chiusano di S. Domenico – Castelvetere sul Calore.



Il gruppo di monti legati al M. Tuoro sono parte integrante della Piattaforma Appenninica sovrascorsa sulle unità lagonegresi e sono costituiti da una successione mesozoica (Unità M. Picentini-Lattari), giurassico-cretacica in facies di piattaforma con calcari di retroscogliera e scarpata. I depositi, ben stratificati, sono inizialmente detritici e, successivamente, organogeni con facies di tipo biostromale.

La fauna riconoscibile nella parte basale della successione è rappresentata da Requienie, Nerineidi ed altre piccole rudiste; seguono calcari nocciola a grana fine, calcari detritici con frammenti di orbitoline fino ai livelli biostromali, ricchi di rudiste. Verso l’alto la serie mesozoica assume una tessitura clastica con brecce calcaree poligeniche a cemento spatico verdastro e nocciola.

Su di essi trasgrediscono, dopo un’ampia lacuna paleogenica, i depositi terrigeni miocenici del Flysch di Castelvetere costituiti da sedimenti torbiditici prevalentemente arenacei nei quali sono intercalati, a più altezze stratigrafiche, materiali alloctoni costituiti da olistoliti carbonatici e non, brecce calcaree e argille caotiche e che affiorano estesamente sul margine nordorientale del rilievo carbonatico a contatto stratigrafico con esso.
Lembi di questi terreni si rinvengono anche sui rilievi calcarei in località La Pila e Piana S. Agata.

Il flysch si presenta come una alternanza di arenarie grossolane e fini, conglomerati e argille verdi e azzurre, in strati e banchi, con molteplici strutture sedimentarie.
Nella parte alta del Messiniano superiore si depongono, in bacini limitati, argille con gessi, che si presentano come peliti sabbiose plumbee, sottilmente stratificate e laminate, a cui si intercalano livelli di gesso. 

Nella valle del Calore e nei Monti Picentini in generale, seguono quindi tettonicamente terreni scompaginati che hanno assunto vari nomi formazionali assimilabili alle unità Sicilidi; si presentano come peliti tettonizzate, grigio-scure, con fiamme rosse e verdi, inglobanti blocchi lapidei di litobiofacies e di età molto diverse; si tratta di materiale alloctono, proveniente da aree più interne ed arrivato nel Tortoniano-Messiniano, i cui rapporti con le altre formazioni sono sempre condizionati dalla tettonica. 

Il Pliocene è assente e marcato da superfici di erosione. A completamento del quadro stratigrafico, si citano le unità quaternarie costituite da terre rosse, brecce continentali, coltri alluvionali e piroclastiche. 






Interesse scientifico principale

Geomorfologico

Interesse scientifico secondario 

Idrogeologico, Panoramico 

Appartenenza ad aree protette 

Zona di riserva integrale del Parco Naturale Regionale dei Monti Picentini. 

Integrità 

M.te Luceto risulta in gran parte integro. 

Rappresentatività
 
L'elevata concentrazione delle morfologie rilevate è rappresentativa di un grande sistema carsico periglaciale e morfotettonico. 

Descrizione scientifica 

M. Luceto, propaggine nord occidentale del gruppo del M. Tuoro, è un sito di grande valenza paesaggistica che, dalla quota di 1315 metri domina la valle sottostante. Il massiccio è costituito da rocce di natura calcarea di età mesozoica, disposte in strati di spessore superiore al metro che pendono a nord con inclinazione uguale a quella del versante immergendosi sotto le sequenze terrigene del flysch di Castelvetere. 

La stratificazione della montagna è ben visibile anche da una certa distanza aiutandosi con un binocolo. I calcari appaiono dislocati da faglie che formano dei gradini morfologici. In alcuni punti sono infatti evidenti piani di faglia che mettono a contatto le rocce mesozoiche con quelle terziarie arenaceo-argillose del Flysch di Castelvetere. La scarpata che costituisce il margine occidentale del Massiccio rappresenta una spettacolare forma tettonica dell’Appennino. Attraverso tale scarpata si raccordano gli altopiani sommitali, che si estendono al di sopra dei 1000 m s.l.m., con la fascia collinare che degrada gradualmente a nord verso la valle del fiume Calore. 

La transizione morfologica fra la scarpata ed il rilievo collinare ha luogo lungo una linea che corre oscillando fra le quote di 400 ed 800 metri, caratterizzata da un cambiamento sia del tipo di rocce, sia dello stile morfologico. Infatti, tale linea marca il contatto tra i calcari di piattaforma/ scarpata giurassico-cretacici e i sedimenti torbiditici silicoclastici miocenici del Flysch di Castevetere.



Il rilievo carbonatico presenta estesi versanti di strato bordati da faglie ad andamento appenninico ed antiappenninico, profondamente dissecati da incisioni subparallele prodotte da corsi d’acqua, tributari del torrente Uccello. Sul versante occidentale in particolare, le incisioni sono impostate su linee tettoniche orientate NW-SE. Qui gli impluvi si presentano poco incisi in quota, tendendo gradualmente ad approfondirsi e a restringersi nella zona pedemontana, in relazione anche con l’aumento di spessore delle coperture detritiche che attraversano alla base del versante. Questo versante presenta pareti sommitali molto ripide e a tratti subverticali, che si sviluppano per alcune centinaia di metri in direzione N-S.



Nella genesi di tale versante sono stati prevalenti i processi erosionali dovuti alla degradazione areale del ghiaccio, e subordinatamente, ai processi di dissoluzione carsica e di erosione lineare. I fenomeni carsici in superficie sono sviluppati con esempi di doline e piane morfologicamente ben sviluppate ma molto circoscritte. 

Su una delle faglie che borda il versante a sud, si è prodotta una profonda forra dissecata dalle acque del Torrente Uccello. 
Questa forra evolutasi per processi fluvio-carsici, si è approfondita maggiormente nei punti dove erano presenti cavità carsiche superficiali. Presenta l’alveo con una acclività piuttosto elevata, con tracciato vario e irregolare, e con frequenti rotture di pendio e variazioni di larghezza. Il torrente scorre con regime irregolare su materiale estremamente eterogeneo, che va dalla roccia in posto, più o meno coerente, ai detriti che può assumere in carico, ai grossi macigni precipitati dai versanti. Ai lati della forra vi sono alcune vallette secche sospese sul fondo della gola.



Una variazione di pendenza dell’alveo ha generato una piccola cascata alquanto suggestiva. Tutti questi aspetti morfologici sono indizi di movimenti tettonici recenti della montagna. Un ulteriore interesse del massiccio risiede nella gran quantità d’acque in esso presenti come dimostrano le sorgenti ai piedi della montagna ed altre in alta quota che rendono rinomata la zona. Un aspetto di grande valore infine è il fatto che M. Luceto può essere considerato un terrazzo naturale punto panoramico di eccellenza dal quale si può ammirare la ricchezza dell’ambiente che lo circonda.


















mercoledì 29 ottobre 2025

Il contesto geologico del sito preistorico di Montemiletto (AV).










Il sito di Cava Brogna (Montemiletto, Avellino) è un giacimento del Paleolitico Medio emerso tra il 1976 e il 1977 grazie agli studi di Cesare Porcelli.

Si tratta di un contesto stratigrafico eccezionale: una fessura naturale in roccia calcarea, colmata da una sequenza sedimentaria (argille, sabbie grossolane, limi), in cui sono stati rinvenuti 537 strumenti litici musteriani, oltre a 152 nuclei e scarti di lavorazione .

Il sito sorge su una fessura naturale modellata nella roccia calcarea locale del Flysch Rosso (membro calcareo-pelitico). La fessura nella roccia calcareo-clastica ormai colmata da successivi depositi sedimentari: argille alla base, sabbie grossolane in mezzo e limi nella parte più alta, ha agito da contenitore naturale per gli artefatti musteriani.

La limitata esplorazione (causa aumento antropico estrattivo) ha impedito un’analisi dettagliata dell’ambiente sedimentario e faunistico .

Il Flysch Rosso, una formazione largamente diffusa nel settore esterno dell’Appennino meridionale (Irpinia, Sannio, Campania), si estende dal Cretaceo superiore all'inizio del Miocene.

È caratterizzato da una alternanza di calcareniti e marne rosse, spesso calcareo-clastiche o pelitiche, con spessori anche di centinaia di metri .

Secondo il Progetto CARG dell’ISPRA, il Flysch Rosso (Unità di Frigento–Monte Arioso) può essere suddiviso in:

Membro diasprigno (base): alternanze torbiditiche di argille marnose, argilliti e calcilutiti → Cretaceo superiore–Miocene inferiore.

Membro calcareo-pelitico (superiore): alternanze di calcari e marne rossastre, con facies calcareo-pelitiche chiaramente distinguibili.

Il Flysch Rosso appartiene a un dominio bacinale esterno (Lagonegrese‑Molisano), con sedimentazione in ambiente marino profondo, scarsa, alimentato da flussi detritici gravitativi lungo una scarpata carbonatica ‑ collegata alla Piattaforma Appenninica — e successivamente deformato nelle fasi orogeniche dell’Appennino meridionale .

Cava Brogna rappresenta un caso emblematico di come una formazione geologica — il Flysch Rosso, e in particolare il membro calcareo-pelitico — ha potuto fornire un ambiente ideale per l’accumulo e la conservazione di manufatti preistorici.

La connessione tra geologia e archeologia in questo sito offre preziose opportunità di ricerca interdisciplinare.

lunedì 1 settembre 2025

Dall’Eremo di San Guglielmo a Piana S. Agata attraverso il Sentiero Alano

 



Descrizione dell'itinerario

Questo sentiero rappresenta un itinerario escursionistico di elevato valore naturalistico, paesaggistico e geologico. Si sviluppa in un ambiente appenninico ricco di suggestioni storiche e spirituali, collegando l’Eremo di San Guglielmo alla Piana carsica di Sant’Agata, lungo un percorso di circa 2 km che attraversa boschi misti, formazioni calcaree e rilievi panoramici. 

Oltre a offrire un’esperienza immersiva nella natura, il sentiero permette di leggere il paesaggio come un testo stratificato, in cui si intrecciano vicende umane, dinamiche ecologiche e fenomeni geomorfologici complessi.

L’itinerario escursionistico è stato ideato quindi in alcuni stop, individuati in aree di interesse geologico e/o geomorfologico ma che accomunano anche un interesse storico e naturalistico.

Il percorso, della durata minima di mezza giornata, al momento della sua attuazione, può essere integrato con iniziative culturali e soste eno-gastronomiche in strutture ricettive della zona che si distinguono per l’ospitalità e la rinomata produzione culinaria offerte e che potrebbero stimolare flussi turistici dai paesi vicini, di studenti e persone appassionate.


Eremo di San Guglielmo – Il punto d'origine storico-spirituale

Il percorso inizia presso l’Eremo di San Guglielmo, un sito di rilevanza storica e religiosa che risale al XII secolo. Qui vissero i discepoli di San Guglielmo da Vercelli, eremita e fondatore dell’Ordine Guglielmita, i quali scelsero questo luogo per il loro ritiro ascetico.





L’eremo, parzialmente scavato nella roccia e immerso in un fitto castagneto, rappresenta un raro esempio di architettura religiosa rupestre ben integrata nel contesto naturale.

Dal punto di vista ambientale, l’area è caratterizzata da un microclima fresco e umido, con una ricca presenza di muschi, felci e sottobosco, segno della buona conservazione dell’ecosistema forestale.


Monte San Domenico – Una dorsale tra storia e leggenda

Superato l’eremo, il sentiero si inerpica fino alla dorsale del Monte San Domenico (circa 800 m s.l.m.). Questo rilievo, rappresenta un punto di transizione tra l’ambiente collinare e quello montano con un mosaico di habitat ricco di specie erbacee adattate a suoli calcarei e a forti escursioni termiche.

Al valore naturalistico si aggiunge quello antropologico: la toponomastica e alcune leggende locali conferiscono a questo luogo un’antica funzione rituale, forse precristiana, come area di culto o punto di confine tra comunità pastorali.



La sommità presenta una piattaforma rocciosa sulla quale si trovano il convento di S. Domenico risalente al XIII secolo, costruito su una più antica cappella, poi divenuto la chiesa di S. Maria Maggiore, e i resti di un castello di epoca medievale, di cui si possono osservare la poderosa cinta muraria con feritoie, che circondava tutta la parte alta del monte, tracce di una torre di avvistamento e le segrete dove Federico II di Svevia si dice vi abbia rinchiuso un brigante dell’epoca, certo Obizzo Balbo. Il castello risale all’epoca della dominazione longobarda (571-774).

Su M. S. Domenico è possibile osservare una parte della successione stratigrafica cretacica. I tagli antropici praticati sul versante orientale per la costruzione della strada mettono in evidenza infatti i caratteri sedimentologici e paleontologici salienti della formazione rocciosa. Si tratta di calcari ricchi di organismi fossili come bivalvi, foraminiferi bentonici, gasteropodi, alghe calcaree, che hanno permesso di attribuire queste rocce al Cretacico inferiore, cioè risalenti a circa 100 milioni di anni fa. 


Il Sentiero Alano – Una geografia ondulata di origine carsica

Il tratto più caratteristico del percorso è rappresentato dal cosiddetto Sentiero Alano, che attraversa un sistema collinare composto da numerosi hum, rilievi arrotondati disposti in sequenza.

Dal punto di vista geomorfologico, si tratta di formazioni tipiche di paesaggi carsici residuali: le colline sono ciò che rimane dell’erosione selettiva di un altopiano calcareo, modellato da processi dissolutivi e meccanici nel corso dei millenni.




Questa particolare morfologia conferisce al paesaggio un aspetto quasi lunare. Camminare in quest’area significa attraversare un “mare pietrificato”, in cui ogni dosso narra una storia geologica.

L’origine del toponimo “Alano” non è documentata con certezza, ma potrebbe derivare da tradizioni pastorali locali o da denominazioni antiche legate alla conformazione del territorio.


Monte Vena dei Corvi – Piattaforma panoramica e area di sosta 

Il Monte Vena dei Corvi rappresenta uno dei punti più alti del percorso, con un'altitudine di circa 1100 m. Da qui si gode di un suggestivo panorama che abbraccia la vicina Piana del Dragone, in agro di Volturara Irpina, importante polje e geosito regionale che contribuisce all’alimentazione, tramite l’inghiottitoio “Bocca del Dragone”, delle sorgenti di Cassano Irpino, nonché l’imponente vetta del massiccio del Terminio che raggiunge la ragguardevole quota di circa 1800 metri.



Le caratteristiche ecologiche della zona cambiano con le stagioni: in primavera, la biodiversità delle piante è particolarmente ricca grazie alla presenza di molte specie endemiche o relitte; in autunno, si nota una colorazione vivace della vegetazione decidua.

Il sito è adatto anche come area di sosta o bivacco, nonostante la mancanza di strutture attrezzate. La bassa antropizzazione e l'esposizione consentono un'elevata qualità dell'esperienza sensoriale, con una chiara percezione del silenzio ambientale.


Piana S. Agata – Un paesaggio carsico a cielo aperto

La parte conclusiva dell'escursione si sviluppa nella Piana S. Agata, un'area pianeggiante di origine carsica, caratterizzata da suoli calcarei ben drenati, una copertura vegetale modesta e la presenza di forme tipiche del carsismo superficiale.




In questo luogo si possono osservare doline, piccoli inghiottitoi e affioramenti rocciosi che testimoniano l'azione dell'acqua sulle rocce carbonatiche nel corso dei millenni. L'assenza di corsi d'acqua superficiali mette in evidenza la circolazione idrica sotterranea.

La piana rappresenta anche un forte elemento simbolico all'interno del percorso: mentre l'eremo era un luogo di raccoglimento e chiusura, la piana offre invece un senso di apertura, spazio e orizzonte, concludendo il cammino in una dimensione contemplativa.