L’Eremo di San Guglielmo: studio geoarcheologico di un insediamento rupestre sui Monti Picentini
Introduzione
Questo articolo costituisce un ampliamento di quanto già discusso nel precedente contributo. Riprendendo e approfondendo i temi anticipati in quell’occasione, ci concentreremo ora in particolare sugli aspetti geoarcheologici dell’eremo, presentando nuove riflessioni e dati emersi nel frattempo.
L’eremo di S. Guglielmo, situato nel cuore del Parco Regionale dei Monti Picentini, rappresenta una delle tappe più affascinanti del *Cammino di Guglielmo*, un itinerario spirituale e naturalistico che attraversa alcuni dei luoghi più significativi legati alla figura del santo. Recentemente, l’amministrazione comunale di Chiusano di San Domenico ha inaugurato il *Museo Multimediale di S. Guglielmo*, un progetto innovativo che arricchisce l’offerta culturale del territorio e al quale ho avuto il piacere di partecipare all’evento di apertura.
L’eremo, oltre a essere meta di pellegrinaggi e visite escursionistiche, è oggi anche sede di manifestazioni culturali estive, che ne valorizzano ulteriormente il patrimonio storico, spirituale e paesaggistico.
Immerso nel paesaggio montano dell’Irpinia interna, l’Eremo di Santa Maria della Valle – noto anche come Eremo di San Guglielmo – rappresenta un nodo significativo nella lettura geoarcheologica del territorio.
Situato a circa 700 metri di altitudine, il sito si colloca in una valle attraversata da corsi d’acqua stagionali e permanenti, in prossimità di importanti sorgenti, evidenziando un rapporto diretto tra disponibilità idrica, percezione del sacro e topografia del culto.
L’acqua, elemento ricorrente nei contesti eremitici, diventa qui fattore ambientale e simbolico, contribuendo a rafforzare il legame tra la morfologia naturale e la vocazione spirituale del luogo. L'eremo si erge su un substrato di arenarie mioceniche modellate dall'intervento umano, in un contesto naturale caratterizzato da faglie, sorgenti, calcari stratificati e carsificati, valli e cascate.
Questo articolo offre un'interpretazione geoarcheologica integrata del sito, con l'obiettivo di valorizzare il legame tra la morfologia del territorio, la storia dell'insediamento e le tracce lasciate dall'uomo nel corso del tempo.
Contesto storico e architettura sacra
Edificato tra il 1126 e il 1128 dai primi discepoli del santo vercellese, l’eremo conserva le forme sobrie del romanico rurale, con un impianto planimetrico articolato in due corpi principali: una zona absidale semicircolare coperta da cupola su base quadrata e una navata rettangolare aperta, scandita da quattro archi a tutto sesto per lato che in origine erano delle piccole cappelle di patronato.
Quest’ultima, frutto di una fase successiva, mostra segni di adattamento a luogo funerario per confraternite locali, come suggeriscono le modifiche planimetriche e l'uso differenziato dei materiali. Restaurato dopo il sisma del 1980, l’edificio custodisce anche un affresco cinquecentesco della Madonna delle Grazie, testimone di una devozione stratificata nel tempo.
L’aspetto più affascinante, dal punto di vista geoarcheologico, concerne l’interazione diretta tra le strutture e la roccia anche se l'erosione naturale e l’azione dell’acqua hanno parzialmente levigato le superfici.
Elementi rupestri riscontrabili sul sito sono:
• La spianata scavata nel flysch, che rappresenta l’intervento più evidente: un adattamento al versante che ha consentito la creazione di uno spazio piano, con funzione cultuale e abitativa.
• Incisioni, oggi poco leggibili, che potrebbero essere interpretate come croci o simboli religiosi,
• Canalette, forse destinate alla raccolta delle acque meteoriche o per usi liturgici,
• Nicchie e sedili scolpiti, in parte danneggiati, che suggeriscono un uso multifunzionale dello spazio (sosta, preghiera, raccolta).
• Nicchie scavate nel pavimento roccioso dell’eremo, la cui funzione resta ancora incerta: potrebbero aver avuto un uso liturgico (custodia di reliquie, acqua, candele) o pratico (depositi, canalette per l’acqua).
L’eremo quindi può essere considerato un insediamento rupestre secondario, nel senso che non è interamente scavato nella roccia, ma si integra con essa in modo funzionale e simbolico.
Il contesto geologico
L’eremo si sviluppa su una spianata artificiale creata mediante lo scavo e il livellamento di un versante composto da arenarie mioceniche flyschoidi, che appartengono alla formazione del Flysch di Castelvetere.
Le arenarie flyschoidi, caratterizzate da una granulometria medio-fine, sono il risultato di frane sottomarine (torbiditi) avvenute in antichi bacini marini profondi. Le loro caratteristiche petrografiche le rendono più facilmente lavorabili rispetto ai calcari compatti: un fattore probabilmente determinante nella scelta del sito, in quanto ha permesso di scolpire, adattare e modellare direttamente la roccia.
Il banco roccioso è stato inciso per circa due metri, al fine di ottenere un piano stabile e orizzontale, sul quale è stata realizzata la pianta rettangolare dell’edificio. Questa operazione di scavo nel substrato rappresenta una manipolazione del suolo a scopo insediativo, tipica degli insediamenti rupestri secondari.
Tra i materiali utilizzati per la costruzione dell’eremo si riscontra una significativa varietà litologica, riconducibile alle risorse naturali disponibili nell’area circostante come si deduce dalla presenza di una piccola cava di arenaria locale, sfruttata verosimilmente per integrare la fornitura lapidea delle strutture murarie.
Alla base dell’edificio, sia nel pavimento interno che nella parte esterna, è ben visibile l’impiego di blocchi di calcare tenuti insieme da una malta di calce idraulica, utilizzati per realizzare un solido bancone di appoggio che contribuisce alla stabilità del complesso, adattandolo al terreno roccioso su cui sorge.
L’eremo sorge infatti a ridosso degli affioramenti calcarei del Monte Luceto, un rilievo appartenente al sistema carbonatico dei monti Picentini, costituito da calcari mesozoici a stratificazione massiva e da bancate ben lavorabili. Questi calcari, resistenti e abbondanti, furono impiegati come principale materiale da costruzione per le strutture portanti dell’edificio.
Oltre alla netta predominanza di blocchi di arenaria e calcare, si osserva la presenza di elementi lapidei tufacei, rocce piroclastiche derivanti da eruzioni esplosive flegree, facilmente distinguibili per la loro porosità e colore più scuro, provenienti con ogni probabilità da affioramenti vicini. Questi materiali, spesso usati per elementi decorativi, si integrano in modo disomogeneo ma funzionale alla struttura complessiva riflettendo una conoscenza empirica delle proprietà meccaniche e della durabilità delle rocce.
Altri elementi di rilievo sono:
• Stratificazioni delle rocce ben leggibili,
• Microforme carsiche superficiali (karren, vaschette di dissoluzione),
• Una cascata naturale situata su una probabile faglia lungo il Vallone Varco, che scende da Monte Luceto: un’interazione tra geologia strutturale e idrografia che modella il paesaggio e contribuisce all’iconografia naturale del sacro.
I dati ricavati confermano quindi la stretta relazione tra risorse geologiche e pratiche edilizie medievali, rivelando un approccio integrato tra territorio e architettura.
Un po' di geotecnica del substrato dell’eremo
La scelta di
edificare l’eremo su un substrato arenaceo, previa regolarizzazione del
piano di posa e approfondimento fondazionale, riflette non solo un adattamento
topografico ma anche una valutazione (anche se empirica) delle qualità
meccaniche del terreno.
Spianamento e scavo nel substrato
La presenza
di nicchie profonde circa 2 metri, sigillate da blocchi calcarei, indica che il
terreno originario fu scavato in profondità per regolarizzare il piano di posa,
garantire stabilità alle strutture e forse ricavare ambienti ipogei o funzioni
funerarie secondarie. Questo tipo di intervento implica che il substrato fosse abbastanza
compatto e omogeneo da permettere lo scavo verticale senza rischio di
collasso.
Capacità portante dell’arenaria
Le arenarie locali, quando ben cementate, offrono una buona capacità portante (tra 0,3 e 0,8 MPa in media, ma anche oltre 1 MPa in casi di cementazione silicea), come verificato in alcune indagini geologiche per costruzioni eseguite nelle vicinanze da chi scrive. In un contesto montano come quello dell’eremo, si tratta di un'arenaria relativamente compatta, a grana medio-fine, con coesione e attrito interno tali da renderla adatta come base fondazionale per strutture in muratura pesante.
Stabilità strutturale
Il fatto che
le murature portanti siano ancora in elevato – nonostante secoli di esposizione
e un terremoto distruttivo come quello del 1980 – conferma l’affidabilità
geomeccanica del substrato. L’uso di blocchi calcarei per chiudere le
cavità scavate nel pavimento, infine, suggerisce una tecnica di consolidamento
statico già in epoca medievale, funzionale alla ripartizione dei carichi o
all’isolamento di cavità sottostanti.
In sintesi:
- Il substrato arenaceo scavato per l’impianto dell’eremo era sufficientemente compatto e resistente da sostenere le strutture romaniche.
- Lo scavo di 2 metri nel banco roccioso ha permesso di raggiungere un orizzonte litologico stabile, evitando i livelli più superficiali, spesso soggetti a erosione o disgregazione.
- La capacità portante del terreno è stata probabilmente verificata empiricamente dai costruttori, ma risulta adeguata anche secondo le valutazioni moderne.
La costruzione dell’eremo di San Guglielmo avvenne su un tratto acclive del pendio, che fu preventivamente spianato per creare un piano stabile e orizzontale. Gli interventi di livellamento interessarono uno spessore di circa 2 metri, come testimoniato dalla presenza di nicchie profonde scavate direttamente nella roccia madre e successivamente chiuse con blocchi calcarei squadrati, visibili oggi nel pavimento dell’edificio.
La muratura
portante dell’eremo si innesta direttamente su questo banco litologico,
sfruttandone la buona capacità portante naturale.
Questa
conformazione mostra una perfetta integrazione tra tecnica costruttiva,
conoscenza del terreno e adattamento al paesaggio naturale, tipica
dell’architettura eremitica medievale in area appenninica.
Acqua e risorse naturali
Un elemento fondamentale del paesaggio geoarcheologico dell’eremo è la presenza abbondante di acqua, sia essa naturale che gestita dall’uomo:
• Nei pressi dell’eremo si trovano fontane alimentate da sorgenti locali, che indicano una falda superficiale attiva e la capacità drenante del substrato flyschoide.
• La cascata del Vallone Varco, come già menzionato, è un prodotto morfologico derivante da una discontinuità tettonica.
• Nei dintorni si possono osservare antiche neviere, strutture in muratura o scavate nel terreno, utilizzate per raccogliere e conservare il ghiaccio durante l’inverno.
L’acqua, in tutte le sue forme (sorgente, pioggia, neve, ghiaccio), è parte integrante della spiritualità del luogo e, allo stesso tempo, rappresenta una testimonianza di un’ecologia del sacro, in cui le risorse naturali vengono percepite e gestite in chiave simbolica e funzionale.
Queste testimonianze arricchiscono il paesaggio culturale e rivelano un uso stagionale del territorio, legato a pratiche tradizionali di conservazione alimentare e utilizzo dell’acqua in forma solida.
Un paesaggio antropizzato
Oltre agli elementi litici e idrici, il paesaggio circostante l’eremo mostra numerosi segni di una antropizzazione discreta ma costante:
• Terrazzamenti in pietra a secco, probabilmente utilizzati per orti o piccoli coltivi monastici,
• Sentieri storici che collegano l’eremo, la cascata e altre località montane,
• Piccole cave per l'estrazione del materiale da costruzione,
• Resti di muretti delimitanti, che attestano una gestione del territorio fondata su confini funzionali e non invasivi.
Questo paesaggio culturale è il risultato di una lunga coesistenza tra l’uomo e l’ambiente, in cui le strutture si adattano al rilievo, ai materiali disponibili e alle esigenze spirituali.
Valorizzazione e prospettive di studio
La ricchezza geoarcheologica dell’eremo suggerisce l’avvio di un progetto di valorizzazione scientifica e culturale, articolato su più livelli:
- Rilievo fotogrammetrico e scanner 3D della spianata e delle strutture rupestri,
- Studio sistematico delle nicchie e delle incisioni nella roccia, con ipotesi funzionali e cronologiche,
- Analisi geologica integrata (litostratigrafica e tettonica) per comprendere l’evoluzione morfologica del sito e delle risorse idriche,
- Creazione di itinerari geo-spirituali per escursionisti e pellegrini, con pannelli esplicativi e mappe interattive,
- Educazione ambientale e territoriale per scuole e università, attraverso laboratori sul campo e percorsi interpretativi.
Considerazioni conclusive
L’eremo di San Guglielmo rappresenta un luogo in cui la pietra narra la fede, mentre la geologia si trasforma in struttura sacra. L’analisi geoarcheologica rivela l’antica intelligenza con cui l’uomo ha interpretato, modellato e abitato il paesaggio, rispettando le sue forme e utilizzando le sue risorse. Un archivio naturale e umano, scolpito nella roccia e sedimentato nel corso del tempo.
Attraverso un'analisi geoarcheologica possiamo comprendere la profondità delle scelte insediative, il legame tra spiritualità e paesaggio, e il valore nascosto nelle pietre che lo costituiscono.
Le rocce, le acque, le nicchie scavate e le impronte umane incise nel terreno creano una narrazione complessa che fonde natura, storia e spiritualità. Riconoscere e studiare questa stratificazione costituisce il primo passo verso una valorizzazione consapevole e rispettosa di un patrimonio tanto fragile quanto significativo.
Studiare e valorizzare questo sito implica restituire voce alla terra, riconoscendo che ogni roccia, ogni incisione e ogni cascata narrano una storia che unisce scienza e sacro, geologia e fede.








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