domenica 14 giugno 2026

Viaggio nel Mare Tropicale del Monte Tuoro



Per chi osserva il paesaggio irpino dal borgo di Chiusano San Domenico, le montagne che chiudono l'orizzonte appaiono come una monumentale muraglia di roccia grigia e bianca, scolpita dal tempo e rivestita da fitti boschi. Eppure, per un geologo, quel massiccio che unisce il Monte Tuoro (1424 m), la collina di Monte San Domenico, la cresta di Vena dei Corvi, il Monte Luceto e la spettacolare Vena dei Muli è in realtà un gigantesco archivio naturalistico.

Cento milioni di anni fa, nel bel mezzo del periodo Cretacico, l'Irpinia non esisteva. Al suo posto si estendeva un meraviglioso mare tropicale incontaminato, simile alle odierne Bahamas. Le cime che oggi scaliamo a piedi erano i fondali e i margini di una vastissima laguna di retroscogliera che sprofondava bruscamente verso l'oceano.

Ecco la ricostruzione di questo antico paradiso perduto attraverso le rocce e i sentieri che uniscono Chiusano a Castelvetere.

1. Monte San Domenico: Il Ritmo delle Maree e le Stuoie di Cianobatteri

La nostra esplorazione ideale parte dalla collina di Monte San Domenico, situata proprio sopra l'abitato di Chiusano. Risalendo i comodi tornanti della strada che conduce all'Eremo omonimo, ci si accorge che la montagna è formata da banchi di calcare bianco e avorio incredibilmente regolari, disposti come le pagine sovrapposte di un libro monumentale.


Questa regolarità geometrica ci racconta che l'ambiente era protetto dalla furia dell'oceano aperto grazie a una barriera di scogliera situata chilometri più a sud. In questa laguna calmissima si depositava un fango calcareo finissimo (chiamato micrite).
La vera attrazione di Monte San Domenico è però legata ai dettagli millimetrici della roccia. Avvicinandosi alle pareti tagliate dalla strada, si notano sottili lamine ondulate più scure: sono i resti fossilizzati di stromatoliti, antichissime stuoie create da colonie di cianobatteri. Questi microrganismi crescevano sul bagnasciuga della fascia intertidale (la zona coperta e scoperta alternativamente dalle maree). Quando l'acqua si ritirava sotto il sole tropicale, il fango calcareo si seccava, creando minuscole bolle d'aria. Oggi quelle bolle sono visibili come piccoli "occhi di pernice" luccicanti (strutture birdseyes), riempiti nel corso dei millenni da calcite cristallina trasparente.

2. Monte Luceto: L'Ambiente di Laguna Aperta

Proseguendo l'ascesa e muovendosi verso il contiguo Monte Luceto, la morfologia inizia a farsi più articolata. Nel Cretacico, questo settore rappresentava il cuore della laguna aperta, un bassofondo marino costantemente sommerso da pochi metri d'acqua limpidissima e calda, leggermente più profondo rispetto a Monte San Domenico.
In questo ambiente, il fango purissimo si mescolava stabilmente ai gusci di piccoli organismi che popolavano i fondali. Camminando sulle rocce di Monte Luceto e aguzzando la vista sulle placche calcaree ripulite dal carsismo, è frequente imbattersi in sezioni fossili bianche a forma di spirale o di piccola virgola. Si tratta principalmente di requienie, piccoli bivalvi bizzarri con una conchiglia asimmetrica e ricurva, perfettamente adattati a vivere adagiati sui fondali fangosi della laguna.Gasteropodi lagunari: Lumachine marine che pascolavano sulle praterie algali sommerse.

3. Vena dei Corvi: I Canali di Marea e il Movimento delle Acque

Spostandoci lungo la cresta affilata di Vena dei Corvi, la tessitura del calcare subisce una mutazione invisibile a distanza ma lampante da vicino. I banchi rimangono paralleli, ma la roccia non è più fatta di fango compatto e liscio: diventa più ruvida, granulosa, formata da minuscole sferette di carbonato di calcio.



Geologicamente, Vena dei Corvi intersecava i complessi canali di marea. Erano delle vere e proprie "autostrade d'acqua" che tagliavano la piattaforma calcaree, collegando la laguna interna protetta con l'oceano aperto.
Qui le correnti marine entravano e uscivano con forza a ogni cambio di marea. Questo continuo rollio delle acque faceva rotolare i granelli di sabbia sul fondale, rivestendoli di sottili strati di calcare e trasformandoli in ooliti (piccole perle di pietra). La presenza di questa tessitura sabbiosa e granulosa (grainstone) testimonia che ci stiamo progressivamente muovendo verso contesti ad alta energia idrodinamica.

4. Il Massiccio di Monte Tuoro: L'Avamposto verso il Margine

Il nostro transetto raggiunge il culmine verticale sulla vetta maestosa del Monte Tuoro (1432 m). Qui la successione della laguna interna mostra i primi segni di transizione laterale verso l'esterno.
Sui versanti meridionali del Tuoro, la stratificazione geometrica e ordinata che ha caratterizzato Chiusano e Monte Luceto comincia a sfilacciarsi. I banchi regolari cedono il passo ad ammassi rocciosi più massicci.
In questo settore fanno la loro comparsa vistosi accumuli detritici di frammenti di Rudiste (i grandi bivalvi costruttori del Cretacico, estinti insieme ai dinosauri). Le tempeste più violente strappavano queste conchiglie a forma di cono dalla barriera corallina esterna e le scagliavano verso l'interno. I gusci frantumati si accumulavano così in banchi bioclastici, sigillando il definitivo passaggio dall'ambiente protetto a quello di transizione.

5. Vena dei Muli: Il Ciglio della Scogliera e il Salto nel Vuoto

Il viaggio paleogeografico termina sulla spettacolare cresta di Vena dei Muli. Qui ci troviamo sul vero e proprio ciglio della piattaforma carbonatica, la barriera d'alta energia esposta all'azione diretta delle onde oceaniche.
A Vena dei Muli la roccia perde completamente i piani di sedimentazione paralleli. Diventa una muraglia massiccia e caotica: è il corpo stesso del reef mesozoico. Questa fascia è dominata da colonie di Radiolitidi e Ippuritidi. Lungo le pareti verticali è possibile osservare questi fossili sia in posizione di vita (grandi gusci conici saldati alla roccia) sia sotto forma di accumuli franati lungo il pendio della scarpata sottomarina (megabreccioni), che raccordava la barriera al profondo Bacino Lagonegrese.

La straordinaria bellezza di questo sistema non risiede solo nella sua antica storia marina, ma nel modo in cui la tettonica recente lo ha deformato. Durante la nascita dell'Appennino nel Miocene, le forze compressive hanno stritolato e verticalizzato questo intero transetto.
Oggi, camminando da Chiusano verso la Vena dei Muli, non ci si muove solo nello spazio, ma si attraversa l'antico pendio sottomarino. Sul versante orientale, le rocce a Rudiste di Vena dei Muli e i banchi del Tuoro si presentano quasi verticali, sigillati dalle brecce calcaree basali a matrice rosata del Flysch di Castelvetere, l'unità clastica che ha chiuso per sempre la storia di questo mare tropicale.