venerdì 31 ottobre 2025

Geositi: il patrimonio nascosto che racconta la Terra



La Terra rappresenta un libro aperto, redatto in miliardi di anni attraverso rocce, paesaggi e minerali. Alcuni luoghi, noti come geositi, custodiscono testimonianze uniche della sua storia. La loro protezione e valorizzazione rientrano nel campo della geoconservazione, una disciplina che salvaguarda la memoria del pianeta e promuove un uso sostenibile del territorio.

I geositi possono manifestarsi come affioramenti rocciosi, vulcani, grotte, depositi fossiliferi o paesaggi modellati dall’acqua e dai ghiacciai. Questi luoghi consentono di comprendere i processi naturali, le dinamiche climatiche e l’evoluzione del nostro pianeta. In sostanza, sono documenti naturali fondamentali per la ricerca e l'insegnamento.

I geositi narrano la storia antichissima del nostro pianeta. Preservarli equivale a tutelare un patrimonio naturale, culturale e scientifico, offrendo alle generazioni future l'opportunità di apprendere e rispettare la Terra.

Visitare un geosito ci consente di percepire il profondo scorrere del tempo della Terra e il nostro ruolo in questa storia millenaria.

Il complesso dei geositi di una regione o di un Paese costituisce il suo patrimonio geologico. Questo patrimonio possiede un valore molteplice:

Scientifico, poiché permette di ricostruire l’evoluzione geologica e ambientale del territorio. Educativo e didattico, come strumento per l’insegnamento delle scienze della Terra e per sensibilizzare il pubblico. Culturale, in quanto collega la storia della Terra a quella dell’uomo, influenzando paesaggi, risorse e insediamenti. Economico e turistico, attraverso il geoturismo, una forma di turismo sostenibile che promuove la scoperta e l’uso consapevole del patrimonio geologico.

In altre parole, i geositi generano un valore integrato, combinando educazione, cultura, tutela ambientale e sviluppo sostenibile.

Molti geositi sono a rischio di scomparsa a causa dell’espansione urbana, delle estrazioni o dell’incuria. 

La valorizzazione e la protezione di questi luoghi rientrano in un ambito sempre più significativo delle scienze della Terra: la geoconservazione.

Questa disciplina, relativamente recente, è emersa in risposta alle crescenti minacce provenienti da: urbanizzazione e infrastrutture invasive; attività estrattive; vandalismo e raccolta illegale di fossili e minerali; abbandono e scarsa consapevolezza del valore scientifico dei siti.

Le azioni di geoconservazione possono comprendere:

la catalogazione e mappatura dei geositi; la protezione legale di quelli più significativi; la gestione sostenibile dei siti accessibili al pubblico; la valorizzazione educativa e turistica; la promozione di reti di geositi a livello regionale o nazionale. Geoparchi e reti internazionali.

Un ruolo cruciale nella salvaguardia del patrimonio geologico è ricoperto dai Geoparchi, aree riconosciute dall’UNESCO per la loro straordinaria importanza geologica e per l'impegno nella conservazione e nello sviluppo sostenibile delle comunità locali.

I Geoparchi Globali UNESCO favoriscono una visione integrata del territorio, in cui geologia, cultura, biodiversità e attività umane coesistono in equilibrio.

Esempi virtuosi includono i Geoparchi Globali UNESCO, come il Parco del Beigua in Liguria o il Parco delle Madonie in Sicilia, dove la tutela della geodiversità e lo sviluppo turistico coesistono in armonia.

Oggi viviamo in un’epoca in cui la conoscenza scientifica è sempre più specializzata, ma allo stesso tempo la consapevolezza ambientale sembra spesso superficiale. Visitare un geosito, osservare una roccia antichissima o un antico fondale marino pietrificato, può invece farci percepire il tempo profondo della Terra e il nostro ruolo limitato ma significativo in questa storia millenaria.

Credo che la geoconservazione non sia soltanto una pratica scientifica, ma anche un atto di responsabilità etica: riconoscere il valore del pianeta che ci ospita e impegnarci a conservarlo è un segno di maturità civile e culturale. 


giovedì 30 ottobre 2025

Il massiccio calcareo del M.te Luceto

M. te Luceto, rilievo calcareo del gruppo dei Monti Picentini, è un’area naturalistica e di svago nota a livello regionale, già meta di escursioni e gite, come la famosa “scalata” che si tiene ogni anno nel mese di Aprile e che riunisce numerosi visitatori provenienti dai paesi vicini. L’area considerata nel suo contesto tettonico e geomorfologico, rappresenta una singolarità "geologica" meritevole sia di ulteriori studi, sia di interventi di tutela e valorizzazione nell’ottica di una didattica di tipo naturalistico. E’ certamente meritevole di essere censita come un importante "sito geologico", per il suo interesse rilevante per la conoscenza della morfotettonica di questa parte dell’Appennino meridionale.


L’area di studio ricade nel settore nordoccidentale del gruppo dei M. Picentini ed è geograficamente individuata dalle alte valli dei fiumi Calore e Sabato, le cui testate sono vicinissime, nascendo entrambi i corsi d’acqua nella profonda valle tra il M. Accellica (m. 1660) e il M. Terminio (m. 1806).

I limiti geografici della zona sono dati:

__ ad Est e ad Ovest, dalle faglie sulle quali si è impostato il deflusso dei fiumi Calore e Sabato, rispettivamente.

__ a Sud, dalla linea tettonica che pone in contatto il complesso in oggetto con la Piana del Dragone,

__ a Nord, dalla direttrice Chiusano di S. Domenico – Castelvetere sul Calore.



Il gruppo di monti legati al M. Tuoro sono parte integrante della Piattaforma Appenninica sovrascorsa sulle unità lagonegresi e sono costituiti da una successione mesozoica (Unità M. Picentini-Lattari), giurassico-cretacica in facies di piattaforma con calcari di retroscogliera e scarpata. I depositi, ben stratificati, sono inizialmente detritici e, successivamente, organogeni con facies di tipo biostromale.

La fauna riconoscibile nella parte basale della successione è rappresentata da Requienie, Nerineidi ed altre piccole rudiste; seguono calcari nocciola a grana fine, calcari detritici con frammenti di orbitoline fino ai livelli biostromali, ricchi di rudiste. Verso l’alto la serie mesozoica assume una tessitura clastica con brecce calcaree poligeniche a cemento spatico verdastro e nocciola.

Su di essi trasgrediscono, dopo un’ampia lacuna paleogenica, i depositi terrigeni miocenici del Flysch di Castelvetere costituiti da sedimenti torbiditici prevalentemente arenacei nei quali sono intercalati, a più altezze stratigrafiche, materiali alloctoni costituiti da olistoliti carbonatici e non, brecce calcaree e argille caotiche e che affiorano estesamente sul margine nordorientale del rilievo carbonatico a contatto stratigrafico con esso.
Lembi di questi terreni si rinvengono anche sui rilievi calcarei in località La Pila e Piana S. Agata.

Il flysch si presenta come una alternanza di arenarie grossolane e fini, conglomerati e argille verdi e azzurre, in strati e banchi, con molteplici strutture sedimentarie.
Nella parte alta del Messiniano superiore si depongono, in bacini limitati, argille con gessi, che si presentano come peliti sabbiose plumbee, sottilmente stratificate e laminate, a cui si intercalano livelli di gesso. 

Nella valle del Calore e nei Monti Picentini in generale, seguono quindi tettonicamente terreni scompaginati che hanno assunto vari nomi formazionali assimilabili alle unità Sicilidi; si presentano come peliti tettonizzate, grigio-scure, con fiamme rosse e verdi, inglobanti blocchi lapidei di litobiofacies e di età molto diverse; si tratta di materiale alloctono, proveniente da aree più interne ed arrivato nel Tortoniano-Messiniano, i cui rapporti con le altre formazioni sono sempre condizionati dalla tettonica. 

Il Pliocene è assente e marcato da superfici di erosione. A completamento del quadro stratigrafico, si citano le unità quaternarie costituite da terre rosse, brecce continentali, coltri alluvionali e piroclastiche. 






Interesse scientifico principale

Geomorfologico

Interesse scientifico secondario 

Idrogeologico, Panoramico 

Appartenenza ad aree protette 

Zona di riserva integrale del Parco Naturale Regionale dei Monti Picentini. 

Integrità 

M.te Luceto risulta in gran parte integro. 

Rappresentatività
 
L'elevata concentrazione delle morfologie rilevate è rappresentativa di un grande sistema carsico periglaciale e morfotettonico. 

Descrizione scientifica 

M. Luceto, propaggine nord occidentale del gruppo del M. Tuoro, è un sito di grande valenza paesaggistica che, dalla quota di 1315 metri domina la valle sottostante. Il massiccio è costituito da rocce di natura calcarea di età mesozoica, disposte in strati di spessore superiore al metro che pendono a nord con inclinazione uguale a quella del versante immergendosi sotto le sequenze terrigene del flysch di Castelvetere. 

La stratificazione della montagna è ben visibile anche da una certa distanza aiutandosi con un binocolo. I calcari appaiono dislocati da faglie che formano dei gradini morfologici. In alcuni punti sono infatti evidenti piani di faglia che mettono a contatto le rocce mesozoiche con quelle terziarie arenaceo-argillose del Flysch di Castelvetere. La scarpata che costituisce il margine occidentale del Massiccio rappresenta una spettacolare forma tettonica dell’Appennino. Attraverso tale scarpata si raccordano gli altopiani sommitali, che si estendono al di sopra dei 1000 m s.l.m., con la fascia collinare che degrada gradualmente a nord verso la valle del fiume Calore. 

La transizione morfologica fra la scarpata ed il rilievo collinare ha luogo lungo una linea che corre oscillando fra le quote di 400 ed 800 metri, caratterizzata da un cambiamento sia del tipo di rocce, sia dello stile morfologico. Infatti, tale linea marca il contatto tra i calcari di piattaforma/ scarpata giurassico-cretacici e i sedimenti torbiditici silicoclastici miocenici del Flysch di Castevetere.



Il rilievo carbonatico presenta estesi versanti di strato bordati da faglie ad andamento appenninico ed antiappenninico, profondamente dissecati da incisioni subparallele prodotte da corsi d’acqua, tributari del torrente Uccello. Sul versante occidentale in particolare, le incisioni sono impostate su linee tettoniche orientate NW-SE. Qui gli impluvi si presentano poco incisi in quota, tendendo gradualmente ad approfondirsi e a restringersi nella zona pedemontana, in relazione anche con l’aumento di spessore delle coperture detritiche che attraversano alla base del versante. Questo versante presenta pareti sommitali molto ripide e a tratti subverticali, che si sviluppano per alcune centinaia di metri in direzione N-S.



Nella genesi di tale versante sono stati prevalenti i processi erosionali dovuti alla degradazione areale del ghiaccio, e subordinatamente, ai processi di dissoluzione carsica e di erosione lineare. I fenomeni carsici in superficie sono sviluppati con esempi di doline e piane morfologicamente ben sviluppate ma molto circoscritte. 

Su una delle faglie che borda il versante a sud, si è prodotta una profonda forra dissecata dalle acque del Torrente Uccello. 
Questa forra evolutasi per processi fluvio-carsici, si è approfondita maggiormente nei punti dove erano presenti cavità carsiche superficiali. Presenta l’alveo con una acclività piuttosto elevata, con tracciato vario e irregolare, e con frequenti rotture di pendio e variazioni di larghezza. Il torrente scorre con regime irregolare su materiale estremamente eterogeneo, che va dalla roccia in posto, più o meno coerente, ai detriti che può assumere in carico, ai grossi macigni precipitati dai versanti. Ai lati della forra vi sono alcune vallette secche sospese sul fondo della gola.



Una variazione di pendenza dell’alveo ha generato una piccola cascata alquanto suggestiva. Tutti questi aspetti morfologici sono indizi di movimenti tettonici recenti della montagna. Un ulteriore interesse del massiccio risiede nella gran quantità d’acque in esso presenti come dimostrano le sorgenti ai piedi della montagna ed altre in alta quota che rendono rinomata la zona. Un aspetto di grande valore infine è il fatto che M. Luceto può essere considerato un terrazzo naturale punto panoramico di eccellenza dal quale si può ammirare la ricchezza dell’ambiente che lo circonda.


















mercoledì 29 ottobre 2025

Il contesto geologico del sito preistorico di Montemiletto (AV).










Il sito di Cava Brogna (Montemiletto, Avellino) è un giacimento del Paleolitico Medio emerso tra il 1976 e il 1977 grazie agli studi di Cesare Porcelli.

Si tratta di un contesto stratigrafico eccezionale: una fessura naturale in roccia calcarea, colmata da una sequenza sedimentaria (argille, sabbie grossolane, limi), in cui sono stati rinvenuti 537 strumenti litici musteriani, oltre a 152 nuclei e scarti di lavorazione .

Il sito sorge su una fessura naturale modellata nella roccia calcarea locale del Flysch Rosso (membro calcareo-pelitico). La fessura nella roccia calcareo-clastica ormai colmata da successivi depositi sedimentari: argille alla base, sabbie grossolane in mezzo e limi nella parte più alta, ha agito da contenitore naturale per gli artefatti musteriani.

La limitata esplorazione (causa aumento antropico estrattivo) ha impedito un’analisi dettagliata dell’ambiente sedimentario e faunistico .

Il Flysch Rosso, una formazione largamente diffusa nel settore esterno dell’Appennino meridionale (Irpinia, Sannio, Campania), si estende dal Cretaceo superiore all'inizio del Miocene.

È caratterizzato da una alternanza di calcareniti e marne rosse, spesso calcareo-clastiche o pelitiche, con spessori anche di centinaia di metri .

Secondo il Progetto CARG dell’ISPRA, il Flysch Rosso (Unità di Frigento–Monte Arioso) può essere suddiviso in:

Membro diasprigno (base): alternanze torbiditiche di argille marnose, argilliti e calcilutiti → Cretaceo superiore–Miocene inferiore.

Membro calcareo-pelitico (superiore): alternanze di calcari e marne rossastre, con facies calcareo-pelitiche chiaramente distinguibili.

Il Flysch Rosso appartiene a un dominio bacinale esterno (Lagonegrese‑Molisano), con sedimentazione in ambiente marino profondo, scarsa, alimentato da flussi detritici gravitativi lungo una scarpata carbonatica ‑ collegata alla Piattaforma Appenninica — e successivamente deformato nelle fasi orogeniche dell’Appennino meridionale .

Cava Brogna rappresenta un caso emblematico di come una formazione geologica — il Flysch Rosso, e in particolare il membro calcareo-pelitico — ha potuto fornire un ambiente ideale per l’accumulo e la conservazione di manufatti preistorici.

La connessione tra geologia e archeologia in questo sito offre preziose opportunità di ricerca interdisciplinare.

lunedì 1 settembre 2025

Dall’Eremo di San Guglielmo a Piana S. Agata attraverso il Sentiero Alano

 



Descrizione dell'itinerario

Questo sentiero rappresenta un itinerario escursionistico di elevato valore naturalistico, paesaggistico e geologico. Si sviluppa in un ambiente appenninico ricco di suggestioni storiche e spirituali, collegando l’Eremo di San Guglielmo alla Piana carsica di Sant’Agata, lungo un percorso di circa 2 km che attraversa boschi misti, formazioni calcaree e rilievi panoramici. 

Oltre a offrire un’esperienza immersiva nella natura, il sentiero permette di leggere il paesaggio come un testo stratificato, in cui si intrecciano vicende umane, dinamiche ecologiche e fenomeni geomorfologici complessi.

L’itinerario escursionistico è stato ideato quindi in alcuni stop, individuati in aree di interesse geologico e/o geomorfologico ma che accomunano anche un interesse storico e naturalistico.

Il percorso, della durata minima di mezza giornata, al momento della sua attuazione, può essere integrato con iniziative culturali e soste eno-gastronomiche in strutture ricettive della zona che si distinguono per l’ospitalità e la rinomata produzione culinaria offerte e che potrebbero stimolare flussi turistici dai paesi vicini, di studenti e persone appassionate.


Eremo di San Guglielmo – Il punto d'origine storico-spirituale

Il percorso inizia presso l’Eremo di San Guglielmo, un sito di rilevanza storica e religiosa che risale al XII secolo. Qui vissero i discepoli di San Guglielmo da Vercelli, eremita e fondatore dell’Ordine Guglielmita, i quali scelsero questo luogo per il loro ritiro ascetico.




L’eremo, parzialmente scavato nella roccia e immerso in un fitto castagneto, rappresenta un raro esempio di architettura religiosa rupestre ben integrata nel contesto naturale.

Dal punto di vista ambientale, l’area è caratterizzata da un microclima fresco e umido, con una ricca presenza di muschi, felci e sottobosco, segno della buona conservazione dell’ecosistema forestale.


Monte San Domenico – Una dorsale tra storia e leggenda

Superato l’eremo, il sentiero si inerpica fino alla dorsale del Monte San Domenico (circa 800 m s.l.m.). Questo rilievo, rappresenta un punto di transizione tra l’ambiente collinare e quello montano con un mosaico di habitat ricco di specie erbacee adattate a suoli calcarei e a forti escursioni termiche.

Al valore naturalistico si aggiunge quello antropologico: la toponomastica e alcune leggende locali conferiscono a questo luogo un’antica funzione rituale, forse precristiana, come area di culto o punto di confine tra comunità pastorali.



La sommità presenta una piattaforma rocciosa sulla quale si trovano il convento di S. Domenico risalente al XIII secolo, costruito su una più antica cappella, poi divenuto la chiesa di S. Maria Maggiore, e i resti di un castello di epoca medievale, di cui si possono osservare la poderosa cinta muraria con feritoie, che circondava tutta la parte alta del monte, tracce di una torre di avvistamento e le segrete dove Federico II di Svevia si dice vi abbia rinchiuso un brigante dell’epoca, certo Obizzo Balbo. Il castello risale all’epoca della dominazione longobarda (571-774).

Su M. S. Domenico è possibile osservare una parte della successione stratigrafica cretacica. I tagli antropici praticati sul versante orientale per la costruzione della strada mettono in evidenza infatti i caratteri sedimentologici e paleontologici salienti della formazione rocciosa. Si tratta di calcari ricchi di organismi fossili come bivalvi, foraminiferi bentonici, gasteropodi, alghe calcaree, che hanno permesso di attribuire queste rocce al Cretacico inferiore, cioè risalenti a circa 100 milioni di anni fa. 


Il Sentiero Alano – Una geografia ondulata di origine carsica

Il tratto più caratteristico del percorso è rappresentato dal cosiddetto Sentiero Alano, che attraversa un sistema collinare composto da numerosi hum, rilievi arrotondati disposti in sequenza.

Dal punto di vista geomorfologico, si tratta di formazioni tipiche di paesaggi carsici residuali: le colline sono ciò che rimane dell’erosione selettiva di un altopiano calcareo, modellato da processi dissolutivi e meccanici nel corso dei millenni.




Questa particolare morfologia conferisce al paesaggio un aspetto quasi lunare. Camminare in quest’area significa attraversare un “mare pietrificato”, in cui ogni dosso narra una storia geologica.

L’origine del toponimo “Alano” non è documentata con certezza, ma potrebbe derivare da tradizioni pastorali locali o da denominazioni antiche legate alla conformazione del territorio.


Monte Vena dei Corvi – Piattaforma panoramica e area di sosta 

Il Monte Vena dei Corvi rappresenta uno dei punti più alti del percorso, con un'altitudine di circa 1100 m. Da qui si gode di un suggestivo panorama che abbraccia la vicina Piana del Dragone, in agro di Volturara Irpina, importante polje e geosito regionale che contribuisce all’alimentazione, tramite l’inghiottitoio “Bocca del Dragone”, delle sorgenti di Cassano Irpino, nonché l’imponente vetta del massiccio del Terminio che raggiunge la ragguardevole quota di circa 1800 metri.


Le caratteristiche ecologiche della zona cambiano con le stagioni: in primavera, la biodiversità delle piante è particolarmente ricca grazie alla presenza di molte specie endemiche o relitte; in autunno, si nota una colorazione vivace della vegetazione decidua.

Il sito è adatto anche come area di sosta o bivacco, nonostante la mancanza di strutture attrezzate. La bassa antropizzazione e l'esposizione consentono un'elevata qualità dell'esperienza sensoriale, con una chiara percezione del silenzio ambientale.


Piana S. Agata – Un paesaggio carsico a cielo aperto

La parte conclusiva dell'escursione si sviluppa nella Piana S. Agata, un'area pianeggiante di origine carsica, caratterizzata da suoli calcarei ben drenati, una copertura vegetale modesta e la presenza di forme tipiche del carsismo superficiale.




In questo luogo si possono osservare doline, piccoli inghiottitoi e affioramenti rocciosi che testimoniano l'azione dell'acqua sulle rocce carbonatiche nel corso dei millenni. L'assenza di corsi d'acqua superficiali mette in evidenza la circolazione idrica sotterranea.

La piana rappresenta anche un forte elemento simbolico all'interno del percorso: mentre l'eremo era un luogo di raccoglimento e chiusura, la piana offre invece un senso di apertura, spazio e orizzonte, concludendo il cammino in una dimensione contemplativa.

venerdì 29 agosto 2025

L'Eremo di S. Guglielmo può essere considerato un geoarcheosito?






Nello studio intitolato "L’eremo di San Guglielmo: lettura geoarcheologica di un insediamento rupestre sui Monti Picentini", ho analizzato le peculiarità del sito secondo una prospettiva geoarcheologica. 


Questa lettura ha messo in luce come l’eremo sia stato plasmato – letteralmente – dal paesaggio: scavato nella roccia, adattato alla morfologia del luogo e costruito sfruttando le caratteristiche geologiche del contesto.


Ma cosa significa, esattamente, "geoarcheosito"? 


Si tratta di un sito in cui la connessione tra ambiente naturale e presenza umana è particolarmente evidente e significativa. 
Non è solo un luogo dove si trovano tracce archeologiche, ma un contesto in cui la geologia ha influenzato direttamente le scelte insediative, le tecniche costruttive e l’evoluzione dell’occupazione del territorio.


L’eremo di San Guglielmo risponde pienamente a questa definizione: la posizione in altura, l’utilizzo della roccia locale, le trasformazioni del paesaggio nel corso del tempo e la capacità di adattamento degli insediamenti umani a condizioni ambientali specifiche, ne fanno un esempio emblematico di come l’uomo abbia dialogato con la natura in epoca medievale.


Oggi, riconoscere e valorizzare questo tipo di siti significa anche promuovere una visione più ampia e consapevole del nostro patrimonio: non solo culturale, ma anche geologico, ambientale e paesaggistico. 

L’eremo di San Guglielmo, in tal senso, è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, che merita attenzione, tutela e una narrazione capace di far emergere tutta la sua straordinaria complessità.



giovedì 28 agosto 2025

L’Eremo di San Guglielmo: studio geoarcheologico di un insediamento rupestre sui Monti Picentini




Introduzione





Questo articolo costituisce un ampliamento di quanto già discusso nel precedente contributo. Riprendendo e approfondendo i temi anticipati in quell’occasione, ci concentreremo ora in particolare sugli aspetti geoarcheologici dell’eremo, presentando nuove riflessioni e dati emersi nel frattempo.

L’eremo di S. Guglielmo, situato nel cuore del Parco Regionale dei Monti Picentini, rappresenta una delle tappe più affascinanti del *Cammino di Guglielmo*, un itinerario spirituale e naturalistico che attraversa alcuni dei luoghi più significativi legati alla figura del santo. Recentemente, l’amministrazione comunale di Chiusano di San Domenico ha inaugurato il *Museo Multimediale di S. Guglielmo*, un progetto innovativo che arricchisce l’offerta culturale del territorio e al quale ho avuto il piacere di partecipare all’evento di apertura.



L’eremo, oltre a essere meta di pellegrinaggi e visite escursionistiche, è oggi anche sede di manifestazioni culturali estive, che ne valorizzano ulteriormente il patrimonio storico, spirituale e paesaggistico.

Immerso nel paesaggio montano dell’Irpinia interna, l’Eremo di Santa Maria della Valle – noto anche come Eremo di San Guglielmo – rappresenta un nodo significativo nella lettura geoarcheologica del territorio.

Situato a circa 700 metri di altitudine, il sito si colloca in una valle attraversata da corsi d’acqua stagionali e permanenti, in prossimità di importanti sorgenti, evidenziando un rapporto diretto tra disponibilità idrica, percezione del sacro e topografia del culto.

L’acqua, elemento ricorrente nei contesti eremitici, diventa qui fattore ambientale e simbolico, contribuendo a rafforzare il legame tra la morfologia naturale e la vocazione spirituale del luogo. L'eremo si erge su un substrato di arenarie mioceniche modellate dall'intervento umano, in un contesto naturale caratterizzato da faglie, sorgenti, calcari stratificati e carsificati, valli e cascate.











Questo articolo offre un'interpretazione geoarcheologica integrata del sito, con l'obiettivo di valorizzare il legame tra la morfologia del territorio, la storia dell'insediamento e le tracce lasciate dall'uomo nel corso del tempo.




Contesto storico e architettura sacra


Edificato tra il 1126 e il 1128 dai primi discepoli del santo vercellese, l’eremo conserva le forme sobrie del romanico rurale, con un impianto planimetrico articolato in due corpi principali: una zona absidale semicircolare coperta da cupola su base quadrata e una navata rettangolare aperta, scandita da quattro archi a tutto sesto per lato che in origine erano delle piccole cappelle di patronato.












Quest’ultima, frutto di una fase successiva, mostra segni di adattamento a luogo funerario per confraternite locali, come suggeriscono le modifiche planimetriche e l'uso differenziato dei materiali. Restaurato dopo il sisma del 1980, l’edificio custodisce anche un affresco cinquecentesco della Madonna delle Grazie, testimone di una devozione stratificata nel tempo.

L’aspetto più affascinante, dal punto di vista geoarcheologico, concerne l’interazione diretta tra le strutture e la roccia anche se l'erosione naturale e l’azione dell’acqua hanno parzialmente levigato le superfici.

Elementi rupestri riscontrabili sul sito sono:




• La spianata scavata nel flysch, che rappresenta l’intervento più evidente: un adattamento al versante che ha consentito la creazione di uno spazio piano, con funzione cultuale e abitativa.

• Incisioni, oggi poco leggibili, che potrebbero essere interpretate come croci o simboli religiosi,

• Canalette, forse destinate alla raccolta delle acque meteoriche o per usi liturgici,


• Nicchie e sedili scolpiti, in parte danneggiati, che suggeriscono un uso multifunzionale dello spazio (sosta, preghiera, raccolta).

• Nicchie scavate nel pavimento roccioso dell’eremo, la cui funzione resta ancora incerta: potrebbero aver avuto un uso liturgico (custodia di reliquie, acqua, candele) o pratico (depositi, canalette per l’acqua).












L’eremo quindi può essere considerato un insediamento rupestre secondario, nel senso che non è interamente scavato nella roccia, ma si integra con essa in modo funzionale e simbolico.




Il contesto geologico



L’eremo si sviluppa su una spianata artificiale creata mediante lo scavo e il livellamento di un versante composto da arenarie mioceniche flyschoidi, che appartengono alla formazione del Flysch di Castelvetere.

Le arenarie flyschoidi, caratterizzate da una granulometria medio-fine, sono il risultato di frane sottomarine (torbiditi) avvenute in antichi bacini marini profondi. Le loro caratteristiche petrografiche le rendono più facilmente lavorabili rispetto ai calcari compatti: un fattore probabilmente determinante nella scelta del sito, in quanto ha permesso di scolpire, adattare e modellare direttamente la roccia.











Il banco roccioso è stato inciso per circa due metri, al fine di ottenere un piano stabile e orizzontale, sul quale è stata realizzata la pianta rettangolare dell’edificio. Questa operazione di scavo nel substrato rappresenta una manipolazione del suolo a scopo insediativo, tipica degli insediamenti rupestri secondari.


Tra i materiali utilizzati per la costruzione dell’eremo si riscontra una significativa varietà litologica, riconducibile alle risorse naturali disponibili nell’area circostante come si deduce dalla presenza di una piccola cava di arenaria locale, sfruttata verosimilmente per integrare la fornitura lapidea delle strutture murarie.












Alla base dell’edificio, sia nel pavimento interno che nella parte esterna, è ben visibile l’impiego di blocchi di calcare tenuti insieme da una malta di calce idraulica, utilizzati per realizzare un solido bancone di appoggio che contribuisce alla stabilità del complesso, adattandolo al terreno roccioso su cui sorge.











L’eremo sorge infatti a ridosso degli affioramenti calcarei del Monte Luceto, un rilievo appartenente al sistema carbonatico dei monti Picentini, costituito da calcari mesozoici a stratificazione massiva e da bancate ben lavorabili. Questi calcari, resistenti e abbondanti, furono impiegati come principale materiale da costruzione per le strutture portanti dell’edificio.


Oltre alla netta predominanza di blocchi di arenaria e calcare, si osserva la presenza di elementi lapidei tufacei, rocce piroclastiche derivanti da eruzioni esplosive flegree, facilmente distinguibili per la loro porosità e colore più scuro, provenienti con ogni probabilità da affioramenti vicini. Questi materiali, spesso usati per elementi decorativi, si integrano in modo disomogeneo ma funzionale alla struttura complessiva riflettendo una conoscenza empirica delle proprietà meccaniche e della durabilità delle rocce.


Altri elementi di rilievo sono:




• Stratificazioni delle rocce ben leggibili,




• Microforme carsiche superficiali (karren, vaschette di dissoluzione),




• Una cascata naturale situata su una probabile faglia lungo il Vallone Varco, che scende da Monte Luceto: un’interazione tra geologia strutturale e idrografia che modella il paesaggio e contribuisce all’iconografia naturale del sacro.




I dati ricavati confermano quindi la stretta relazione tra risorse geologiche e pratiche edilizie medievali, rivelando un approccio integrato tra territorio e architettura.




Un po' di geotecnica del substrato dell’eremo

La scelta di edificare l’eremo su un substrato arenaceo, previa regolarizzazione del piano di posa e approfondimento fondazionale, riflette non solo un adattamento topografico ma anche una valutazione (anche se empirica) delle qualità meccaniche del terreno.




Spianamento e scavo nel substrato

La presenza di nicchie profonde circa 2 metri, sigillate da blocchi calcarei, indica che il terreno originario fu scavato in profondità per regolarizzare il piano di posa, garantire stabilità alle strutture e forse ricavare ambienti ipogei o funzioni funerarie secondarie. Questo tipo di intervento implica che il substrato fosse abbastanza compatto e omogeneo da permettere lo scavo verticale senza rischio di collasso.




Capacità portante dell’arenaria

Le arenarie locali, quando ben cementate, offrono una buona capacità portante (tra 0,3 e 0,8 MPa in media, ma anche oltre 1 MPa in casi di cementazione silicea), come verificato in alcune indagini geologiche per costruzioni eseguite nelle vicinanze da chi scrive. In un contesto montano come quello dell’eremo, si tratta di un'arenaria relativamente compatta, a grana medio-fine, con coesione e attrito interno tali da renderla adatta come base fondazionale per strutture in muratura pesante.




Stabilità strutturale

Il fatto che le murature portanti siano ancora in elevato – nonostante secoli di esposizione e un terremoto distruttivo come quello del 1980 – conferma l’affidabilità geomeccanica del substrato. L’uso di blocchi calcarei per chiudere le cavità scavate nel pavimento, infine, suggerisce una tecnica di consolidamento statico già in epoca medievale, funzionale alla ripartizione dei carichi o all’isolamento di cavità sottostanti.



In sintesi:




Il substrato arenaceo scavato per l’impianto dell’eremo era sufficientemente compatto e resistente da sostenere le strutture romaniche.Lo scavo di 2 metri nel banco roccioso ha permesso di raggiungere un orizzonte litologico stabile, evitando i livelli più superficiali, spesso soggetti a erosione o disgregazione.La capacità portante del terreno è stata probabilmente verificata empiricamente dai costruttori, ma risulta adeguata anche secondo le valutazioni moderne.






La costruzione dell’eremo di San Guglielmo avvenne su un tratto acclive del pendio, che fu preventivamente spianato per creare un piano stabile e orizzontale. Gli interventi di livellamento interessarono uno spessore di circa 2 metri, come testimoniato dalla presenza di nicchie profonde scavate direttamente nella roccia madre e successivamente chiuse con blocchi calcarei squadrati, visibili oggi nel pavimento dell’edificio.

La muratura portante dell’eremo si innesta direttamente su questo banco litologico, sfruttandone la buona capacità portante naturale.



Questa conformazione mostra una perfetta integrazione tra tecnica costruttiva, conoscenza del terreno e adattamento al paesaggio naturale, tipica dell’architettura eremitica medievale in area appenninica.




Acqua e risorse naturali



Un elemento fondamentale del paesaggio geoarcheologico dell’eremo è la presenza abbondante di acqua, sia essa naturale che gestita dall’uomo:




• Nei pressi dell’eremo si trovano fontane alimentate da sorgenti locali, che indicano una falda superficiale attiva e la capacità drenante del substrato flyschoide.

• La cascata del Vallone Varco, come già menzionato, è un prodotto morfologico derivante da una discontinuità tettonica.












• Nei dintorni si possono osservare antiche neviere, strutture in muratura o scavate nel terreno, utilizzate per raccogliere e conservare il ghiaccio durante l’inverno.





L’acqua, in tutte le sue forme (sorgente, pioggia, neve, ghiaccio), è parte integrante della spiritualità del luogo e, allo stesso tempo, rappresenta una testimonianza di un’ecologia del sacro, in cui le risorse naturali vengono percepite e gestite in chiave simbolica e funzionale.



Queste testimonianze arricchiscono il paesaggio culturale e rivelano un uso stagionale del territorio, legato a pratiche tradizionali di conservazione alimentare e utilizzo dell’acqua in forma solida.



Un paesaggio antropizzato


Oltre agli elementi litici e idrici, il paesaggio circostante l’eremo mostra numerosi segni di una antropizzazione discreta ma costante:


• Terrazzamenti in pietra a secco, probabilmente utilizzati per orti o piccoli coltivi monastici,


• Sentieri storici che collegano l’eremo, la cascata e altre località montane,


• Piccole cave per l'estrazione del materiale da costruzione,








• Resti di muretti delimitanti, che attestano una gestione del territorio fondata su confini funzionali e non invasivi.


Questo paesaggio culturale è il risultato di una lunga coesistenza tra l’uomo e l’ambiente, in cui le strutture si adattano al rilievo, ai materiali disponibili e alle esigenze spirituali.




Valorizzazione e prospettive di studio

La ricchezza geoarcheologica dell’eremo suggerisce l’avvio di un progetto di valorizzazione scientifica e culturale, articolato su più livelli:


Rilievo fotogrammetrico e scanner 3D della spianata e delle strutture rupestri,Studio sistematico delle nicchie e delle incisioni nella roccia, con ipotesi funzionali e cronologiche,Analisi geologica integrata (litostratigrafica e tettonica) per comprendere l’evoluzione morfologica del sito e delle risorse idriche,Creazione di itinerari geo-spirituali per escursionisti e pellegrini, con pannelli esplicativi e mappe interattive,Educazione ambientale e territoriale per scuole e università, attraverso laboratori sul campo e percorsi interpretativi.












Considerazioni conclusive






L’eremo di San Guglielmo rappresenta un luogo in cui la pietra narra la fede, mentre la geologia si trasforma in struttura sacra. L’analisi geoarcheologica rivela l’antica intelligenza con cui l’uomo ha interpretato, modellato e abitato il paesaggio, rispettando le sue forme e utilizzando le sue risorse. Un archivio naturale e umano, scolpito nella roccia e sedimentato nel corso del tempo.

Attraverso un'analisi geoarcheologica possiamo comprendere la profondità delle scelte insediative, il legame tra spiritualità e paesaggio, e il valore nascosto nelle pietre che lo costituiscono.

Le rocce, le acque, le nicchie scavate e le impronte umane incise nel terreno creano una narrazione complessa che fonde natura, storia e spiritualità. Riconoscere e studiare questa stratificazione costituisce il primo passo verso una valorizzazione consapevole e rispettosa di un patrimonio tanto fragile quanto significativo.

Studiare e valorizzare questo sito implica restituire voce alla terra, riconoscendo che ogni roccia, ogni incisione e ogni cascata narrano una storia che unisce scienza e sacro, geologia e fede.

lunedì 25 agosto 2025

Visita all'Eremo di San Guglielmo: tra cielo e terra, lungo il Cammino di Guglielmo

 

Un luogo sospeso proiettato al futuro


C'è un luogo, mentre si sale tra i boschi di Chiusano di San Domenico, dove il rumore si acquieta. Solo vento, pietra e una piccola costruzione immersa nel verde: l’eremo di San Guglielmo in quanto testimonianza del monachesimo guglielmino in Irpinia, o anche eremo di Santa Maria della Valle, in onore della Madonna. Più che un semplice posto, è un varco.

La strada si arrampica tra castagni e querce, snodandosi nel silenzio, mentre l’aria diventa più rarefatta, impregnata di muschio e resina. Il cielo si fa intravedere a tratti, filtrato dai rami, e ogni passo sembra allontanarti dal tempo. Lontano il paese, lontano il mondo. Rimangono il fruscio delle foglie, il richiamo distante di un rapace, il respiro della montagna.



Poi, all'improvviso, l’eremo si manifesta: una manciata di muri chiari aggrappati alla roccia, come se la pietra stessa avesse deciso di proteggerli. Non c'è altro. Nessun ornamento, nessuna distrazione. Solo l’essenziale: una soglia, un altare, una vista che trascende il tempo.

L'eremo si staglia come una presenza sospesa tra cielo e terra, luogo di raccoglimento e memoria, spiritualità e natura. 

Eppure, in questo silenzio antico, ogni anno si accende una voce corale: l’eremo diventa un palcoscenico naturale per manifestazioni culturali che intrecciano memoria, arte e spiritualità. Si leggono poesie, si raccontano aneddoti popolari, risuonano note di musica classica, spesso affidate a maestri locali e ad artisti provenienti anche da lontano, attratti dal fascino austero di questo luogo. In quei giorni, la pietra ascolta, e il silenzio non si rompe: diventa eco.

Questo antico rifugio ascetico, oggi più che mai, rivive nel contesto del Cammino di Guglielmo, un itinerario escursionistico e spirituale recentemente istituito, che  ripercorre le orme del santo abate. 

Questo percorso, oggi valorizzato come itinerario di turismo lento e religioso, unisce eremi, monasteri e santuari tra Irpinia, Lucania e Puglia, rivelando la profonda connessione tra geografia del sacro e territorio appenninico.
L’itinerario assume così valore non solo religioso, ma anche geo-culturale, rendendo l’eremo un nodo chiave per l’interpretazione archeologica e ambientale della zona.



L’eremo, situato nel territorio di Chiusano San Domenico, rappresenta il punto di partenza della seconda tappa del Cammino: da qui, i pellegrini e gli escursionisti si incamminano verso Monte San Domenico, attraversano Piana S. Agata e raggiungono poi i borghi di Castelvetere sul Calore, Montemarano e infine Cassano Irpino, meta finale della giornata. 





A valorizzare ulteriormente questo percorso, si inserisce la recente inaugurazione del Museo Multimediale del Cammino di Guglielmo a Chiusano, voluto dall’amministrazione locale per rendere accessibile e coinvolgente la storia di San Guglielmo e del suo messaggio. Un evento al quale ho avuto il piacere di partecipare in prima persona, assistendo a un’iniziativa che coniuga fede, cultura e territorio, proiettando questa esperienza millenaria nel futuro.


Tra storia e leggenda 


La storia dell’Eremo ha radici profonde nel cuore del Medioevo, un'epoca in cui il sacro e il selvatico si intrecciavano frequentemente. Qui, nei boschi densi dell’Irpinia, arrivò Guglielmo da Vercelli (circa 1085 – 1142), pellegrino e asceta, spinto da un'intensa sete di Dio e da un altrettanto forte bisogno di silenzio.

Era intorno al 1118 quando Guglielmo, tornato da un lungo pellegrinaggio che lo aveva portato fino a Santiago de Compostela, si stabilì sul Monte Vergine, dove nel 1124 fondò il famoso santuario e l’Ordine dei “Verginiani”. La leggenda narra che fu proprio in questi luoghi impervi che Guglielmo radunò attorno a sé i suoi primi discepoli. Alcuni di loro si trasferirono sulle alture di Chiusano di San Domenico per vivere una vita dedicata alla preghiera e alla penitenza.

Così nacque l’eremo: non da un progetto, ma da un'esigenza spirituale. Nei secoli successivi, fu abitato da monaci e poi da eremiti, in modo discontinuo. Successivamente, venne prima trasformato in cimitero e poi definitivamente abbandonato all'incuria del tempo.

Nel XVII secolo, si registra una breve rinascita del culto e alcuni interventi di restauro. Tuttavia, fu nel Novecento, specialmente negli ultimi decenni, che l’eremo tornò lentamente a essere al centro dell’attenzione grazie all'impegno dell'amministrazione locale e alla riscoperta dei percorsi spirituali e naturalistici della zona.

Oggi, l’eremo è una meta per escursioni, pellegrinaggi e manifestazioni culturali, e sebbene non sia abitato stabilmente, è curato con rispetto come luogo di memoria e raccoglimento. La sua storia continua a vivere non tra le righe dei libri, ma tra le pieghe della montagna, dove il silenzio conserva ogni cosa.


L’eremo oggi – Architettura, spazi e suggestione


L’Eremo di Santa Maria della Valle non si distingue per la sua grandezza, ma per l’armonia tra architettura e natura, tra ciò che è costruito e ciò che è scavato. È un luogo di dimensioni contenute, raccolto, ma ogni pietra sembra essere stata scelta per posarsi nel punto esatto. Non ci sono eccessi, né finzioni. Solo l’essenziale.

La struttura si trova su un versante roccioso di arenaria a circa 700 metri di altitudine, protetta da alberi secolari e circondata da un silenzio che appare parte integrante delle mura. L’edificio principale è una cappella semplice a pianta quadrata, con intonaco chiaro e tetto a falde, che si apre su una piccola spianata artificiale da cui lo sguardo può spaziare liberamente verso la valle. 



All’interno, un altare in pietra, essenziale, privo di decorazioni sfarzose. Sulle pareti, icone sacre, ex voto, candele lasciate dai pellegrini e un affresco della Madonna delle Grazie, a cui è dedicata quella chiesetta. Tutto comunica una fede sobria e resistente. Alcuni entrano e pregano in silenzio, altri si siedono a meditare. Nessuno parla.

Il piccolo complesso comprende anche un porticato a pianta rettangolare che accoglie i visitatori, dove spesso si svolgono letture poetiche, esecuzioni musicali e riflessioni condivise. Gli interventi di manutenzione realizzati negli ultimi anni hanno cercato di mantenere la semplicità originaria, evitando ogni modernizzazione invadente.





L’eremo non è un monumento, né un santuario. È uno spazio nudo, quasi invisibile se osservato da lontano. Ma una volta lì, si percepisce chiaramente: questo luogo non è da visitare, ma da attraversare. Con passo leggero, con rispetto, con tempo.


Il paesaggio – Natura, sentieri e contemplazione


Per raggiungere l’Eremo di San Guglielmo non è necessario affrontare sentieri difficili. Dopo aver attraversato il centro di Chiusano di San Domenico, una stradina comunale, discreta e immersa nel verde, conduce dolcemente verso il cuore del monte. Si procede accompagnati da scorci di bosco e silenzi profondi, fino a incontrare una fontana d’acqua freschissima, dove molti si fermano a riempire una borraccia o semplicemente a sostare. Lì, poco più su, inizia lo spazio sacro dell’eremo.

Il paesaggio che circonda l’edificio non è solo pittoresco: è ricco di storia geologica. A poca distanza dall’eremo, ben visibili lungo i margini della strada e nei tagli delle pareti rocciose, si trovano affioramenti della Formazione di Castelvetere: rocce sedimentarie di età Cenozoica, prevalentemente arenarie e calcari marnosi, che testimoniano l’antica presenza di bacini marini e processi di deposizione lenta, avvenuti milioni di anni fa.



Salendo leggermente per un piccolo sentiero verso una cascata naturale poco distante — meta di brevi escursioni da parte dei visitatori più curiosi — il paesaggio cambia ancora. 




Qui compaiono rocce calcaree mesozoiche, dure, stratificate, piegate in alcune zone da movimenti tettonici antichi. Queste formazioni, appartenenti alle Unità carbonatiche della Piattaforma appenninica, raccontano una storia ancora più remota, fatta di mari tropicali, scogliere sommerse e lenti processi geologici che hanno modellato le montagne dell’Irpinia nel corso di decine di milioni di anni.

Osservare questi affioramenti mentre si cammina o si contempla il paesaggio aiuta a percepire una cosa semplice ma potente: il sacro qui non è solo nella fede, ma anche nella materia, nella roccia che sostiene tutto, nel tempo profondo custodito nei solchi delle pietre.


Dove il tempo si ferma


Ci sono posti che non richiedono nulla. Non chiedono donazioni, biglietti, né fotografie. Si rivelano in silenzio, come una pagina già scritta che attende solo di essere letta con attenzione. 

L’Eremo di San Guglielmo è uno di questi. Non offre spettacolo, ma profondità. Non promette meraviglie, ma tranquillità. È uno spazio sospeso, dove il tempo smette di correre e inizia ad ascoltare. Dove ogni elemento — l’acqua che scorre dalla fontana, la pietra riscaldata dal sole, il suono lontano della foresta — sembra essere presente da sempre, e per sempre. 

Visitarlo è un gesto semplice, quasi intimo. È sufficiente prendere la strada da Chiusano, lasciare indietro il rumore e salire. Non è necessario essere credenti per percepire la sacralità del luogo: basta essere presenti, aperti, disposti a rallentare. 

Qui, ogni estate, la parola poetica risuona tra le rocce, la musica si fonde con il vento, le storie della tradizione si intrecciano con le note di maestri provenienti da vicino e da lontano. Ma anche quando tutto tace, l’eremo comunica. Comunica con la voce delle sue pietre, delle sue ombre, del suo silenzio profondo. 

Chi lo visita, spesso ritorna. Non perché l’eremo cambi — lui rimane immobile — ma perché siamo noi a trasformarci, nel passaggio. Come chi attraversa un varco e, voltandosi indietro, sa di non essere più lo stesso. 

Se cercate un luogo dove ritrovare il senso del cammino, della sosta, dell’ascolto, allora salite fin qui. L’Eremo non vi accoglierà con clamore, ma con una carezza leggera sulla soglia dell’anima.



venerdì 18 luglio 2025

Un geologo tra Patrimonio geologico e valorizzazione del Monte Tuoro

Camminare lungo i sentieri del M.te Tuoro, situato nel cuore dell’Irpinia, non implica soltanto l’attraversamento di un paesaggio naturale di straordinaria bellezza, ma anche la possibilità di percorrere strati temporali, di leggere la storia profonda della Terra scritta nelle rocce, nei rilievi e nelle forme del terreno. In qualità di geologo per la Commissione Ambientale del Comune di Chiusano di San Domenico, ho avuto il privilegio di osservare e studiare questi luoghi non solo con l’occhio del ricercatore, ma anche con il rispetto e la curiosità di chi condivide la vita quotidiana, l’identità e le fragilità del territorio.


Il mio lavoro in quest'area, iniziato gìà ai tempi dell'Università, si è sviluppato tra attività di ricerca scientifica, supporto tecnico agli enti locali per la valorizzazione del territorio e divulgazione del patrimonio geologico attraverso progetti ed escursioni guidate. 

È in questo intreccio tra scienza, ambiente e comunità che si forma un racconto composto da rocce, acque, antichi fondali marini e trasformazioni millenarie, ma anche da persone, cultura e senso del luogo.

Uno degli aspetti più affascinanti di questo territorio è la sua straordinaria geodiversità, che si manifesta in una varietà di geositi di notevole interesse scientifico e paesaggistico. Dalla Piana carsica di Santa Agata, esempio significativo di modellamento superficiale in ambiente carbonatico, ai rilievi di Monte Tuoro e Monte Luceto, testimonianze della piattaforma carbonatica mesozoica; dalla zona di Monte San Domenico, con la sua chiesa e i ruderi del castello medievale che dominano affioramenti calcarei, fino all’Eremo di San Guglielmo della Valle, incastonato in un paesaggio suggestivo su affioramenti arenacei flyschoidi, arricchito da una piccola cascata naturale.

Tra le formazioni rocciose più rappresentative, si distinguono gli affioramenti del flysch di Castelvetere, ben visibili lungo i versanti collinari e in particolare nei tratti modellati dalla rete idrografica secondaria. Questo flysch, composto da alternanze ritmiche di marne, arenarie e argilliti, costituisce un’importante testimonianza delle fasi compressive che hanno plasmato l’Appennino meridionale durante il Cenozoico. Le strutture sedimentarie ben conservate, come i piani di stratificazione, le laminazioni interne e i contatti tra i letti torbiditici, offrono un’interessante lettura dei processi di trasporto sottomarino e sedimentazione in ambienti di bacino profondo.

Di particolare importanza sono anche gli affioramenti calcarei mesozoici della piattaforma carbonatica appenninica, chiaramente osservabili sulla panoramica strada di Monte San Domenico e lungo le pendici di Monte Vena dei Corvi. Qui la successione stratigrafica si sviluppa in potenti banchi di calcari compatti e ben stratificati, a volte intensamente fratturati, intercalati da livelli più sottili e variamente fossiliferi, che documentano ambienti di sedimentazione marina di piattaforma tra il Giurassico superiore e il Cretaceo. In queste rocce, talvolta, si rinvengono resti fossili di organismi marini come rudiste, foraminiferi bentonici e frammenti di coralli coloniali, indicatori paleoambientali preziosi per la ricostruzione dei paesaggi antichi.

Questi affioramenti non solo aiutano a delineare il quadro evolutivo geologico dell’Appennino campano, ma rappresentano anche veri e propri "archivi naturali", da cui emerge con chiarezza la memoria profonda del territorio. La loro presenza visibile e accessibile lungo sentieri, strade e itinerari escursionistici consente una fruizione consapevole del paesaggio, facilitando il dialogo tra scienza, educazione ambientale e valorizzazione turistica.


Il ruolo del geologo nei geositi: scienza, tutela e divulgazione

Chiusano di San Domenico, situato a un'altitudine di 700 m e con una popolazione di poco oltre duemila abitanti, si staglia modestamente nel panorama irpino, ma custodisce al suo interno una profonda stratificazione di storia, cultura e geologia. In questo luogo, l'interazione complessa tra rocce, acque e attività umane contribuisce a creare un patrimonio unico, spesso trascurato, che grazie alle attività divulgative viene riportato al centro del dialogo tra comunità, istituzioni e scuola.

Essere un geologo a Chiusano implica lavorare in un'area che, sebbene sia marginale rispetto ai circuiti accademici o turistici più conosciuti, conserva un patrimonio geologico di eccezionale valore e che è compreso nell'importante area protetta del Parco Regionale dei Monti Picentini. 

Il geologo, in questo contesto, riveste un ruolo fondamentale non solo nella ricostruzione della storia geologica del territorio, ma anche nella valutazione del rischio idrogeologico, nella gestione del paesaggio e nella valorizzazione sostenibile delle risorse naturali. L’approccio adottato è integrato: la mappatura e classificazione dei geositi è stata accompagnata da un lavoro di sensibilizzazione sul campo, a volte in collaborazione con scuole e associazioni ambientaliste locali.

In qualità di ricercatore e tecnico per la Commissione Ambientale del Comune, il mio lavoro si è sviluppato in diverse direzioni, tutte profondamente interconnesse: dal rilevamento e studio degli affioramenti, alla redazione di schede descrittive e relazioni tecniche, fino all’organizzazione di attività divulgative e percorsi geoturistici per la cittadinanza e i visitatori con l'obiettivo di orientare le politiche locali verso una tutela consapevole e la valorizzazione dei principali siti geologici noti anche come geositi. 

Tra questi, merita una menzione speciale il rilievo del castello medievale e della Chiesa di San Domenico, eretti su un affioramento calcareo strutturato in monoclinale e delimitato da faglie dirette: rocce che non solo costituiscono la base geologica del sito, ma hanno anche influenzato direttamente l'assetto architettonico e difensivo.


Le escursioni geologiche: divulgazione attiva sul campo

Nel mio incarico come guida geologica sul campo, ho condotto gruppi di visitatori, studenti e appassionati attraverso percorsi organizzati che collegano geologia, paesaggio e cultura. 

Ogni escursione è stata concepita come esperienza immersiva, in cui i partecipanti possono osservare il paesaggio con occhi nuovi, comprendendo come le forme del terreno, i tipi di roccia e la loro disposizione raccontino eventi geologici risalenti a milioni di anni fa. Non si tratta solo di trasmettere conoscenze, ma di suscitare stupore, rispetto e un senso di appartenenza.

Tra i siti più significativi si annoverano:

Monte San Domenico, la cui cima offre una delle più ampie vedute panoramiche sull’Appennino campano. Da questo punto, la struttura tettonica a pieghe e faglie è chiaramente visibile nei rilievi orientati NW-SE. 

La successione stratigrafica che si può osservare è costituita da calcari mesozoici della piattaforma carbonatica, intensamente fratturati e disposti secondo una struttura monoclinale. Questo sito rappresenta un eccellente punto di osservazione geologica, ma è anche un luogo ricco di storia, grazie alla presenza della chiesa di San Domenico e dei resti del castello medievale, costruiti su affioramenti rocciosi strategici.




• L’Eremo di San Guglielmo della Valle e la cascata naturale adiacente si trovano in un contesto di elevata naturalità, tra versanti rocciosi ricchi di vegetazione e attraversati da corsi d’acqua superficiali. La cascata è il risultato di un piccolo salto geologico lungo un dislivello naturale creato da fratture nei calcari, ed è particolarmente suggestiva durante i periodi di piena. Questo luogo combina l’interesse geologico e geomorfologico con la dimensione spirituale e storica, rendendolo un esempio perfetto di geo-paesaggio culturale.




• Nella località Taggiano (nota anche come Bellavista) si apre uno dei punti panoramici di eccellenza del territorio. La vista si estende fino alla Piana del Dragone a Volturara Irpina, una depressione endoreica di origine tettonico-carsica, soggetta a periodici allagamenti. Sullo sfondo si erge il Monte Terminio, uno dei rilievi calcarei più significativi dell’Appennino meridionale, composto da potenti banchi carbonatici e da un reticolo di faglie che ne definisce la morfologia attuale. Questo punto di osservazione è particolarmente utile per illustrare la relazione tra l’assetto geologico regionale e la morfologia del paesaggio.




Monte Vena dei Corvi: lungo la strada si possono osservare affioramenti di piattaforma carbonatica, con stratificazioni regolari e livelli fossiliferi ricchi di rudiste, foraminiferi bentonici e resti corallini —  preziosi indicatori di paleoambienti marini tra Giurassico superiore e Cretaceo.




La Piana carsica di S. Agata rappresenta un classico esempio di conca chiusa su substrato carbonatico, caratterizzata da doline e depressioni che raccolgono le acque meteoriche. La presenza della sorgente omonima attesta l'esistenza di un sistema carsico attivo, in cui le acque seguono percorsi sotterranei complessi prima di riemergere. Questo sito è fondamentale per comprendere le dinamiche idriche nel sottosuolo e l'equilibrio tra geologia e risorse naturali.



Monte Tuoro e Monte Luceto: due rilievi modellati su un substrato calcareo mesozoico, che si ergono come testimonianza delle antiche piattaforme marine appenniniche.



Valore culturale ed educativo del patrimonio geologico

     Il patrimonio geologico non rappresenta soltanto un argomento di interesse tecnico o scientifico: si configura come un collegamento tra la comunità e la profonda realtà del territorio. Durante le escursioni, il dialogo prosegue con riflessioni sul paesaggio: in che modo le rocce hanno influenzato l'uso del territorio, gli insediamenti e le modalità di difesa; come le acque e i corsi fluviali abbiano plasmato il territorio, creando luoghi sacri come l’eremo o spazi collettivi come la piana carsica.

     Queste esperienze, se integrate in un progetto territoriale di valorizzazione, possono trasformare ogni geosito in una risorsa culturale e turistica, capace di attrarre appassionati, visitatori e gruppi scolastici; di rafforzare il senso di appartenenza dei cittadini; e di stimolare l’economia locale, ad esempio in sinergia con il turismo enogastronomico.

     La divulgazione geologica, per risultare efficace, deve coinvolgere il territorio: non è sufficiente spiegare le rocce, è necessario narrare il paesaggio vissuto, collegarlo alla storia, all’acqua e alle comunità. I geositi dell'area Parco diventano così strumenti educativi e culturali, utili a costruire un'identità territoriale più consapevole e sostenibile.

     Nel corso degli anni, con il supporto della Commissione Ambientale del Comune e grazie alla collaborazione con associazioni locali, ho promosso escursioni e relazioni tecniche che hanno consentito a molte persone di riscoprire il valore del proprio paesaggio, non solo come sfondo, ma come memoria geologica collettiva.


     Conclusioni e prospettive

     Il mio impegno come geologo è finalizzato a mettere in luce l’autenticità di questo territorio: un equilibrio tra natura, storia e presente. I prossimi passi prevedono:



  • la realizzazione di itinerari geopedagogici con pannelli informativi e punti di osservazione geologica lungo i sentieri;
  • la promozione di corsi di formazione ambientale, in collaborazione con scuole e associazioni, per diffondere consapevolezza sul rischio idrogeologico e sulla fragilità del territorio carsico;
  • la valorizzazione in chiave turistica, con percorsi integrati che uniscono geologia, archeologia, storia e sapori locali.



Invito chiunque legga queste righe a visitare Chiusano con occhi nuovi: non solo per ammirare la sua bellezza naturale, ma per ascoltare il racconto profondo delle sue rocce, dei suoi rilievi e delle sue acque. Un racconto che parte da milioni di anni fa, ma che può ancora insegnarci molto sul presente e sul nostro rapporto con la Terra.


Per approfondimenti consultare:


https://www.academia.edu/128898251/Un_itinerario_geoturistico_nel_territorio_di_Chiusano_di_San_Domenico_AV_

https://www.academia.edu/128843609/Piana_S_Agata_un_potenziale_geosito_carsico_del_Parco_Regionale_dei_Monti_Picentini

https://www.academia.edu/40040525/A_geotourism_itinerary_in_the_Picentini_Mountains_Regional_Park

https://www.academia.edu/42118804/Studio_del_territorio_del_monte_Tuoro_per_la_progettazione_di_un_itinerario_geonaturalistico