venerdì 18 luglio 2025

Un geologo tra Patrimonio geologico e valorizzazione del Monte Tuoro

Camminare lungo i sentieri del M.te Tuoro, situato nel cuore dell’Irpinia, non implica soltanto l’attraversamento di un paesaggio naturale di straordinaria bellezza, ma anche la possibilità di percorrere strati temporali, di leggere la storia profonda della Terra scritta nelle rocce, nei rilievi e nelle forme del terreno. In qualità di geologo per la Commissione Ambientale del Comune di Chiusano di San Domenico, ho avuto il privilegio di osservare e studiare questi luoghi non solo con l’occhio del ricercatore, ma anche con il rispetto e la curiosità di chi condivide la vita quotidiana, l’identità e le fragilità del territorio.


Il mio lavoro in quest'area, iniziato gìà ai tempi dell'Università, si è sviluppato tra attività di ricerca scientifica, supporto tecnico agli enti locali per la valorizzazione del territorio e divulgazione del patrimonio geologico attraverso progetti ed escursioni guidate. 

È in questo intreccio tra scienza, ambiente e comunità che si forma un racconto composto da rocce, acque, antichi fondali marini e trasformazioni millenarie, ma anche da persone, cultura e senso del luogo.

Uno degli aspetti più affascinanti di questo territorio è la sua straordinaria geodiversità, che si manifesta in una varietà di geositi di notevole interesse scientifico e paesaggistico. Dalla Piana carsica di Santa Agata, esempio significativo di modellamento superficiale in ambiente carbonatico, ai rilievi di Monte Tuoro e Monte Luceto, testimonianze della piattaforma carbonatica mesozoica; dalla zona di Monte San Domenico, con la sua chiesa e i ruderi del castello medievale che dominano affioramenti calcarei, fino all’Eremo di San Guglielmo della Valle, incastonato in un paesaggio suggestivo su affioramenti arenacei flyschoidi, arricchito da una piccola cascata naturale.

Tra le formazioni rocciose più rappresentative, si distinguono gli affioramenti del flysch di Castelvetere, ben visibili lungo i versanti collinari e in particolare nei tratti modellati dalla rete idrografica secondaria. Questo flysch, composto da alternanze ritmiche di marne, arenarie e argilliti, costituisce un’importante testimonianza delle fasi compressive che hanno plasmato l’Appennino meridionale durante il Cenozoico. Le strutture sedimentarie ben conservate, come i piani di stratificazione, le laminazioni interne e i contatti tra i letti torbiditici, offrono un’interessante lettura dei processi di trasporto sottomarino e sedimentazione in ambienti di bacino profondo.

Di particolare importanza sono anche gli affioramenti calcarei mesozoici della piattaforma carbonatica appenninica, chiaramente osservabili sulla panoramica strada di Monte San Domenico e lungo le pendici di Monte Vena dei Corvi. Qui la successione stratigrafica si sviluppa in potenti banchi di calcari compatti e ben stratificati, a volte intensamente fratturati, intercalati da livelli più sottili e variamente fossiliferi, che documentano ambienti di sedimentazione marina di piattaforma tra il Giurassico superiore e il Cretaceo. In queste rocce, talvolta, si rinvengono resti fossili di organismi marini come rudiste, foraminiferi bentonici e frammenti di coralli coloniali, indicatori paleoambientali preziosi per la ricostruzione dei paesaggi antichi.

Questi affioramenti non solo aiutano a delineare il quadro evolutivo geologico dell’Appennino campano, ma rappresentano anche veri e propri "archivi naturali", da cui emerge con chiarezza la memoria profonda del territorio. La loro presenza visibile e accessibile lungo sentieri, strade e itinerari escursionistici consente una fruizione consapevole del paesaggio, facilitando il dialogo tra scienza, educazione ambientale e valorizzazione turistica.


Il ruolo del geologo nei geositi: scienza, tutela e divulgazione

Chiusano di San Domenico, situato a un'altitudine di 700 m e con una popolazione di poco oltre duemila abitanti, si staglia modestamente nel panorama irpino, ma custodisce al suo interno una profonda stratificazione di storia, cultura e geologia. In questo luogo, l'interazione complessa tra rocce, acque e attività umane contribuisce a creare un patrimonio unico, spesso trascurato, che grazie alle attività divulgative viene riportato al centro del dialogo tra comunità, istituzioni e scuola.

Essere un geologo a Chiusano implica lavorare in un'area che, sebbene sia marginale rispetto ai circuiti accademici o turistici più conosciuti, conserva un patrimonio geologico di eccezionale valore e che è compreso nell'importante area protetta del Parco Regionale dei Monti Picentini. 

Il geologo, in questo contesto, riveste un ruolo fondamentale non solo nella ricostruzione della storia geologica del territorio, ma anche nella valutazione del rischio idrogeologico, nella gestione del paesaggio e nella valorizzazione sostenibile delle risorse naturali. L’approccio adottato è integrato: la mappatura e classificazione dei geositi è stata accompagnata da un lavoro di sensibilizzazione sul campo, a volte in collaborazione con scuole e associazioni ambientaliste locali.

In qualità di ricercatore e tecnico per la Commissione Ambientale del Comune, il mio lavoro si è sviluppato in diverse direzioni, tutte profondamente interconnesse: dal rilevamento e studio degli affioramenti, alla redazione di schede descrittive e relazioni tecniche, fino all’organizzazione di attività divulgative e percorsi geoturistici per la cittadinanza e i visitatori con l'obiettivo di orientare le politiche locali verso una tutela consapevole e la valorizzazione dei principali siti geologici noti anche come geositi. 

Tra questi, merita una menzione speciale il rilievo del castello medievale e della Chiesa di San Domenico, eretti su un affioramento calcareo strutturato in monoclinale e delimitato da faglie dirette: rocce che non solo costituiscono la base geologica del sito, ma hanno anche influenzato direttamente l'assetto architettonico e difensivo.


Le escursioni geologiche: divulgazione attiva sul campo

Nel mio incarico come guida geologica sul campo, ho condotto gruppi di visitatori, studenti e appassionati attraverso percorsi organizzati che collegano geologia, paesaggio e cultura. 

Ogni escursione è stata concepita come esperienza immersiva, in cui i partecipanti possono osservare il paesaggio con occhi nuovi, comprendendo come le forme del terreno, i tipi di roccia e la loro disposizione raccontino eventi geologici risalenti a milioni di anni fa. Non si tratta solo di trasmettere conoscenze, ma di suscitare stupore, rispetto e un senso di appartenenza.

Tra i siti più significativi si annoverano:

Monte San Domenico, la cui cima offre una delle più ampie vedute panoramiche sull’Appennino campano. Da questo punto, la struttura tettonica a pieghe e faglie è chiaramente visibile nei rilievi orientati NW-SE. 

La successione stratigrafica che si può osservare è costituita da calcari mesozoici della piattaforma carbonatica, intensamente fratturati e disposti secondo una struttura monoclinale. Questo sito rappresenta un eccellente punto di osservazione geologica, ma è anche un luogo ricco di storia, grazie alla presenza della chiesa di San Domenico e dei resti del castello medievale, costruiti su affioramenti rocciosi strategici.




• L’Eremo di San Guglielmo della Valle e la cascata naturale adiacente si trovano in un contesto di elevata naturalità, tra versanti rocciosi ricchi di vegetazione e attraversati da corsi d’acqua superficiali. La cascata è il risultato di un piccolo salto geologico lungo un dislivello naturale creato da fratture nei calcari, ed è particolarmente suggestiva durante i periodi di piena. Questo luogo combina l’interesse geologico e geomorfologico con la dimensione spirituale e storica, rendendolo un esempio perfetto di geo-paesaggio culturale.




• Nella località Taggiano (nota anche come Bellavista) si apre uno dei punti panoramici di eccellenza del territorio. La vista si estende fino alla Piana del Dragone a Volturara Irpina, una depressione endoreica di origine tettonico-carsica, soggetta a periodici allagamenti. Sullo sfondo si erge il Monte Terminio, uno dei rilievi calcarei più significativi dell’Appennino meridionale, composto da potenti banchi carbonatici e da un reticolo di faglie che ne definisce la morfologia attuale. Questo punto di osservazione è particolarmente utile per illustrare la relazione tra l’assetto geologico regionale e la morfologia del paesaggio.




Monte Vena dei Corvi: lungo la strada si possono osservare affioramenti di piattaforma carbonatica, con stratificazioni regolari e livelli fossiliferi ricchi di rudiste, foraminiferi bentonici e resti corallini —  preziosi indicatori di paleoambienti marini tra Giurassico superiore e Cretaceo.




La Piana carsica di S. Agata rappresenta un classico esempio di conca chiusa su substrato carbonatico, caratterizzata da doline e depressioni che raccolgono le acque meteoriche. La presenza della sorgente omonima attesta l'esistenza di un sistema carsico attivo, in cui le acque seguono percorsi sotterranei complessi prima di riemergere. Questo sito è fondamentale per comprendere le dinamiche idriche nel sottosuolo e l'equilibrio tra geologia e risorse naturali.



Monte Tuoro e Monte Luceto: due rilievi modellati su un substrato calcareo mesozoico, che si ergono come testimonianza delle antiche piattaforme marine appenniniche.



Valore culturale ed educativo del patrimonio geologico

     Il patrimonio geologico non rappresenta soltanto un argomento di interesse tecnico o scientifico: si configura come un collegamento tra la comunità e la profonda realtà del territorio. Durante le escursioni, il dialogo prosegue con riflessioni sul paesaggio: in che modo le rocce hanno influenzato l'uso del territorio, gli insediamenti e le modalità di difesa; come le acque e i corsi fluviali abbiano plasmato il territorio, creando luoghi sacri come l’eremo o spazi collettivi come la piana carsica.

     Queste esperienze, se integrate in un progetto territoriale di valorizzazione, possono trasformare ogni geosito in una risorsa culturale e turistica, capace di attrarre appassionati, visitatori e gruppi scolastici; di rafforzare il senso di appartenenza dei cittadini; e di stimolare l’economia locale, ad esempio in sinergia con il turismo enogastronomico.

     La divulgazione geologica, per risultare efficace, deve coinvolgere il territorio: non è sufficiente spiegare le rocce, è necessario narrare il paesaggio vissuto, collegarlo alla storia, all’acqua e alle comunità. I geositi dell'area Parco diventano così strumenti educativi e culturali, utili a costruire un'identità territoriale più consapevole e sostenibile.

     Nel corso degli anni, con il supporto della Commissione Ambientale del Comune e grazie alla collaborazione con associazioni locali, ho promosso escursioni e relazioni tecniche che hanno consentito a molte persone di riscoprire il valore del proprio paesaggio, non solo come sfondo, ma come memoria geologica collettiva.


     Conclusioni e prospettive

     Il mio impegno come geologo è finalizzato a mettere in luce l’autenticità di questo territorio: un equilibrio tra natura, storia e presente. I prossimi passi prevedono:



  • la realizzazione di itinerari geopedagogici con pannelli informativi e punti di osservazione geologica lungo i sentieri;
  • la promozione di corsi di formazione ambientale, in collaborazione con scuole e associazioni, per diffondere consapevolezza sul rischio idrogeologico e sulla fragilità del territorio carsico;
  • la valorizzazione in chiave turistica, con percorsi integrati che uniscono geologia, archeologia, storia e sapori locali.



Invito chiunque legga queste righe a visitare Chiusano con occhi nuovi: non solo per ammirare la sua bellezza naturale, ma per ascoltare il racconto profondo delle sue rocce, dei suoi rilievi e delle sue acque. Un racconto che parte da milioni di anni fa, ma che può ancora insegnarci molto sul presente e sul nostro rapporto con la Terra.


Per approfondimenti consultare:


https://www.academia.edu/128898251/Un_itinerario_geoturistico_nel_territorio_di_Chiusano_di_San_Domenico_AV_

https://www.academia.edu/128843609/Piana_S_Agata_un_potenziale_geosito_carsico_del_Parco_Regionale_dei_Monti_Picentini

https://www.academia.edu/40040525/A_geotourism_itinerary_in_the_Picentini_Mountains_Regional_Park

https://www.academia.edu/42118804/Studio_del_territorio_del_monte_Tuoro_per_la_progettazione_di_un_itinerario_geonaturalistico
























sabato 12 luglio 2025

Alcuni anni di ricerche sul Patrimonio geologico del Parco dei Monti Picentini



La ricerca e lo studio del patrimonio geologico di una regione sono un campo di grande interesse per i ricercatori. È stato universalmente riconosciuto il ruolo cruciale che la protezione e la valorizzazione delle caratteristiche fisiche significative del territorio possono avere, sia dal punto di vista scientifico che didattico. 

Il Patrimonio geologico è costituito dai geositi di un’area cioè, porzioni della geosfera che sono particolarmente importanti per comprendere la storia della Terra. Questa conoscenza rappresenta quindi una risorsa preziosa del territorio (ARNOLDUS-HUYZENDVELD A. et al., 1995; WIMBLEDON W.A.P. et al., 1999). 

I geositi sono entità concrete, fisicamente delimitabili, e devono essere considerati come:


a) strumenti per la pianificazione territoriale e ambientale;

b) elementi per la creazione di itinerari geoscientifici;

c) strumenti per la valorizzazione dell’ambiente;

d) elementi per sensibilizzare la popolazione sulle questioni ambientali;

e) oggetti di studio e ricerca.

 

In questo contesto, i geositi rappresentano un “valore aggiunto” e contribuiscono in modo significativo allo sviluppo sostenibile  del territorio, soprattutto se inseriti in un’area protetta come il Parco Naturale Regionale dei Monti Picentini. In questa luce, essi sono una componente essenziale non solo del Patrimonio Naturale, ma anche del Patrimonio Culturale.


LE RICERCHE

L’area dei Monti Picentini, dove tale approccio culturale trova una sua inequivocabile valenza perché i particolari eventi geologici hanno creato un paesaggio molto articolato, in cui aspri rilievi montani si alternano ad incantevoli pianure, ben si presta alle tematiche di ricerca delineate in quanto:

__ presenta un patrimonio naturale ancora oggi sconosciuto;

__ è un’area di particolare bellezza paesaggistica;

__ è un’area il cui potenziale turistico non viene sfruttato adeguatamente;

__ gran parte del territorio è già da alcuni anni sotto il vincolo di tutela del Parco Regionale dei Monti Picentini ed è stato catalogato come area S.I.C. e Z.P.S.


Queste ricerche si fondano su osservazioni fatte dall’Autore (CATALDO G., 2007) riguardanti l’applicazione dei criteri di ricerca, selezione e censimento dei geositi in quest’area, in particolare nella zona dei monti Terminio-Tuoro, Cervialto e Accellica. Qui si riassumono i risultati più significativi ottenuti riguardo alle emergenze geologiche e geomorfologiche, che sono altrettanto importanti quanto quelle faunistiche e floristiche, e che si trovano in una zona protetta di grande valore, il Parco Regionale dei Monti Picentini.

Nell’individuare i siti, si è tenuto conto della loro rilevanza scientifico-didattica e socio-economica. Sono stati anche considerati i vincoli esistenti, il grado di conservazione e l’interesse scientifico del sito, sia a livello locale che regionale. Si è cercato di identificare siti sia per le formazioni carbonatiche di piattaforma, sia per i sedimenti terrigeni miocenici, per avere un quadro completo della geologia di quest’area. Infine, per ogni sito è stata fornita l’ubicazione geografica in termini di cartografia e coordinate Gauss-Boaga.

Il progetto di ricerca è stato sviluppato secondo le seguenti fasi:


I° fase: analisi del territorio mediante lo studio bibliografico e i rilievi sul terreno;

II° fase: ricerca ed individuazione di siti geologici s.l., verifica della loro importanza, del loro stato di conservazione e della loro vulnerabilità;

III° fase: le proposte di gestione e valorizzazione attraverso percorsi d’interesse scientifico-naturalistico.


Di ogni sito è stato valutato il suo grado di interesse ed il suo significato scientifico nell’ambito dei fenomeni interessanti l’intero sistema montuoso.

- Per la geologia è stato dato risalto a quelle situazioni che hanno un significato stratigrafico-strutturale per la conoscenza dell’evoluzione di questo settore di catena sud-appenninica.

- Per la paleontologia si sono scelti quei luoghi dove si rinvengono fossili ben esposti, che hanno valore stratigrafico e/o paleoecologico.

- Nello studio geomorfologico si sono analizzati quei processi che nel corso del tempo hanno modellato le forme del paesaggio. Sono state messe in evidenza sia le macro che le microforme mettendone in relazione la genesi con il clima attuale e quello passato.

- Per la geoarcheologia, si è voluto mettere in evidenza come l’assetto geologico e morfologico dell’area abbia condizionato le attività antropiche di manufatti d’epoca medievale presenti nel territorio di Chiusano di S. Domenico, quali il castello longobardo, la Chiesa di S. Domenico e l’Eremo di S. Guglielmo, sin dal loro primo insediamento.

Ogni sito è stato oggetto di dirette osservazioni di campagna durante le quali è stato valutato il suo grado di interesse ed il suo significato scientifico, nell’ambito dei fenomeni interessanti l’intero sistema montuoso.

E’ possibile tentare una prima schematizzazione delle caratteristiche peculiari riscontrate:

- presenza di rocce carbonatiche di ambienti di mare basso e di avanscogliera con chiare strutture sedimentarie e tettoniche;

- lembi trasgressivi residui di flysch miocenico in contatto discordante sul Mesozoico;

- le formazioni marine affioranti sono ricche di resti fossili anche se pochi sono i giacimenti di una certa importanza;

- morfologie carsiche, fluvio-carsiche, periglaciali e strutturali;

- è stato censito un rilievo calcareo sulla cui cima insistono due manufatti d’epoca medievale, quali il castello longobardo e la Chiesa di S. Domenico, nel territorio di Chiusano di San Domenico.


CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Nel Parco Regionale dei Monti Picentini, e in particolare nella zona più settentrionale, è stata individuata una rete di siti di grande interesse geologico. Ci sono diverse località che, grazie alla loro esposizione e caratteristiche, offrono una chiave di lettura dei processi geologici che hanno interessato la zona.

In un’ottica di tutela ambientale e valorizzazione degli elementi del paesaggio geologico, i geositi selezionati sono considerati risorse, intese come beni non riproducibili su cui indirizzare azioni equilibrate.

La creazione di centri espositivi e la progettazione di itinerari geologici (CATALDO G., 2014) attraverso l’inserimento dei geositi in percorsi scientifico-culturali multidisciplinari, che includono punti di osservazione panoramici, aree ricreative e di sosta, renderebbe il territorio accessibile non solo per scopi ricreativi, ma anche per attività divulgative e formative. 

La presenza simultanea di siti di interesse storico e architettonico, insieme a ecosistemi con un alto grado di naturalità (come boschi, zone umide e macchia mediterranea), aggiunge ulteriore valore ai beni geologici.

Le azioni destinate a proteggere e valorizzare i geositi devono concentrarsi sulla ricostruzione e/o rivalutazione dell'ambiente naturale in cui si trovano (come il recupero di cave abbandonate).

L'istituzione di geositi è un passo concreto verso la conservazione e la valorizzazione del nostro vasto patrimonio ambientale, che include bellezze naturali, beni archeologici, folkloristici e culturali della nostra terra. Una gestione attiva e bilanciata, integrata con la componente scientifica, considerata ora come un valore aggiunto al già ricco patrimonio naturalistico e ambientale, garantirebbe:

- la protezione e la conservazione dell'ambiente naturale

- il rilancio delle attività agro-silvo-pastorali

- l'incentivazione di attività economiche innovative per aumentare il turismo

- l'organizzazione di attività escursionistiche, di ricerca scientifica e di divulgazione didattico-educativa.

Il progetto di ricerca sul Patrimonio geologico di questa zona, se sostenuto dalle Amministrazioni locali e centrali, potrebbe diventare una solida fonte di sviluppo socio-economico per la popolazione residente. Tuttavia, al momento, siamo ancora lontani da una conoscenza veramente approfondita della zona. 

Le ricerche condotte finora confermano l'importanza naturalistica dell'area e, in particolare, la sua elevata diversità geo-ambientale, sottolineando la necessità di una gestione attenta che armonizzi le sue caratteristiche naturali con lo sviluppo umano.


LAVORI CITATI

ARNOLDUS-HUYZENDVELD A. et alii, (1995) – I beni culturali a carattere geologico: I geotopi. Un approccio culturale al problema. Geologia Tecnica e Ambientale, 4, Roma.

CATALDO G. (2007) – Ricerche geologiche nel Parco Regionale dei Monti Picentini: Individuazione e studio di geositi ed itinerari geologico-ambientali per la valorizzazione dell'area. Università di Napoli “Federico II”, Dipartimento di Scienze della Terra, Corso di Scienze Geologiche, Tesi di Laurea in Geoconservazione, Napoli.

CATALDO G. (2014) – Introduzione agli itinerari geologico-ambientali nel gruppo del M.te Tuoro (Parco Regionale dei M. Picentini). Comune di Chiusano di S. Domenico, Commissione Ambiente.

FABBRI M. & ZARLENGA F. (1996) – I beni culturali geologici. Verde Ambiente, 1, Roma.

WIMBLEDON W.A.P., ANDERSEN S., CLEAL C.J., COWIE J.W., ERIKSTAD L., GONGGRIJP G.P., JOHANSSON C.E., KARIS L.O., SUOMINEN V. (1999), Geological World Heritage: Geosites – a global comparative site inventory no enable prioritisation for conservation, in Gisotti G., Zarlenga F., Mem. Descr. Carta Geol. D’It., Volume LIV, 45-60.

ZARLENGA F. (1996) – I geotopi, dalla ricerca scientifica alla pianificazione, controllo e gestione. Geologia dell’Ambiente, 4, Roma.

lunedì 7 luglio 2025

La valorizzazione delle aree carsiche del Parco Regionale dei Monti Picentini


L'area settentrionale del parco dei Monti Picentini è caratterizzata da un sistema idrocarsico che include numerose grotte, con uno sviluppo che varia da pochi metri a diverse migliaia di metri. Tra le più famose e significative si trovano la grotta del Caliendo nei pressi di Lago Laceno, sul massiccio del Cervialto, la grotta di Candraloni nella piana carsica di Verteglia, sul Terminio, la grotta del Sambuco e la Ventara di Serralonga, anch'esse sul Terminio.

Alcune di queste grotte fungono da inghiottitoi attivi o sorgenti intermittenti, e la loro dinamica attuale è principalmente influenzata dal deflusso idrico, mentre altre sono maggiormente soggette ai processi gravitativi di versante; in quest'ultimo caso, si verificano frequentemente situazioni di elevato rischio ambientale, principalmente a causa della formazione di voragini.

Il sistema sotterraneo di quest'area si intreccia inevitabilmente con un tessuto rurale e insediativo di notevole impatto, che limita lo sviluppo di aree naturali. Tuttavia, la consapevolezza della popolazione locale e degli enti preposti alla gestione del territorio riguardo all'underground speleologico di questa zona è molto scarsa. 

Questa minimizzazione culturale porta a conseguenze di gestione poco sostenibile del territorio e non considera l'opportunità di vedere le grotte non come una problematica ambientale da affrontare con misure di obliterazione – così comuni in quest'area – ma come una risorsa per l'intera comunità locale e non solo.

Per questo motivo, è stato avviato un percorso di valorizzazione del sistema carsico di quest'area che, attraverso i dati forniti dall'esplorazione speleologica e dalla ricerca scientifica, mira a una riqualificazione che sia prima di tutto culturale. Per tale ragione, sono state elaborate iniziative  per far conoscere soprattutto ai giovani il patrimonio sotterraneo di quest'area, le sue relazioni con il sistema ambientale esterno e, quindi, con l'uomo.

Il contesto geologico, geomorfologico e idrogeologico

I monti Picentini sono geograficamente individuati:

__ ad Est e ad Ovest, dalle alte valli del Sele e dell’Irno, rispettivamente.

__ a Sud, dal graben della valle Sele.

__ a Nord, dalla direttrice Chiusano S. Domenico – Castelvetere sul Calore – Bagnoli Irpino – Caposele.

Fisiograficamente l’area parco rientra grossolanamente nella fascia altimetrica posta tra i 700 e i 1800 m s.l.m.


Perimetrazione del Parco Regionale dei M.ti Picentini


L’area settentrionale del massiccio è costituita da una successione sedimentaria di età giurassico-cretacica inserita nel contesto geodinamico dell’Appennino meridionale dove la strutturazione della catena ha portato alla costituzione di piegamenti N-NE vergenti.

La successione stratigrafica di quest’area è completata da livelli tufitici che costituiscono spesso importanti livelli impermeabili o portano, attraverso la loro alterazione, alla formazione di estesi suoli argillosi.

Il modellamento del rilievo nell’area considerata è frutto principalmente di processi periglaciali, specialmente nelle porzioni più a valle; in associazione si rintracciano complesse associazioni di doline e valli secche, sinkholes, grotte che costituiscono punti di assorbimento o di risorgenza di acque superficiali, falde detritiche di versante. Gran parte delle grotte si sviluppa entro le formazioni calcaree cretaciche.

A livello locale, il deflusso attraverso piping nelle coperture argillose e quello che si verifica nelle condotte rocciose epicarsiche sono responsabili di dissesti gravitativi, generalmente associati a sinkholes. Inoltre, il modellamento antropico dell’area contribuisce in modo significativo all’evoluzione morfologica del settore, manifestandosi con la presenza di terrazzamenti sui versanti, una vasta diffusione di aree ad uso rurale, la presenza di antichi siti estrattivi, oltre a zone insediative risalenti all’epoca romana e medievale.

La circolazione idrica sotterranea riveste un'importanza notevole nella serie calcarea del sistema montuoso, poiché tale serie costituisce un vasto serbatoio acquifero da cui vengono estratte le significative risorse idriche della zona.

La serie idrogeologica affiorante in quest’area può essere suddivisa in due categorie principali: rocce serbatoio, di cui è composta interamente la serie carbonatica, e rocce permeabili per porosità, che affiorano ai margini e all’interno della stessa.

L’elemento che influisce maggiormente sulla circolazione idrica di base del massiccio è il contatto tra l’acquifero fessurato e la cintura impermeabile formata dai depositi terrigeni miocenici che lo circondano. Infatti, le sorgenti più abbondanti si trovano nei punti altimetricamente più depressi della suddetta cintura impermeabile (CELICO, 1979). 

Anche le faglie fungono da linee di drenaggio preferenziale. Tuttavia, in presenza di ampie fasce cataclastiche o milonitiche, si verifica una diminuzione della permeabilità relativa, generando un effetto di tamponamento che impedisce il libero deflusso delle acque.

Data la composizione geologica del complesso montuoso, che è principalmente calcarea, la circolazione idrica sotterranea all'interno del massiccio è esclusivamente di tipo carsico.


L’esplorazione speleologica

Le grotte sono state oggetto di esplorazione e rilevazione per un periodo di quasi 40 anni da parte degli speleologi del gruppo Speleologico CAI di Napoli e Avellino.
L’esplorazione, dove permangono ancora oggi dei dubbi, è frequentemente ostacolata dall’attività idrologica di molte cavità, che provoca la formazione di tratti allagati o genera una notevole mobilità dei sedimenti interni. È importante notare che spesso l’esplorazione dei più vasti sistemi sotterranei delle aree montane del massiccio o di altre zone ha storicamente distolto l’attenzione dai piccoli sistemi sotterranei della fascia pedemontana.

È successo quindi che, dopo una prima fase di esplorazione, si è verificato un lungo periodo di inattività che ha coinvolto anche l'attività di visita alle grotte dell'area pedemontana, portando a una lacuna nell'osservazione della dinamica e dell'evoluzione di queste cavità.
Si prevede inoltre di definire la pericolosità associata all'accesso e alla visita in grotta, non solo per stabilire percorsi didattici che siano il più sicuri possibile, ma anche perché molti ingressi sono facilmente accessibili e la progressione interna, in molti casi, non richiede la conoscenza di tecniche speleologiche specifiche.

La valorizzazione e divulgazione delle aree carsiche

Si punta principalmente sulla diffusione di una nuova e più consapevole percezione dell'ambiente carsico dell'area per avviare una valorizzazione ambientale sostenibile nel lungo periodo.
Per raggiungere questo obiettivo, oltre alla divulgazione tramite articoli su riviste o online, o attraverso attività e lezioni nelle scuole, si potrebbero organizzare visite didattiche in grotta destinate principalmente ai giovani.

Nel campo della speleologia, è noto quanto sia difficile e spesso distorta la percezione che i non speleologi hanno dell'ambiente sotterraneo, e questo è ancor più vero per i giovani, costantemente distratti da stimoli virtuali che li allontanano dalla natura.

Tuttavia, le esperienze accumulate fino ad ora sono state positive, poiché si è trovato un pubblico di ragazzi e ragazze che, superate le iniziali incertezze e paure, hanno sviluppato una grande curiosità e desiderio di apprendere.


Questa è stata un'occasione importante, soprattutto per raccogliere spunti su come migliorare la diffusione delle conoscenze e l'interazione con gli enti di gestione del territorio.
Il sistema carsico del massiccio rappresenta un ecosistema che richiede un approccio di gestione territoriale capace di affrontare problematiche complesse e spesso poco definite. Attualmente, invece, si tende a trascurare le numerose grotte presenti nell'area e il loro significato all'interno del sistema idrogeologico e ambientale di cui fanno parte. 

Un certo interesse è emerso solo grazie al Gruppo Speleologico del Cai di Avellino, che ha avviato una parte significativa di un progetto di riqualificazione ambientale dell'underground naturale di queste zone.
I dati ottenuti dall'esplorazione speleologica e dalla ricerca scientifica hanno reso possibile l'attuazione di attività di bonifica e didattica, con un focus particolare su quest'ultimo aspetto. L'obiettivo è quello di promuovere una nuova e più consapevole comprensione del sistema carsico dell'area, certi che gli interventi strutturali o di bonifica in senso stretto non garantirebbero una validità duratura.

In particolare, oltre alla divulgazione tramite riviste e il web, gli speleologi hanno avviato attività didattiche nelle scuole, sviluppato percorsi educativi all'interno delle grotte della zona e coinvolto studenti in progetti di bonifica di alcuni siti contaminati.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

BELLUCCI F., BRANCACCIO L., CELICO P., CINQUE P., GIULIVO I., SANTO A.,
TESCIONE M. (1983) – L’evoluzione geomorfologica, carsismo e idrogeologia
della grotta del Caliendo (Campania). Le Grotte d’Italia, Bologna (4), XI,
pagg. 371-385.

BELLUCCI F., et Al..(1989) – Evoluzione geomorfologica e carsismo della Grotta di Candraloni.
Atti del XV Congresso Nazionale di Speleologia.

BRANCACCIO L., CINQUE A. (1988) – La grotta Bocca di Caliendo nel quadro
morfoevolutivo del massiccio del Cervialto. L’Appennino Meridionale,
Annuario del CAI, Napoli.

BUDETTA P, DUCCI D. & CORNIELLO A (2008) – Relazione carta dei Geositi. In: Progetto Database territoriale, Unione Europea, Repubblica Italiana, Regione Campania e Parco
Regionale dei Monti Picentini.

CATALDO G. (2007) - Ricerche nel Parco Regionale dei Monti Picentini per l’individuazione di siti e itinerari geologici - Università di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze della Terra. Tesi di Laurea in Scienze Geologiche, Napoli.

CIVITA M. (1969) – Idrogeologia del Massiccio del Terminio-Tuoro (Campania).
Mem. e Note Ist. Geol. Appl., Napoli, 11, pag. 92.

CELICO P. & RUSSO D. (1981) – Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone
(Avellino). Boll. Soc. Natur., Napoli, XC, pagg. 37-50.

PESCATORE et Alii (1970) – Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. Nat. Napoli 78,


lunedì 30 giugno 2025

Monte Tuoro e i Segreti delle Rocce: Viaggio nel Patrimonio Geologico del Parco dei Monti Picentini

Introduzione 

Nel cuore dell’Appennino meridionale, tra le province di Avellino e Salerno, si estende per oltre 60000 ettari, il Parco Regionale dei Monti Picentini, un’area protetta di straordinario valore naturalistico e geologico. In particolare, la porzione settentrionale del parco custodisce un patrimonio geologico di rara complessità e bellezza, e si caratterizza per un paesaggio montano aspro, dominato da massicci calcarei, altopiani elevati, valli profonde e ambienti boschivi di grande pregio. È una delle aree a maggiore biodiversità e ricchezza idrica del Sud Italia, grazie alla combinazione tra natura carsica e precipitazioni abbondanti. Le forze tettoniche che hanno dato origine all’Appennino sono ancora attive, rendendo quest’area non solo geologicamente interessante, ma anche fragile dal punto di vista sismico e idrogeologico.

In particolare, il M.te Tuoro, che si erge nei Monti Picentini settentrionali, racchiude una storia antica scolpita nella roccia. Questo angolo dell'Appennino campano non è solo un luogo di straordinaria bellezza paesaggistica, ma anche un autentico scrigno geologico, ricco di testimonianze del passato della Terra. Le ricerche effettuate negli ultimi anni hanno rivelato aspetti unici del patrimonio geologico dell'area, fornendo nuove chiavi di lettura sulla sua evoluzione e sulle dinamiche che l'hanno plasmata nel tempo.

Studiare e far conoscere questo patrimonio non è solo un esercizio scientifico: è un passo fondamentale verso la tutela dell'ambiente, la valorizzazione del territorio e la promozione di un turismo consapevole. Il Monte Tuoro diventa così un laboratorio a cielo aperto, dove scienza, educazione e natura si uniscono per narrare una storia millenaria che merita di essere ascoltata – e preservata.

Un contesto geologico ricco e complesso 

Il Monte Tuoro si trova nel settore settentrionale dei Monti Picentini, un'area montuosa che fa parte dell'Appennino meridionale, caratterizzata da una notevole varietà di formazioni rocciose e strutture tettoniche.
La composizione litologica predominante è di tipo carbonatico, costituita principalmente da calcari e dolomie risalenti al Mesozoico (in particolare Giurassico e Cretaceo), che rappresentano antichi ambienti marini tropicali.


Successioni carbonatiche


Le indagini geologiche condotte nella zona del Monte Tuoro hanno consentito di ricostruire con maggiore precisione le dinamiche deposizionali e tettoniche che hanno interessato l'area nel corso di milioni di anni. I segni lasciati dall'orogenesi appenninica – la fase di sollevamento e deformazione che ha dato origine alla catena montuosa – sono chiaramente visibili nelle pieghe, faglie e fratture osservabili lungo i versanti.


Piano di faglia verticale 




Nei pressi del Monte Tuoro, oltre ai maestosi affioramenti carbonatici, si trovano formazioni geologiche altrettanto significative e affascinanti. Tra queste emerge il flysch di Castelvetere, una sequenza di rocce sedimentarie caratterizzata da alternanze di argille, arenarie e marne, depositate in antichi bacini marini durante il Miocene. Questi depositi testimoniano una fase di rapido accumulo di sedimenti in ambienti profondi e turbolenti, contribuendo a completare il complesso quadro stratigrafico dell'area.


Flysch di Castelvetere con olistolite calcareo a nord del M. Tuoro



A pochi chilometri di distanza, nella piana carsica di Sant'Agata, si trovano importanti depositi piroclastici, frammenti di rocce vulcaniche espulse da antiche eruzioni. Questi materiali piroclastici arricchiscono la diversità litologica della zona e raccontano della presenza di attività vulcanica nelle vicinanze, un elemento che ha influenzato l'evoluzione geomorfologica del paesaggio, integrando la testimonianza delle rocce sedimentarie e carbonatiche del Monte Tuoro.



Piana S. Agata


Completano il quadro geologico dell'area la presenza di ampie fasce detritiche  sul bordo settentrionale del M. Tuoro e del versante nord-occidentale del M. Luceto legate all’effetto del gelo e disgelo esplicatosi durante le fasi fredde quaternarie.


Il valore scientifico e didattico del sito 

Ciò che rende il Monte Tuoro particolarmente affascinante per studiosi e appassionati è la chiarezza dei suoi affioramenti rocciosi. Qui, gli strati si presentano frequentemente ben esposti, consentendo l’osservazione diretta delle successioni stratigrafiche e dei processi geologici. Alcuni livelli fossiliferi presenti nella zona offrono inoltre importanti spunti per la paleontologia, contribuendo alla ricostruzione degli antichi ecosistemi marini.

Questo patrimonio è oggi sempre più riconosciuto come una risorsa educativa di grande valore. Escursioni guidate, laboratori sul campo, pannelli esplicativi e attività di citizen science possono rendere la geologia accessibile anche ai non esperti, trasformando il Monte Tuoro in una vera e propria aula all’aperto. Un esempio concreto di come la scienza possa uscire dai laboratori per interagire con la comunità.

Tutela e valorizzazione: una sfida attuale


Nonostante l'elevato valore scientifico e paesaggistico dell'area, il patrimonio geologico del Monte Tuoro rimane in parte poco conosciuto e talvolta vulnerabile. Il rischio di degrado, causato dall'erosione, da attività antropiche non controllate o da una scarsa sensibilizzazione, richiede l'urgenza di strategie di tutela integrate.
In questo contesto, la valorizzazione del territorio attraverso la geodiversità può rappresentare un'opportunità.

Promuovere il Monte Tuoro come geosito di interesse regionale significa rafforzare il legame tra scienza, cultura e sviluppo sostenibile. È fondamentale coinvolgere scuole, enti locali, associazioni e cittadini in percorsi di scoperta e responsabilità condivisa.

Conclusioni

Il Monte Tuoro non è solo una cima tra le tante dell'Appennino campano: è un luogo dove la Terra racconta la sua storia, visibile nelle pieghe delle rocce e nei resti di antichi mari. Conoscere, studiare e valorizzare questo patrimonio geologico è oggi più che mai un atto di rispetto verso il nostro passato e di impegno per il futuro.
Far dialogare ricerca scientifica e divulgazione, tutela e partecipazione, può trasformare questo angolo dei Monti Picentini in un esempio virtuoso di come si può fare geologia con e per il territorio.


Bibliografia essenziale

Boni, C., & Passeri, L. (2002). Geologia dell’Appennino meridionale. Roma: Servizio Geologico d’Italia.

 

Parotto, M., & Praturlon, A. (1975). Geologia dell’Appennino. Memorie della Società Geologica Italiana, 12.

 

Centamore, E., & De Rosa, R. (1995). Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, foglio Avellino. Roma: ISPRA.

 

ISPRA (2013). Linee guida per la valorizzazione del patrimonio geologico italiano. Quaderni del Servizio Geologico d’Italia, 11.

 

UNESCO (2021). Geodiversity for Sustainable Development. Global Geoparks Series.

 


venerdì 13 giugno 2025

Un itinerario geoturistico nel Parco Regionale dei M.ti Picentini (Appennino campano-lucano)



Questo itinerario nasce dall’intento di divulgare il patrimonio geologico del Parco Regionale dei M. Picentini, in Campania.

Il percorso non è certamente esaustivo dell’articolata geologia e geomorfologia del gruppo dei M. Picentini. Esso rappresenta però, uno dei migliori esempi, a noi vicino, dell’esemplificazione dei fenomeni geologici e morfologici che caratterizzano l’Appennino campano.

La bellezza dei luoghi e la presenza di una fitta rete di strade intercomunali di facile percorribilità che conducono ai geositi di interesse regionale e ad altri locali di non minore interesse, (CATALDO G. 2007; BUDETTA P. et Al. 2008). renderebbero di facile attuazione il progetto di valorizzazione turistica in chiave geologica dell’area, a complemento dellʼofferta ambientale, che le Amministrazioni locali stanno già da qualche tempo promuovendo.

L’itinerario geoturistico

In questo settore della catena appenninica sono rappresentati termini geologici dalle più antiche età mesozoiche con successioni carbonatiche di piattaforma indicative di un ambiente sedimentario di mare basso alle più recenti successioni mioceniche di mare profondo dei terreni flyschoidi. Il percorso geo-naturalistico si snoda nellʼarea irpina dellʼEnte Parco Naturale dei M. Picentini congiungendo luoghi che mostrano alcuni aspetti significativi della storia geologica e geomorfologica dell’Appennino campano e che sono famosi anche per importanti identità culturali e rilevanti tradizioni eno-gastronomiche locali.

Lʼitinerario geologico proposto è quello che da Castelvetere sul Calore porta allʼabitato di Bagnoli Irpino e quindi a Lago Laceno, attraversando la dorsale dei M. Picentini su strade di fondovalle a scorrimento medio-veloce alternate a suggestivi percorsi di montagna.

L’itinerario è così strutturato (fig. 1):



Fig. 1 - Ubicazione dell'area


Sito n. 1: Vallone Remolise. Castelvetere sul Calore (La sedimentazione sinorogena della Formazione di Castelvetere)

In questa località è particolarmente ben esposta la successione stratigrafica cenozoica del flysch di Castelvetere (PESCATORE et Al., 1970). Al disopra dei calcari a rudiste di M. Civitella è visibile lʼappoggio stratigrafico discordante del flysch mentre in località Cervinara si notano piccoli rilievi olistolitici calcarei immersi nei depositi arenacei. Proprio su uno di questi blocchi è costruito il paese di Castelvetere sul Calore (fig. 2).

Più a valle, nei pressi della fermata di Castelvetere, si può osservare il contatto tettonico con i terreni lagonegresi del Flysch Rosso. La deposizione di tale successione terrigena di scarpata-conoide sottomarina viene attribuita ad un ambiente batiale con profondità superiori a – 500 metri. Dal punto di vista cronostratigrafico la successione viene riferita al Tortoniano sup. - Messiniano inf.

Il piccolo centro dal quale ha preso il nome la formazione geologica è conosciuto per la produzione di formaggi e vini Taurasi.



Fig. 2 - Blocco calcareo inglobato nei depositi flyschoidi


Sito n. 2: Piana-Inghiottitoio Bocca del Dragone

A nord dell'abitato di Volturara Irpina si estende una vasta pianura con un bacino di alimentazione di circa 40 km2, conosciuta come Piana del Dragone (fig. 3).

Rappresenta un'area di notevole interesse a deflusso endoreico dell'Appennino meridionale: in essa, infatti, le acque piovane generano un ruscellamento superficiale che non ha un recapito esterno, ma viene assorbito da un inghiottitoio carsico situato sul margine meridionale della piana, a circa 1 km a est del centro urbano (CIVITA M. 1969; CELICO P. & RUSSO D. 1981).

La Piana ha origine tettono-carsica, e l'inghiottitoio del Dragone, attualmente attivo, ne costituisce una prova evidente. Il suo fondo si trova a un'altezza di circa 700 m s.l.m., ed è circondato da un rilievo continuo che si eleva da 1100 metri del M. Vena dei Corvi, a nord, fino a 1789 metri del Monte Terminio, a sud.

Studi di carattere idrogeologico hanno dimostrato che l'inghiottitoio è in comunicazione diretta con le sorgenti di Cassano Irpino.



Fig. 3 - La Piana del Dragone da M.te Costa



Sito n 3: Grotta-Inghiottitoio di Candraloni

Questa grotta si apre sul M. Terminio, nelle vicinanze del ristorante "la Bussola", e risulta chiaramente posizionata su una frattura tettonica che, con direzione NW-SE, attraversa calcari cretacei per circa 900 metri. L'ingresso si presenta come un'ampia apertura in una zona fortemente fratturata (fig. 4). Durante il suo sviluppo, si possono osservare morfologie di crollo e strutture tettoniche interessanti, che hanno implicazioni dirette sull'origine della cavità (BELLUCCI F., et Al. 1989). È presente un'attività idrica con stillicidio attivo, legata a un concrezionamento di tipo stalagmitico. La visita richiede competenze specifiche, attrezzature adeguate e la presenza di speleologi esperti.



Fig. 4 - L’ingresso della Grotta di Candraloni


Sito n. 4: Grotta del Caliendo

La Grotta del Caliendo (fig. 5) si trova a un'altitudine di 866 m s.l.m. su una parete rocciosa nel Vallone omonimo, da cui scaturisce una cascata visibile anche dal primo tornante della SS 368 che collega Bagnoli Irpino al Piano Laceno. La grotta funge da emissario per il Lago Laceno, che vi riversa le sue acque attraverso l'inghiottitoio di Ponte Scaffa (BRANCACCIO L. & CINQUE A. 1988; BELLUCCI F. et Al. 1983).

Il sistema ipogeo, che si estende per circa 4.000 m, fu scoperto e in gran parte esplorato da Giovanni Rama intorno al 1930. Presenta uno sviluppo planimetrico sub-orizzontale, con un orientamento approssimativo est-ovest e un dislivello massimo di 202 m.

Una delle zone più affascinanti dell'intero antro è senza dubbio l'area d'ingresso, che presenta due aperture: l'Ingresso alto, da cui si accede attualmente, e l'ingresso basso, da cui l'acqua fuoriesce nei periodi invernali. Dall'ampio ingresso, che raggiunge un'altezza di 50 m, inizia il percorso verso l'interno.

Alla fine del suo sviluppo, il sistema carsico si avvicina al Piano Laceno, dove è previsto l'apertura di un ingresso artificiale nei pressi dell'inghiottitoio di Ponte Scaffa.



Fig. 5 - L’ingresso basso della Grotta del Caliendo (http://www.laceno.org/)


Sfortunatamente, recentemente, la grotta ha visto un aumento significativo di visitatori, spesso in modo incontrollato, portando così a una compromissione dell'ambiente sotterraneo. Si avverte quindi, in modo sempre più pressante, la necessità di attuare iniziative volte a tutelare la grotta e a regolarne l'accesso. È sempre obbligatorio essere accompagnati da guide esperte durante la visita.

Sito n. 5: Altopiano di Laceno

L’altopiano di Laceno (fig. 6), attrezzato come un villaggio alpino, è una meta per il soggiorno invernale degli appassionati della montagna e rappresenta uno dei luoghi montani più affascinanti dell’intera regione. È situato all’interno di una valle circondata da rilievi calcarei formati dall’azione combinata della tettonica e del modellamento carsico. Qui si possono trovare numerose grotte, colline dolcemente ondulate, doline, oltre a pianori, sorgenti e torrenti che talvolta scorrono in modo sinuoso e aspro, altre volte in modo calmo e silenzioso. Lungo i versanti dei rilievi si possono osservare valli sospese, resti di antiche valli interrotte da eventi tettonici e riformate dalle acque che scorrono. Alla loro base, frequentemente, si sono formate conoidi detritico-alluvionali dalla caratteristica forma a ventaglio. Il fondo dell’altopiano è in parte occupato da un lago naturale la cui estensione varia in base alle precipitazioni.


Fig. 6 - L’altopiano di Laceno


Numerosi sono i siti naturalistici di grande valore ambientale e di concreta accessibilità che rendono questo luogo un autentico paradiso per gli amanti dell'escursionismo naturalistico. Le destinazioni più affascinanti includono il M.te Cervialto (1809 m. s.l.m.), la cui cima offre una vista di straordinaria bellezza che si estende fino al mar Tirreno e all'Adriatico, insieme alle vette della montagna Grande (1507 m. s.l.m.) e del M.te Raiamagra (1667 m. s.l.m.).

Conclusioni

I tratti geologici e la fenomenologia carsica descritti in questo articolo possono rappresentare un'opportunità per uno sviluppo sostenibile, mediante la realizzazione di progetti di itinerari di fruizione scientifico-culturale (geoturismo), in accordo con la salvaguardia delle risorse naturali di cui il Parco dei M.ti Picentini è particolarmente ricco, soprattutto per le loro peculiarità.

Aspetti geologici e geomorfologici che meritano una attenzione particolare in questo territorio sono:

a) la presenza di rilievi testimoni degli eventi geologici mesozoici e cenozoici;

b) il carsismo, specialmente ipogeo, che annovera il sistema carsico delle grotte del Caliendo tra i più importanti in Campania;

c) l’evoluzione Plio-Pleistocenica del paesaggio, in particolare lungo i principali rilievi e nelle zone intramontane.

Alle valenze geologiche si aggiungono la presenza di numerosi Siti di Interesse Comunitario, di Zone di Protezione Speciale, dell'Oasi WWF di Senerchia, i quattro fiumi importanti - il Sabato, l'Ofanto, il Calore, il Sele – la ricchezza della Biodiversità, la presenza di risorse storico architettoniche di pregio, soprattutto edifici di culto come il Santuario del SS. Salvatore, il Convento di S. Francesco a Folloni, nei dintorni di Montella, il Santuario di S. Gerardo Maiella, a Materdomini, la vicina Abbazia del Goleto, il fenomeno dell'incastellamento. Non va dimenticato infine, che il territorio è ricco di testimonianze archeologiche, che vanno dalla Preistoria all’età medievale.

Inoltre, i vini DOCG Fiano di Avellino e Taurasi, i formaggi di qualità, i prodotti del sottobosco, gli allevamenti allo stato brado e la presenza di attività ristorative, sono tutte risorse che costituiscono un punto di forza su cui poter contare.

I geositi visitati in questo itinerario dovrebbero essere quindi protetti da qualsiasi modificazione irreversibile e nel contempo valorizzati, nella prospettiva di promuovere il progresso economico, sociale e culturale delle popolazioni di quest’area ricca di bellezze naturali.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


BELLUCCI F., BRANCACCIO L., CELICO P., CINQUE P., GIULIVO I., SANTO A.,TESCIONE M. (1983) – L’evoluzione geomorfologica, carsismo e idrogeologia della grotta del Caliendo (Campania). Le Grotte d’Italia, Bologna (4), XI.

BELLUCCI F., et Al..(1989) – Evoluzione geomorfologica e carsismo della Grotta di Candraloni. Atti del XV Congresso Nazionale di Speleologia.

BRANCACCIO L., CINQUE A. (1988) – La grotta Bocca di Caliendo nel quadro morfoevolutivo del massiccio del Cervialto. L’Appennino Meridionale, Annuario del CAI, Napoli.

BUDETTA P, DUCCI D. & CORNIELLO A (2008) – Relazione carta dei Geositi. In: Progetto Database territoriale, Unione Europea, Repubblica Italiana, Regione Campania e Parco Regionale dei Monti Picentini.

CATALDO G. (2007) - Ricerche nel Parco Regionale dei Monti Picentini per l’individuazione di siti e itinerari geologici - Università di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze della Terra. Tesi di Laurea in Scienze Geologiche, Napoli.

CIVITA M. (1969) – Idrogeologia del Massiccio del Terminio-Tuoro (Campania). Mem. e Note Ist. Geol. Appl., Napoli, 11.

CELICO P. & RUSSO D. (1981) – Studi idrogeologici sulla Piana del Dragone (Avellino). Boll. Soc. Natur., Napoli, XC.

PESCATORE et Alii (1970) – Lineamenti di tettonica e sedimentazione nel Miocene dell’Appennino campano-lucano. Mem. Soc. Nat. Napoli 78,


giovedì 12 giugno 2025

Ritorno a Punta Pagliarolo (Lago, S. Maria di Castellabate)




La scogliera di Punta Pagliarolo





Il Cilento è una regione caratterizzata da una ricca storia, una natura incontaminata e un'importante tradizione scientifica. Oltre ai suoi celebri paesaggi e ai borghi storici, presenta anche un patrimonio geologico di straordinario valore.

Tra le sue testimonianze più affascinanti c'è la Formazione di S. Mauro, una sequenza sedimentaria di epoca miocenica che appartiene al flysch cilentano.

Uno degli affioramenti più spettacolari e facilmente accessibili si trova a Punta Pagliarolo, nella zona del Lago di Santa Maria di Castellabate, dove la geologia si manifesta con tutta la sua potenza ed eleganza.

Durante una recente giornata al mare trascorsa con la mia famiglia, ho avuto l'opportunità di tornare all'affioramento di Punta Pagliarolo, nella zona del Lago di S. Maria di Castellabate, uno dei tratti più affascinanti della costa dove la Formazione di S. Mauro emerge in modo evidente.

L'escursione, inizialmente concepita come un momento di svago, si è rapidamente trasformata in un'importante occasione di osservazione. Ho scattato alcune fotografie e raccolto campioni rocciosi da analizzare in seguito, prestando attenzione a dettagli che in passato mi erano sfuggiti.



Il ritorno a questo affioramento ha avuto per me un significato particolare: ero stato qui per la prima volta molti anni fa, da adolescente, durante una delle mie prime esplorazioni geologiche.

Ritrovarmi di nuovo di fronte a quelle stesse rocce ha suscitato in me una forte emozione, un senso di continuità e di meraviglia che il tempo non ha intaccato.




La Formazione di S. Mauro La Formazione di S. Mauro risale al Miocene inferiore (Aquitaniano–Burdigaliano) ed è considerata una delle unità sedimentarie del Complesso del Cilento, costituita da materiali torbiditici depositati lungo il margine di una scarpata sottomarina profonda. Caratteristiche litologiche principali: Arenarie grigio-giallastre, a grana media o fine, spesso feldspatiche; Peliti e marne grigie, che si alternano regolarmente alle arenarie.

Strutture sedimentarie torbiditiche, come le sequenze di Bouma (Ta–Te), con ripples, laminazioni parallele e gradazioni normali.







La successione stratigrafica







Presenza di fossili planctonici e tracce fossili (Chondrites, Zoophycos), che indicano ambienti marini profondi e scarsamente ossigenati. Dal punto di vista strutturale, la Formazione è fortemente inclinata e fratturata, con pieghe a piccola scala e faglie inverse o trascorrenti legate alla compressione appenninica.


Punta Pagliarolo: un laboratorio geologico naturale Situata lungo la costa rocciosa a nord della spiaggia di Lago, Punta Pagliarolo è facilmente accessibile a piedi da via Lungomare Bracale. Qui, le rocce della Formazione di S. Mauro affiorano in modo continuo, creando pareti e terrazze marine scolpite dall’erosione.


Cosa si può osservare sul campo: Stratificazione inclinata a 30–40° verso NE, con contatti netti tra livelli di arenaria e pelite; Sequenze torbiditiche complete, ben esposte e misurabili; Strutture di carico, flame structures, e deformazioni sin-sedimentarie; Fratture e pieghe a scala mesoscopica, che raccontano la storia tettonica successiva alla deposizione. Particolarmente affascinanti, e forse ancora più evidenti oggi, sono le sculture alveolari che segnano le superfici delle arenarie: piccole cavità e strutture a nido d’ape modellate nel tempo dall’erosione marina.

Queste forme, così delicate e complesse, testimoniano l’azione continua degli agenti naturali sulla roccia e aggiungono un ulteriore livello di bellezza e complessità all’affioramento.




Sculture alveolari









Importanza scientifica e conservazione



L’affioramento di Punta Pagliarolo è fondamentale per:



Comprendere i processi deposizionali torbiditici del margine appenninico neogenico;



Studiare la tettonica post-deposizionale delle unità cilentane;



Favorire la divulgazione scientifica del patrimonio geologico del Parco del Cilento.





Tuttavia, come molte aree costiere, è soggetto a erosione marina e a interventi antropici. Sarebbe auspicabile un’azione di tutela e valorizzazione, ad esempio tramite la creazione di itinerari geoturistici segnalati o l’inserimento del sito in una rete di geositi regionali.






Conclusione

Punta Pagliarolo rappresenta una finestra eccezionale sul passato geologico del Cilento. In pochi metri quadrati si condensano milioni di anni di storia geodinamica, sedimentaria e tettonica.

Coniugare conoscenza scientifica e valorizzazione ambientale è il modo migliore per custodire questo patrimonio, rendendolo accessibile a tutti.

Questo ritorno sul campo, seppur breve e spontaneo, mi ha ricordato quanto ogni contatto diretto con il terreno possa risvegliare la curiosità e l’emozione che stanno alla base di ogni autentico interesse scientifico.

Anche dopo anni, la geologia continua a parlarmi — e quei luoghi, come Punta Pagliarolo, restano punti fermi nella mia personale mappa di scoperte.






Bibliografia e riferimenti



Bonardi, G., et al. (1988). Le Unità strutturali del Cilento nel quadro dell’Appennino meridionale. Mem. Soc. Geol. It.



Pescatore, T., et al. (1999). Geologia del flysch cilentano. Italian Journal of Geosciences.



Aiello, G., & Barra, D. (2007). Esempi di sedimentazione torbiditica nel Cilento costiero.



Boll. Soc. Geol. It. Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000, Foglio 504 "Agropoli" – ISPRA.
























domenica 25 maggio 2025

A spasso tra gli olistoliti: le mie avventure geologiche sul flysch di Castelvetere



Hai mai osservato come, durante una passeggiata, ci si possa imbattere in qualcosa di inaspettato? A me è successo più volte mentre esploravo tra i pendii del Monte Tuoro, nella sua parte settentrionale, dove il paesaggio racconta una storia antica… non attraverso le parole, ma tramite le rocce. In particolare, attraverso quei massi enormi e un po' "fuori posto" noti come olistoliti. Una parola che potrebbe sembrare estratta da un libro di Harry Potter, ma che in realtà si riferisce a frane sottomarine, faglie e a un'epoca in cui tutto era coperto dal mare.





Cos’è un olistolite, detto semplice

Allora, iniziamo dal nome insolito: olistolite. Sembra una parola magica, lo riconosco. Tuttavia, deriva dal greco e significa qualcosa come “pietra scivolata”. Questo già ci fornisce molte informazioni.

Immagina di avere un vasto strato di sedimenti sul fondo del mare, in un ambiente tranquillo. Poi, a un certo punto, accade qualcosa – un terremoto, una frana sottomarina, o anche solo l’instabilità del suolo – e un grande blocco di roccia si stacca da una parete vicina e scivola (o meglio, rotola) giù per i fondali, finendo in mezzo a strati più “morbidi”, ancora in fase di formazione. Qual è il risultato? Un grande masso completamente diverso dalle rocce circostanti, posizionato lì come se fosse caduto dal cielo.



Ecco, quello è un olistolite. Un infiltrato geologico. Una sorta di “intruso” che narra storie lontane da quelle della roccia che lo circonda. Osservandoli da vicino, sembrano quasi dei mini mondi geologici separati, e proprio per questo sono estremamente affascinanti da studiare.












Nel flysch di Castelvetere – quella zona a nord del Monte Tuoro dove ho avuto modo di esplorare più volte – gli olistoliti non solo sono presenti, ma sembrano quasi collocati lì appositamente per suscitare curiosità. Alcuni sono enormi, altri più discreti, ma tutti condividono una caratteristica: non dovrebbero trovarsi lì. Ed è proprio per questo motivo che vale la pena osservarli da vicino.

E se ti avventuri verso le aree di Chiusano, Castelvetere e Montemarano, noterai che questa "stranezza geologica" non è affatto rara. Infatti, la regione è una vera e propria raccolta di olistoliti. Alcuni di essi sono enormi e facilmente visibili anche da lontano – sembrano piccole colline isolate – mentre altri si mimetizzano meglio, ma basta osservare con un po' di attenzione per scoprire che sotto i tuoi piedi ci sono blocchi di calcari o marne completamente diversi dal flysch che li circonda. È come se la montagna avesse creato un puzzle… con pezzi presi da altre scatole!

In particolare, nella zona tra Castelvetere e Montemarano, ho rinvenuto olistoliti con strutture davvero singolari: strati piegati, fagliette interne e superfici di contatto molto nette, come se fossero stati collocati lì intenzionalmente. Alcuni di questi blocchi sembrano narrare un viaggio lunghissimo, iniziato forse a chilometri di distanza da dove si trovano ora. E questo, per un appassionato di geologia, è come scoprire una bottiglia con un messaggio all'interno.





Il flysch di Castelvetere: un terreno che racconta

Quando percorri la zona tra Castelvetere, San Mango e Chiusano, magari con uno zaino sulle spalle e lo sguardo parzialmente attento alle pietre lungo il sentiero, non ti aspetteresti che sotto i tuoi piedi si stia svolgendo un’intera serie di eventi geologici. Eppure è così. Il flysch di questa area – in particolare quello di Castelvetere – è un libro aperto per chi sa interpretarlo. O almeno, per chi ci prova, come me.

Il flysch, in termini semplici, è una successione di rocce sedimentarie formatesi in un ambiente marino profondo, a seguito di imponenti movimenti di sedimenti che scivolano giù dalle scarpate sottomarine. Qui si alternano strati duri e morbidi: arenarie, marne, argille, conglomerati e occasionalmente qualche intercalazione calcarea che interrompe il ritmo. È un paesaggio che narra di instabilità, accumulo rapido e continue interruzioni. Un contesto ideale, insomma, per ospitare gli olistoliti come quelli che ho osservato sul campo.

Nel territorio di Castelvetere, il flysch emerge in modo spettacolare: lungo i sentieri, nei tagli delle strade, o semplicemente sui pendii che si affacciano sul Monte Tuoro. Le stratificazioni sono spesso molto inclinate, a tratti piegate, e in alcuni punti ho trovato anche superfici di scivolamento ben conservate, dove probabilmente interi pacchetti di sedimenti sono scivolati l’uno sull’altro, come le pagine di un quaderno bagnato.

Quello che mi colpisce è che ogni metro quadrato di questo terreno sembra comunicare: “Aspetta, non è finita”. Perché sotto uno strato che appare banale, può celarsi un olistolite, una struttura deformata, una piccola faglia, o semplicemente un cambiamento di facies che ti costringe a rivedere tutto.

E poi c’è la luce. Nei pomeriggi invernali, con il sole basso, le stratificazioni del flysch si illuminano di colori caldi, dal grigio all’ocra, e gli olistoliti – in particolare quelli bianchi o verdastri – sembrano quasi risplendere nel contrasto. È in momenti come questi che realizzi che la geologia non è solo scienza, ma anche una forma di bellezza.




La mia esplorazione: scarponi, appunti e tanta curiosità

Tutto è iniziato con una mappa spiegazzata, un paio di scarponi affidabili e una domanda: cosa ci fa quel blocco lì, in mezzo al flysch? Da quel momento, ogni uscita sul campo è diventata un piccolo viaggio nel tempo, tra pendii fangosi, sentieri nascosti e rocce che comunicano più di quanto si possa pensare.



Ho iniziato a esplorare sistematicamente la zona a nord del Monte Tuoro, proseguendo poi verso Chiusano, San Mango, e tutta la fascia collinare che circonda Castelvetere. Con taccuino, martello geologico, cellulare e GPS in mano, ho annotato ogni olistolite significativo: dimensioni, forma, tipo di roccia, contatto con il flysch, struttura interna. Alcuni giorni sono stati entusiasmanti, altri più frustranti (soprattutto quando il terreno si trasformava in un campo di fango e le tracce svanivano nel nulla). Ma ogni volta tornavo a casa con la sensazione di aver scoperto qualcosa di nuovo.




CHIUSANO

Ricordo ancora la prima volta che ho incontrato uno degli olistoliti a facce irregolari di Chiusano: sembrava un meteorite caduto lì per caso. Mi sono seduto accanto, ho estratto il blocco da disegno e ho iniziato a schizzare la struttura. Le fratture interne, le discontinuità, l’inclinazione rispetto agli strati circostanti… tutto raccontava di movimento, urto, energia.

Durante una delle mie escursioni sul campo, nel territorio di Chiusano, ho avuto l'opportunità di osservare olistoliti che mi hanno lasciato letteralmente senza parole. Non solo per le dimensioni – alcuni sono davvero imponenti – ma soprattutto per la forma: blocchi a facce irregolari, spigolosi, quasi "spaccati" in alcuni punti, come se si fossero rotti durante il trasporto sottomarino. A differenza di quelli più arrotondati e massicci che si trovano più a valle, questi sembrano aver vissuto un passaggio turbolento, come se fossero stati trascinati e sbattuti qua e là prima di fermarsi.

In alcune circostanze, ho potuto notare anche segni di superfici di scivolamento e piccole fratture interne, chiari indicatori che quei blocchi non si sono semplicemente "posati" lì, ma sono stati parte di un movimento complesso, probabilmente associato a dinamiche gravitazionali sottomarine piuttosto intense.








C’è persino un blocco – lo chiamo "l’irregolare di Chiusano" – che appare come una piramide schiacciata su un lato. Ogni volta che ci torno lo osservo, quasi come se fosse un vecchio amico: è lì, silenzioso, ma comunica più lui con le sue fratture di mille parole.











CASTELVETERE

A Castelvetere, invece, è stata la dolcezza delle forme a colpirmi. Blocchi grandi, lisci, tondeggianti, immersi con calma nel flysch come se fossero sempre stati lì. Uno in particolare, a margine di un piccolo oliveto, sembrava un delfino addormentato nella terra. Lì ho incontrato anche un contadino anziano che mi ha chiesto, sorridendo: “Stai cercando l’oro?”. Gli ho risposto: “Più o meno, sì. Ma lo trovo dentro le pietre”.










Qui la situazione diventa molto affascinante. In un'area relativamente limitata, ho osservato la coesistenza di vari tipi di olistoliti: blocchi con facce irregolari, spigolosi e fessurati – simili a quelli di Chiusano – accanto a olistoliti sferici o sub-sferici, lisci e levigati, che ricordano grandi ciottoli incastonati nel flysch.

Questa coesistenza rappresenta un segnale significativo: non si tratta di un singolo evento franoso, ma probabilmente di una serie di episodi verificatisi in momenti diversi, forse anche con origini litologiche e cinematiche distinte.

È come se il territorio stesso fungesse da archivio di eventi sottomarini, con blocchi che testimoniano frane rapide e violente accanto a elementi che suggeriscono trasporti più lenti, rotolamenti o addirittura slittamenti “dolci”. La geodiversità di quest'area è straordinaria, e più ci si addentra, più ci si rende conto che ogni olistolite narra una parte diversa di una stessa storia geologica complessa e stratificata.








Mi piace pensare che Castelvetere ospiti gli olistoliti “anziani”, quelli che hanno fatto pace con il loro destino e si sono lasciati modellare. Mentre Chiusano conserva i ribelli, ancora spigolosi e pieni di cicatrici geologiche.

Due facce della stessa storia di mare, frane e tempo profondo.




SAN MANGO

Ma la storia non termina qui. Durante i miei rilievi tra Castelvetere e San Mango sul Calore, ho documentato una terza "categoria" di olistoliti che appare quasi come un compromesso tra i due estremi: blocchi stratificati ma massicci, con strati chiaramente visibili, spesso piegati o inclinati, ma ancora solidi e compatti come una fortezza.

Questi rappresentano i testimoni più eloquenti del caos geologico che ha plasmato quest’area. In alcuni casi ho rinvenuto calcari a stratificazione parallela, ben conservati, che sembrano essere stati staccati quasi per intero da un'origine remota e poi adagiati (o forse scaraventati!) nel mezzo del flysch.










Altri, ancora più affascinanti, mostrano pieghe sinclinali e anticlinali al loro interno, come se fossero stati modellati prima del distacco o deformati durante il trasporto.

Uno in particolare, situato non lontano da un sentiero secondario sopra San Mango, assomiglia a un enorme libro di pietra chiuso bruscamente a metà.











Ho dovuto arrampicarmi tra cespugli e pietraie per raggiungerlo, ma ne è valsa la pena: sembrava un castello in rovina, con gli strati come mattoni scolpiti dal tempo.

Questi olistoliti stratificati, a differenza dei blocchi più caotici, sembrano voler narrare per strati ciò che hanno vissuto: prima la loro origine sedimentaria, poi lo sradicamento, il viaggio sottomarino, e infine il riposo – se così si può dire – all'interno di un contesto geologico completamente diverso.




MONTEMARANO
Uno dei momenti più memorabili della mia esplorazione è stato senza dubbio l’incontro con l’olistolite di Montemarano. Isolato, quasi monumentale, emerge da una pendenza come un vecchio guardiano della valle.









È un blocco massiccio, di natura calcarea, con una struttura interna relativamente compatta, ma segnato da fratture verticali ben visibili che lo dividono quasi in settori. Quello che mi ha colpito è la sua posizione: un po’ “fuori asse” rispetto alle strutture circostanti, come se si fosse ferocemente incuneato nel flysch durante un evento di scivolamento particolarmente violento. La sua presenza rompe l’omogeneità del pendio, creando un vero contrasto visivo e geologico.






Perchè tutto questo è importante e affascinante



A questo punto potresti chiederti: perché trascorrere intere giornate a cercare blocchi di roccia "fuori posto" nel mezzo di un pendio, con lo zaino carico di taccuini e fango fino alle caviglie? La risposta è sia semplice che complessa. Gli olistoliti, in particolare quelli che si trovano in contesti complessi come il flysch dell’Irpinia, non sono semplicemente rocce. Sono indizi. Sono pezzi di un vasto puzzle, che ci assistono nel ricostruire la storia di un territorio, a comprendere com’era il paesaggio milioni di anni fa, quali erano le condizioni geodinamiche, e persino come si sono formati i rilievi che oggi osserviamo.

Questi blocchi raccontano di antichi fondali marini, di movimenti tettonici, di frane sottomarine colossali e di sedimenti che hanno viaggiato per chilometri prima di fermarsi. Studiare gli olistoliti significa interpretare i movimenti della Terra.

E nel caso specifico di Castelvetere, Chiusano, Montemarano e San Mango, implica anche riconoscere una varietà geologica rara, in cui diversi tipi di blocchi, forme e litologie coesistono in pochi chilometri quadrati, narrando storie diverse ma intrecciate. Ma c’è di più.

Queste ricerche sono fondamentali anche per la gestione del territorio per l’alto valore culturale che possiedono: camminare tra queste rocce è come visitare una biblioteca all’aria aperta, dove ogni masso rappresenta un capitolo di una storia profonda e ancora in gran parte da esplorare.

Ecco perché non mi stanco mai di tornare. Ogni nuova osservazione, ogni rilievo, ogni foto scattata al volo prima del tramonto, arricchisce questa narrazione silenziosa. E più la ascolto, più mi affascina.






Conclusioni: guardare il territorio con occhi nuovi



Dopo aver esplorato olistoliti di forme spigolose, arrotondate, stratificate e massicce, mi rendo conto che l'aspetto più affascinante di queste avventure è il modo in cui modifica la tua percezione del territorio.

Non osservi più semplicemente una collina, una pietra o un bosco. Scopri strati di tempo, movimenti profondi e storie che si intrecciano sotto i tuoi piedi. Comprendi che la Terra non è mai statica, ma un racconto in continua evoluzione, scritto con rocce e sedimentazioni.



Un dettaglio che trovo affascinante è che, proprio su alcuni di questi grandi olistoliti isolati, si sono arroccati paesi come Castelvetere e Montemarano.

È come se la storia umana si fosse legata a questi blocchi di roccia “fuori posto”, scegliendo proprio loro come fondamenta per vivere e costruire. La loro posizione dominante nel paesaggio non è solo scenografica, ma è anche un legame diretto tra geologia e cultura, tra passato remoto e presente.

Se vi trovate a Castelvetere, Chiusano, Montemarano o San Mango, vi consiglio di fermarvi un momento, magari accanto a un grande masso “strano”, e provare a immaginare: da dove proviene? Come è giunto lì? Quali eventi lo hanno fatto rotolare, scivolare o posare proprio in quel luogo?

Questi olistoliti sono un po’ come messaggi nel tempo, inviati da un passato remoto, pronti per essere raccolti da chi ha voglia di ascoltare.

E se, come me, vi sentite un po’ detective delle rocce, vi garantisco che questa area non vi deluderà mai. Perché ogni pietra ha una storia da narrare, basta saperla interpretare.

La cosa più bella, alla fine, è proprio questa: ogni escursione è un racconto diverso, fatto di sudore, intuizioni, errori, e piccole gioie da geologo di campagna.

E ogni blocco trovato è una pagina in più da aggiungere a questo diario di pietra.